La Corte suprema del Gambia sta esaminando un ricorso, promosso da leader religiosi cui si sono accodati alcuni parlamentari, che intende far dichiarare incostituzionale il divieto di praticare le mutilazioni dei genitali femminili.
Questa barbara pratica, che può produrre conseguenze di lungo periodo sulla salute fisica e mentale delle persone che la subiscono, è stata messa fuorilegge nel 2015. Due anni fa gli stessi ricorrenti hanno provato a far abrogare il divieto in Parlamento.
Ora ritentano con la Corte suprema, sostenendo che il divieto violerebbe i diritti costituzionali alla libertà di religione e di cultura. Da quando in qua, verrebbe da chiedersi, in nome di tali presunte libertà si autorizzerebbe la tortura?
Le stime delle organizzazioni per i diritti umani ci dicono che oltre 230 bambine hanno subito la mutilazione dei genitali femminili, 144 milioni delle quali in Africa.
In Gambia, secondo dati risalenti al 2020, quasi tre quarti delle donne ha dichiarato di averla subita, in due terzi dei casi prima dei cinque anni d’età.
C’è da sperare che la Corte suprema ricordi che il Gambia ha ratificato la Carta africana sui diritti umani e dei popoli, il suo Protocollo sulle donne in Africa e la Carta africana sui diritti e il benessere delle bambine e dei bambini e che, nel 2025, ha firmato la Convenzione africana sulla fine ella violenza contro le donne.
Annunci


