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Focus internazionale

Gaza, oltre i confini del conflitto. Le accuse di torture sui minori e il collasso dell’umanità

Il dramma del piccolo Jawad Abu Nassar svela il volto oscuro di un conflitto che ha travalicato ogni limite umanitario. Tra abusi sistematici, detenzioni arbitrarie e l'ombra delle esecuzioni di Stato, Israele cancella il diritto internazionale

Gaza – A che punto è arrivato Israele? La notizia di un bambino di appena un anno e mezzo torturato sotto gli occhi del padre solo per estorcere una confessione è atroce, manifesta la perdita totale di qualsiasi forma residua di umanità. E che dire dei soldati dell’IDF che si filmano mentre profanano le case che hanno appena distrutto? E l’accusa di torture e molestie sessuali nei confronti dei prigionieri? Anche la guerra ha i suoi codici. Tutto questo non c’entra niente con la necessità di debellare la minaccia di Hamas o di Hezbollah.

Il conflitto in corso in Medio Oriente sta raggiungendo ormai vette di brutalità che interrogano profondamente la coscienza di ognuno di noi. Se la guerra, per sua natura, è un evento tragico, esistono codici e limiti umanitari che dovrebbero rimanere invalicabili. Tuttavia, le ultime notizie descrivono uno scenario in cui ogni residuo di umanità sembra essere andato perduto, sollevando interrogativi su quanto le operazioni militari stiano scivolando verso forme di violenza indiscriminata.

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Secondo le testimonianze shockanti raccolte da Palestine TV, Al Jazeera e confermate dai referti dell’ospedale di Al-Aqsa di Deir al-Balah, il piccolo Jawad Abu Nassar, un bambino palestinese di appena un anno e mezzo, sarebbe stato utilizzato come strumento di tortura per estorcere una confessione al padre, Osama Abu Nassar. I fatti sono avvenuti nei pressi del campo profughi di al-Maghazi. L’organizzazione per i diritti umani Al-Haq ha raccolto la testimonianza diretta della madre, Wa’ad Hani Mohammad Al-Shafie. Durante un controllo a un checkpoint, sotto il fuoco dei soldati, il padre sarebbe stato separato dal figlio, denudato e costretto ad assistere a scene terribili, mentre quattro soldati infierivano sul piccolo. Sul corpo del bambino sono stati rinvenuti segni di bruciature di sigaretta e perforazioni profonde sulle gambe, causate da un oggetto metallico appuntito. I pantaloni del bambino, intrisi di sangue e lacerati, sono stati presentati come prova visiva dell’abuso. Dopo circa 10 ore di agonia, Jawad è stato riconsegnato alla madre tramite la Croce Rossa Internazionale in stato di shock e con gravi ferite fisiche, mentre il padre risulta tuttora sotto custodia israeliana. Questa “tortura assistita” non mira solo a ottenere informazioni, ma a distruggere la psiche collettiva, creando quello che viene definito trauma intergenerazionale. Quando la violenza colpisce legami profondi come quello tra padre e figlio, l’obiettivo smette di essere militare e diventa sociale: si colpisce la capacità di una comunità di sentirsi sicura e di immaginare un futuro. È così che nascono quelli che potremmo definire ‘orfani viventi’: bambini che, pur avendo ancora i genitori, subiscono il crollo psicologico del proprio nucleo familiare. Vedere il proprio padre umiliato e impotente davanti al dolore annulla quella protezione basilare di cui ogni bambino ha bisogno per crescere, lasciando cicatrici che nessuna medicina potrà guarire.

Il caso di Jawad non è un episodio isolato, ma si inserisce in un contesto di segnalazioni crescenti riguardanti diverse unità dell’IDF, tra cui la Brigata Nahal. Numerosi video mostrano soldati intenti a filmarsi mentre profanano case a Jenin o organizzano festeggiamenti all’interno di abitazioni di famiglie sfollate, come per la ricorrenza del Purim, una festa che celebra la salvezza e la gioia del popolo ebraico. Rapporti delle Nazioni Unite e di esperti internazionali parlano inoltre di torture e molestie sessuali sistematiche, da parte dell’esercito israeliano, documentando metodi agghiaccianti, come l’uso di elettroshock e cani poliziotto addestrati ad aggredire i detenuti legati; privazione sensoriale e posizioni di stress mantenute per giorni, con l’uso di luci accecanti e rumori assordanti; interventi medici e amputazioni eseguiti su detenuti legati ai letti senza l’uso di anestesia.

Nelle carceri di Ofer e Megiddo, in Cisgiordania, i prigionieri vengono letteralmente affamati e sottoposti a simulazioni di esecuzioni per essere psicologicamente annientati. Al luglio 2025, migliaia di palestinesi si trovano in “detenzione amministrativa” senza accuse né processo, inclusi centinaia di minori, adolescenti strappati alle loro scuole e alle loro famiglie. Si tratta di una misura che permette di trattenere individui per periodi rinnovabili indefinitamente, senza una formale accusa e senza un processo, basandosi su ‘prove segrete’ inaccessibili persino agli avvocati della difesa. Per un bambino di 14 o 15 anni, la detenzione senza una data di rilascio certa non è solo una privazione della libertà, ma una forma di tortura psicologica che ricalca il trauma subito dal piccolo Jawad. Questi atti, se confermati come parte di una politica statale, sono classificati dallo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale come Crimini di Guerra (Articolo 8). La Quarta Convenzione di Ginevra (Articoli 3, 27 e 31) proibisce categoricamente la tortura e la coercizione, specialmente sui civili e sui minori, considerati “particolarmente vulnerabili” anche dai Protocolli del 1977 e dalla Convenzione ONU del 1989.

In questo clima, il 24 marzo 2026, la Commissione per la Sicurezza Nazionale del Knesset ha approvato un disegno di legge per legalizzare l’esecuzione dei prigionieri palestinesi. La norma, fortemente voluta dal ministro Itamar Ben-Gvir, giunge dopo che oltre 100 detenuti sono già morti sotto tortura o per negligenza medica dall’ottobre 2023.

Se l’obiettivo dichiarato è la sicurezza e la difesa, le torture inflitte a un bambino di diciotto mesi raccontano una storia diversa, quella di una violenza che ha reciso ogni legame con l’umano. Tali atti non rispondono a logiche strategiche, ma segnano il superamento definitivo dei limiti imposti dalle Convenzioni di Ginevra. I piccoli pantaloni insanguinati di Jawad restano come prova di una violenza esercitata contro i più vulnerabili, una scelta che non risolve il conflitto, ma ne sposta i confini in un’area dove il diritto viene sostituito dalla sopraffazione, con conseguenze umane che peseranno su questa regione per le generazioni a venire.

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