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Gambia, cittadini senza Stato: a Ghana Town oltre 850 persone vivono senza identità legale

In Gambia, nel villaggio costiero di Ghana Town, oltre 850 persone nate nel Paese vivono senza cittadinanza né documenti, escluse da scuola, lavoro e diritti fondamentali.

A pochi chilometri dalla capitale Banjul, lungo la costa atlantica del Gambia, esiste un villaggio dove centinaia di persone vivono in una condizione paradossale: sono nate lì, cresciute lì, parlano le lingue locali, ma per lo Stato non esistono.

È Ghana Town, una comunità fondata alla fine degli anni Cinquanta da pescatori provenienti dall’allora Gold Coast (oggi Ghana), e oggi abitata da circa 900 persone. Di queste, oltre 850 non possiedono alcun documento ufficiale: niente carta d’identità, niente passaporto, spesso neppure certificati validi. In termini giuridici, sono apolidi.

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Questa condizione non è il risultato di una crisi recente, ma di una lacuna strutturale nella legislazione gambiana: la cittadinanza si trasmette per discendenza, non per nascita sul territorio. Essere nati nel Paese, da soli, non basta. Serve almeno un genitore gambiano. E così, generazione dopo generazione, intere famiglie restano intrappolate in una zona grigia legale.

Per Marie Mensah, 30 anni, questa realtà si traduce in una lotta quotidiana. Tre dei suoi quattro figli frequentano una scuola privata a pagamento, non per scelta ma per necessità: le scuole pubbliche richiedono documenti che la famiglia non possiede.

Ogni tentativo di regolarizzazione si scontra con lo stesso ostacolo. Anche quando riesce a presentare domanda, pagare le tasse amministrative e attendere per ore negli uffici di Kanifing, la risposta è sempre negativa: il certificato di nascita la classifica come non gambiana.

La conseguenza è una cittadinanza sospesa che incide su ogni aspetto della vita: istruzione, lavoro, sanità, mobilità. Senza documenti non si può aprire un conto bancario, registrare un’attività commerciale o accedere a impieghi formali.

Nel piccolo negozio di Amina Issaka, 64 anni, si vendono generi alimentari e abiti per bambini. Ma senza documenti, quell’attività non può essere formalizzata. Nessuna registrazione, nessun accesso al credito, nessuna possibilità di crescita.

L’intero villaggio vive in gran parte nell’economia informale. I salari, quando ci sono, vengono pagati in contanti o attraverso conti intestati ad amici. È un sistema fragile, basato sulla fiducia, ma privo di tutele.

Emmanuel Dadson, insegnante e segretario del comitato locale, descrive una situazione altrettanto precaria: anche chi riceve uno stipendio regolare non può incassare assegni senza un’identità riconosciuta.

La mancanza di documenti non è solo una questione burocratica. È anche una questione identitaria. Alcuni residenti raccontano di essere stati invitati ad adottare nomi più “gambiani” per facilitare l’accettazione amministrativa.

Emmanuel Arkoh, 36 anni, rifiuta questa logica. Per lui, cambiare nome significherebbe rinunciare a una parte fondamentale della propria storia.

Altri, come Benjamin Amoah, vedono negata la cittadinanza ai propri figli nonostante uno dei genitori sia gambiano, a causa di cavilli amministrativi e incoerenze nei processi di registrazione. Le conseguenze più profonde emergono nel lungo periodo. Joseph Oddoh, oggi 28enne, era tra i migliori studenti della sua regione. Aveva ottenuto una borsa di studio per studiare medicina all’estero. Non è mai partito.

Gli mancavano i documenti per viaggiare. Oggi lavora come pescatore, lungo la stessa costa dove è cresciuto. La sua storia non è un’eccezione: diversi giovani, anche laureati, non possono proseguire gli studi o cogliere opportunità internazionali. Un’intera generazione resta così confinata, non per mancanza di capacità, ma per l’assenza di un riconoscimento legale.

A rendere ancora più complessa la situazione è un’apparente contraddizione: alcuni residenti affermano di aver partecipato alle elezioni nazionali, pur senza documenti di cittadinanza. Un elemento che solleva interrogativi sulla coerenza del sistema istituzionale: se è possibile votare, perché non ottenere un’identità ufficiale? Le autorità negano che cittadini non registrati possano essere inseriti nelle liste elettorali, ma il fenomeno resta poco chiaro.

Secondo esperti di diritti umani, la situazione di Ghana Town evidenzia una falla normativa significativa. L’assenza di meccanismi automatici per prevenire l’apolidia, soprattutto per i bambini nati sul territorio, espone centinaia di persone a una condizione di esclusione permanente.

Sono state avanzate diverse proposte: semplificazione delle procedure, rafforzamento della registrazione delle nascite, introduzione di garanzie per chi rischia di restare senza cittadinanza. Nel frattempo, le istituzioni riconoscono il problema ma procedono lentamente, anche a causa di limiti finanziari.

Per gli abitanti di Ghana Town, la cittadinanza non è un concetto astratto. È la chiave per accedere a diritti fondamentali: studiare, lavorare, viaggiare, costruire un futuro. Senza, ogni progetto resta sospeso. Marie Mensah continua a presentarsi agli uffici, a compilare moduli, a sperare. Sa che probabilmente verrà respinta di nuovo. Ma non ha alternative. La sua richiesta è semplice e radicale allo stesso tempo: essere riconosciuta.

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