La Corte Suprema israeliana ha ufficialmente respinto il ricorso presentato dall’avvocato Nasser Odeh per la scarcerazione del dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan nel nord di Gaza. La decisione di martedì 16 giugno conferma la prosecuzione della detenzione del medico sotto la legge per i “combattenti illegittimi”, applicata senza che siano state formulate accuse formali, in quello che i legali e gli osservatori internazionali denunciano come un netto contrasto con le Convenzioni di Ginevra, che impongono una protezione speciale per il personale medico durante i conflitti armati. La detenzione prolungata del direttore del Kamal Adwan solleva un precedente pericoloso: se il personale sanitario viene trattato come un ‘combattente’ invece che come una figura protetta, viene minato l’intero principio di neutralità medica. In un conflitto, il medico che cura il ferito, a prescindere da chi esso sia, è l’ultimo baluardo di umanità; colpire o detenere chi svolge questa funzione significa privare le vittime di qualsiasi speranza di sopravvivenza. Diverse organizzazioni internazionali, tra cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e il Comitato Internazionale della Croce Rossa, hanno più volte denunciato l’arresto arbitrario di personale sanitario, sottolineando come la protezione degli ospedali e di chi vi opera sia un obbligo inderogabile del diritto internazionale, che non può essere sospeso per ragioni di sicurezza. Durante la recente udienza, avvenuta in collegamento video, il dottor Abu Safiya è apparso visibilmente provato, in uno stato di grave deperimento fisico ed estrema stanchezza dopo oltre un anno di privazione della libertà. L’udienza è stata segnata da momenti di tensione: più volte il collegamento video è stato interrotto e oscurato lo schermo, mentre il medico tentava di parlare con il suo avvocato, impedendo ai presenti e alla stampa di assistere al confronto. Nel suo breve intervento prima dell’interruzione, il medico ha dichiarato: “Il mio arresto è ingiusto e arbitrario. Sono un pediatra che fornisce cure mediche a pazienti, feriti e vulnerabili. Ho svolto i miei doveri in conformità con il diritto internazionale umanitario. La mia punizione è ingiusta.”
Il dottor Abu Safiya, in custodia dal 27 dicembre 2024, si trova attualmente in regime di isolamento. Secondo le testimonianze del suo legale, il medico è stato trasferito recentemente presso il carcere di Ganot, all’interno del complesso di Ramon, in condizioni di detenzione durissime. Al medico sono stati negati i farmaci necessari, inoltre sono stati osservati segni visibili di patologie cutanee, come la scabbia, sulle sue mani, insieme a segni fisici che sollevano forti dubbi su possibili abusi e torture subite durante la detenzione. I fascicoli relativi alla sua detenzione rimangono classificati come segreti, impedendo di fatto la possibilità di avere una difesa adeguata.
Prima del suo arresto, il dottor Abu Safiya era diventato un punto di riferimento fondamentale per la popolazione del nord di Gaza. Nonostante le difficili condizioni e il blocco degli aiuti, aveva più volte rifiutato di abbandonare i suoi piccoli pazienti del reparto pediatrico, scegliendo di restare accanto a loro fino all’ultimo, diventando, per la popolazione locale, il volto della resistenza pacifica attraverso la cura.
La detenzione del dottor Abu Safiya è un emblema della sofferenza degli operatori sanitari nella Striscia di Gaza. Il sistema sanitario è stato duramente colpito, con conseguenze devastanti non solo per i pazienti, ma anche per chi tenta di prestare soccorso. È stato stimato che circa 1.320 tra medici, infermieri e personale paramedico siano stati uccisi nel corso del conflitto e numerosi altri operatori sanitari sono stati arrestati durante le incursioni negli ospedali e permangono in stato di detenzione, spesso senza che sia nota la loro sorte o le motivazioni del fermo. Con oltre il 95% degli ospedali resi inagibili o parzialmente distrutti, la condizione degli operatori sanitari a Gaza è oggi drammatica: si sono trovati a svolgere il proprio lavoro nel mezzo di un conflitto che non ha risparmiato ospedali e ambulatori. Quelli che erano nati come luoghi di cura e protezione si sono trasformati in spazi di estrema precarietà, dove medici e infermieri sono costretti a operare senza più strumenti, farmaci o sicurezza. Oggi, a Gaza, fare il medico significa praticare una medicina di guerra estrema: mancano anestetici per le operazioni, il carburante per i generatori degli ospedali è esaurito e la scelta di chi curare per primo è diventata, quotidianamente, un peso insostenibile che grava sulle coscienze di chi è rimasto. Il diritto alla salute, che dovrebbe essere garantito e rispettato in ogni circostanza, è diventato di fatto inaccessibile per la popolazione. Il personale medico si trova ogni giorno a dover compiere scelte impossibili, cercando di assistere i feriti tra le macerie di strutture che, pur restando gli unici punti di riferimento per la comunità, sono state svuotate della loro funzione primaria dalla distruzione e dall’instabilità del territorio.
La detenzione del dottor Abu Safiya, oltre a rappresentare una violazione del diritto di difesa, interroga la tenuta stessa delle norme internazionali che dovrebbero proteggere gli operatori sanitari. Chiedere la sua liberazione e la fine delle detenzioni arbitrarie non è una posizione politica, ma una necessità per garantire che, in un contesto di guerra, il medico resti una figura tutelata e non un obiettivo. La comunità internazionale e le organizzazioni per i diritti umani continuano a chiedere con urgenza trasparenza, il rispetto del giusto processo e l’immediata liberazione del dottor Abu Safiya e di tutti gli operatori sanitari ingiustamente detenuti, affinché possano riprendere la loro missione essenziale.


