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Focus internazionale

Gaza, crimini di guerra: attacco all’ospedale Nasser, massacro di giornalisti e soccorritori

L'attacco aereo che il 25 agosto ha colpito il complesso medico Nasser a Khan Younis segna una devastante escalation della violenza da parte delle IDF.

Ancora una volta ci troviamo attoniti a scrivere dell’ennesima strage di operatori dell’informazione e di personale medico, un attacco voluto, premeditato, contro ogni convenzione umanitaria, contro ogni legge internazionale, che ha causato finora la morte di almeno 20 palestinesi, tra cui giornalisti, personale medico e soccorritori, mentre sul cielo di Gaza i bombardamenti si fanno sempre più intensi.

L’attacco, avvenuto in due fasi, suggerisce una precisa strategia militare. La prima esplosione ha colpito il piano superiore di uno dei principali ospedali rimasti a Gaza. Pochi minuti dopo, un secondo attacco ha preso di mira specificamente le squadre di soccorso e i giornalisti accorsi per documentare le conseguenze del primo bombardamento, come ci hanno mostrato i video girati in quegli attimi tragici. Tra le vittime figurano cinque giornalisti: Mohamed Salama (Middle East Eye e Al Jazeera), Hossam al-Masri (Reuters), Mariam Abu Daqa (Independent Arabia e AP), Moath Abu Taha (NBC) e Ahmed Abu Aziz, deceduto poche ore dopo a causa delle gravi ferite. A loro si aggiungono altri professionisti dei media, come Khaled al-Madhoun, cameraman di Palestine TV, ucciso sabato 23 agosto dalle forze israeliane mentre documentava il dramma delle persone in cerca di aiuti umanitari nell’area di Zikim, nel nord della Striscia di Gaza, e i colleghi uccisi il 10 agosto scorso, tra cui Anas al-Sharif, la cui morte è ancora oggi compianta.

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Mohamed Salama aveva recentemente documentato la storia di un bambino di 10 anni, ucciso mentre cercava aiuti da un’organizzazione supportata da Israele e dagli Stati Uniti.

La giornalista e documentarista Mariam Abu Daqa, che lascia un bambino a cui ha dedicato le sue ultime parole, era impegnata a documentare le sofferenze della popolazione di Gaza, con un focus particolare sulle storie dei bambini e delle donne, mostrando al mondo la realtà delle violenze e delle sofferenze quotidiane subite dai civili: “Ogni luogo è pericoloso, è colpito da attacchi aerei… In ogni casa c’è una storia. In ogni casa c’è un detenuto. In ogni casa c’è sofferenza” aveva detto.

L’Associazione della Stampa Estera e Reporters Without Borders (RSF) hanno condannato fermamente l’attacco, chiedendo spiegazioni immediate a Israele.

Dopo l’ondata di sdegno per questa ennesima strage, l’ufficio del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha rilasciato una dichiarazione ufficiale in cui esprime profondo rammarico per l’accaduto, descrivendo l’attacco come un “tragico incidente”, dopo aver affermato che Israele “apprezza il lavoro dei giornalisti, del personale medico e di tutti i civili”, sottolineando, poi, che l’obiettivo della guerra non è colpire i civili, ma sconfiggere Hamas e riportare a casa gli ostaggi e che le autorità militari stanno conducendo un’indagine approfondita sull’incidente. È una rara ammissione di rammarico da parte del governo israeliano per un attacco che ha causato vittime civili e giornalisti, ma che suona decisamente falsa, e non riflette la realtà sul campo, sembra più un blando tentativo di mitigare il danno d’immagine, piuttosto che un’autentica ammissione di colpa.

Va ricordato che, dall’inizio del conflitto, Israele ha negato l’accesso a Gaza alla stampa internazionale, impedendo di fatto la documentazione indipendente della guerra, una violazione del diritto di informazione, che ha reso il lavoro dei pochi giornalisti palestinesi rimasti estremamente pericoloso. Dal 7 ottobre 2023, sono stati uccisi oltre 244 giornalisti e 1.580 operatori sanitari, numeri spaventosi che dovrebbero farci rabbrividire. Secondo Al Jazeera, che rimane impegnata a fornire una copertura in diretta, l’impunità di Israele e la sua volontà di mettere a tacere i giornalisti per nascondere i propri crimini, compreso il genocidio e la carestia a Gaza, dimostrano una chiara intenzione di sopprimere la verità.

L’attacco non ha risparmiato nemmeno gli studenti della Facoltà di Medicina dell’Università di Al-Azhar, che sono stati colpiti mentre seguivano una lezione e facevano visite cliniche di tirocinio all’Ospedale Nasser. Purtroppo lo studente Mohammad Al-Habibi è stato colpito a morte, proprio nel giorno del suo venticinquesimo compleanno, mentre indossava il camice bianco e lo stetoscopio, simboli universali di umanità e compassione, e molti suoi colleghi sono rimasti gravemente feriti. L’uccisione di Mohammad è drammaticamente triste, è un crimine assurdo che non trova nessuna giustificazione, una delle forme più brutali nella strategia di annientamento sistematico del settore medico palestinese perpetrato da Israele.

Ora più che mai è il momento di dare una risposta forte e di prendere una posizione netta. Sono necessarie misure urgenti ed efficaci per proteggere i civili, i giornalisti, e il personale sanitario. Gli attacchi contro civili e giornalisti costituiscono crimini di guerra ai sensi dello Statuto di Roma e delle Convenzioni di Ginevra, che li vietano rigorosamente. La continua inerzia di fronte agli eventi in Palestina non mette a rischio solamente la sicurezza della popolazione, ma mina le fondamenta del diritto internazionale.

​Dobbiamo proteggere il diritto di informare e di essere informati, di curare e di essere curati, perché ogni passo indietro su questi fronti è un attacco ai principi che dovrebbero definire la nostra umanità.

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