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Editoriali

Gaza, quella pace fragile che va alimentata e non disattesa

Pace, una parola fragile, come l’equilibrio raggiunto con la firma dell’accodo per il cessate il fuoco a Gaza del 13 ottobre. Una giornata storica, che si è dispiegata sotto gli occhi di tutti. Ma quel passo simbolico resta appeso a un filo, come dimostra  la dichiarazione delle Forze di difesa israeliane dopo il completamento degli esami, presso l’Istituto nazionale di medicina legale, sui corpi degli ostaggi restituiti a Israele: il quarto non corrisponde a nessuno dei rapiti.
“Hamas è tenuta a compiere tutti gli sforzi necessari per restituire gli ostaggi deceduti” ha tuonato Idf.

Gli impegni assunti con la firma di un accordo che mira a mettere fine a decenni di conflitti tra israeliani e palestinesi non possono essere disattesi.
Come non può essere ignorata la richiesta di giustizia per le quasi 70 mila vittime dei raid di Israele e  del massacro, orribile e inaccettabile di Hamas del 7 ottobre. Senza di essa quella sottoscritta lunedì scorso, vista la complessità e l’incognita dell’implementazione dell’intesa, resta poco più di una tregua.

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La speranza della fine delle violenze per trasformarsi  in una definitiva e concreta pace, dopo le atrocità che hanno segnato la Terra Santa, ha bisogno della volontà dei due popoli di convivere.

Questo accordo, segnato da incontri difficili e compromessi dolorosi, si inserisce in un contesto in cui la ferita aperta di Gaza continua a pulsare con una dolorosa consapevolezza: le immagini di distruzione, di civili innocenti scomparsi, di famiglie distrutte dal dolore e dalla perdita incarnano un genocidio che ha inciso in modo indelebile sulla coscienza dell’umanità. La sofferenza di Gaza si è trasformata in un simbolo di ingiustizia, si è radicata nelle coscienze mondiali come un’emergenza morale e umanitaria.

Questa firma non può essere vista come la fine di tutto, ma come l’inizio di un percorso necessario, un passo verso un processo di ricostruzione e di riconciliazione.

Nonostante le cicatrici profonde, la pace rimane un obiettivo agognato, un diritto fondamentale di ogni essere umano che abita questa regione martoriata.

Un gesto che ci impone di riflettere sul valore della vita, sulla tragica perdita di innocenti, israeliani e palestinesi, e sulla responsabilità collettiva di lavorare affinché tali cicatrici non si riaprano mai più.

ma non si possono dimenticare le ferite inflitte se la giustizia resta negata.

Solo affrontando le radici più profonde del dolore e dell’ingiustizia potremo costruire un futuro in cui la pace non sia più un’illusione, ma una realtà condivisa.

La responsabilità è di tutti noi, affinché questa giornata diventi un vero inizio e non un semplice atto formale.

La firma dell’accordo ci ricorda che, anche nelle ore più buie, la volontà di riaccendere la luce della pace può nascere dall’incontro tra il dolore e la solidarietà umana.

Ma è una fiammella che va alimentata e protetta. Non può esserci pace duratura senza giustizia.

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Esperta di questioni internazionali, africanista. È stata insignita per il suo lavoro di giornalista della Medaglia di rappresentanza della Presidenza della Repubblica.

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