L’annuncio di Hamas arriva dopo quasi due decenni di controllo ininterrotto. Ismail al-Thawabta, responsabile dell’ufficio stampa governativo del gruppo, ha confermato le dimissioni del capo del comitato di emergenza e la volontà di favorire la transizione verso il National Committee for the Administration of Gaza (NCAG), nato per sostituire le strutture governative esistenti di Hamas con un’amministrazione di esperti, focalizzata esclusivamente sulla gestione civile (distribuzione di aiuti, ripristino delle infrastrutture, sanità, istruzione). Tuttavia, da parte israeliana, la reazione è di netto scetticismo, l’annuncio è stato descritto come una “trovata tattica”, progettata esclusivamente per alleggerire la pressione internazionale e distrarre l’attenzione dalla paralisi dei negoziati, in particolare sul nodo del disarmo. Israele, però, non vede in questo annuncio un cambiamento reale, teme che la mossa di Hamas crei una struttura parallela, un’amministrazione civile formalmente guidata da tecnici, subordinata però alle direttive di una rete di potere preesistente, che rimane nei fatti operativa sul territorio. Il sospetto è che il comitato di esperti possa agire solo come una facciata, gestendo la burocrazia, mentre Hamas mantiene il controllo operativo capillare, continuando di fatto a condizionare la vita di milioni di persone in un territorio devastato. Per Israele, che mantiene il controllo militare su oltre l’80% della Striscia, la richiesta resta ferma: nessun potere può essere delegato a entità in qualche modo subordinate a Hamas. Il Board of Peace (BoP) insiste sul principio: “una sola autorità, una sola legge, un solo arsenale”. Ali Shaath, l’esperto palestinese designato alla guida dell’NCAG, è bloccato in un’impasse: da un lato la promessa di Hamas di cedere il passo, dall’altro il rifiuto israeliano di permettere al comitato di entrare operativamente nel territorio.
Mentre la diplomazia si perde in un vicolo cieco, Gaza continua a sanguinare. Dietro le manovre di potere, la tragedia quotidiana di una popolazione allo stremo resta l’unica, drammatica costante di un conflitto che sembra aver dimenticato il suo impatto sulle vite umane, dove la dignità è ridotta ai minimi termini. Per milioni di civili che vivono tra le macerie, senza acqua potabile, con un sistema sanitario al collasso e nell’incertezza costante di un domani che non arriva mai, questo annuncio appare come una realtà distante. C’è una profonda stanchezza nei volti di chi attende il ripristino di servizi di base, di chi cerca cibo tra le rovine e di chi ha perso tutto sotto i bombardamenti. Per questa gente, la “transizione” non è una questione di apparati tecnici, ma una corsa contro il tempo per la sopravvivenza. Il timore diffuso tra la popolazione civile è che, ancora una volta, le loro sofferenze siano usate come moneta di scambio in una partita che continua a mietere vittime, mentre il potere reale resta conteso tra fazioni che sembrano incapaci di fermare l’agonia della Striscia.
Il politologo Mkhaimar Abusada conferma che si tratta di un “gesto simbolico”, ma il vero punto critico rimane il disarmo: Hamas continua a condizionare la consegna del proprio arsenale alla formazione di una nuova amministrazione, mentre Israele rifiuta di negoziare con il gruppo in qualsiasi veste, interpretando questo passo indietro come una mossa tattica per guadagnare tempo e riorganizzarsi. Gaza vive oggi in una tragica zona d’ombra, priva di un’autorità riconosciuta e ostaggio di un’instabilità che rende la ricostruzione un miraggio. Mentre la diplomazia si perde in un vicolo cieco, a pagare il prezzo sono i civili, intrappolati tra le macerie di una guerra infinita e le promesse mancate di una pace che non arriva mai.


