Nelle strade della Striscia, il mese sacro non è più annunciato dal bagliore dorato delle lanterne, ma dal vapore delle cucine da campo e da un’ostinata volontà di sopravvivenza. È il Ramadan più difficile della storia palestinese, dove il sacro si intreccia a un incubo senza fine. “O Gaza, nostra luce che sboccia… il tuo spirito è per sempre resiliente”, recita un canto che oggi risuona tra le rovine.
Un tempo, l’arrivo di questo mese era un’esplosione di colori. I fanous, le tradizionali lanterne in metallo e vetro, pendevano da ogni balcone proiettando mosaici geometrici sui muri. Per i bambini, quel piccolo lume era una promessa, la luce avrebbe sempre trionfato sulla notte. Quest’anno i riflessi sono svaniti e le case che ospitavano le lanterne sono cumuli di polvere, le strade festose sono diventate labirinti di macerie.
Il vero fulcro del Ramadan 2026 non è più la tavola imbandita in famiglia, ma la Takiya. Anticamente nata come mensa caritatevole per i poveri, questa istituzione è oggi l’unico pilastro che separa migliaia di persone dalla carestia totale. Attorno a enormi calderoni anneriti dal fuoco di fortuna, alimentato spesso con legna recuperata dai mobili distrutti, si consuma il rito della sopravvivenza. La Takiya è diventata l’unico Iftar possibile: una fila interminabile di bambini che attendono per ore, con una ciotola di plastica in mano, un mestolo di zuppa o di riso. Nonostante i mercati espongano ancora le merci, i prezzi sono astronomici, e per la stragrande maggioranza dei palestinesi il digiuno non è più solo un precetto religioso, ma una condizione imposta dall’assedio.
Sotto lo sguardo gelido della sorveglianza militare che non conosce tregua, la fede si trasforma in resistenza culturale. Nelle tendopoli di Gaza, i più giovani sfidano il silenzio della distruzione: accompagnati dai tamburi, intonano i canti del Suhoor per svegliare i fedeli prima dell’alba.
Questo desiderio di normalità si scontra con la realtà di Gerusalemme Est. Migliaia di fedeli sono stati respinti ai checkpoint della Moschea di Al-Aqsa nonostante i permessi regolari. Le autorità hanno imposto restrizioni durissime, consentendo l’accesso solo agli over 50 e agli under 12. Al contempo, il comandante del distretto Avshalom Peled — nominato dal ministro Ben Gvir — ha esteso di un’ora le incursioni dei coloni ultra-nazionalisti, permettendo loro di restare nel sito per cinque ore, tra canti e danze provocatorie, mentre l’imam Sheikh Mohammed al-Abbasi veniva prelevato dalle forze di sicurezza senza alcuna spiegazione.
Il conflitto morde con ferocia anche in Cisgiordania. Nel villaggio di Tell, la moschea Abu Bakr Al-Siddiq è stata incendiata dai coloni, che hanno lasciato sui muri la scritta “price tag” (prezzo da pagare). Dall’inizio del mese, sono stati arrestati oltre 100 palestinesi, portando il numero dei detenuti a 9.300, inclusi 350 minori. Le organizzazioni per i diritti umani denunciano condizioni disumane: nelle carceri, migliaia di detenuti sono sottoposti a una politica di fame estrema da oltre due anni, con razioni appena sufficienti a restare in vita. Viene loro negato il diritto alla preghiera collettiva e, in molti centri, è stato confiscato persino il Corano, nel tentativo di colpire l’identità spirituale dei prigionieri.
I dati continuano a delineare una catastrofe che supera l’orrore: al 22 febbraio 2026, si contano 72.072 vittime accertate e 171.741 feriti. Secondo The Lancet Global Health, però, il bilancio reale delle morti violente sarebbe superiore del 35% rispetto ai dati ufficiali. Nelle macerie di Gaza, il volto della tragedia è quello dei più vulnerabili. Con donne, bambini e anziani che rappresentano il 56% dei caduti, l’aggressione si conferma un colpo inferto direttamente al cuore delle famiglie, testimoniando la natura indiscriminata di un conflitto che non ha risparmiato l’infanzia né la fragilità degli anziani. Nonostante l’accordo di cessate il fuoco dell’ottobre 2025, la violenza non si è fermata, oltre 600 palestinesi sono stati uccisi durante questo periodo di tregua nominale, vittima di incursioni quotidiane e bombardamenti mirati.
Oggi, ogni preghiera recitata all’ombra di un minareto abbattuto e ogni ciotola di zuppa divisa in una tenda non sono semplici atti quotidiani, ma dichiarazioni di esistenza. Gaza continua a cercare la sua luce tra la polvere, ricordando al mondo che la volontà di vivere su questa terra resta, nonostante tutto, invincibile.


