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Focus internazionale

Gaza allo stremo e sigillata nel silenzio generale

Dentro il perimetro del confinamento assoluto, dove curare è diventato impossibile e sopravvivere è un atto di resistenza.

Mentre l’attenzione del mondo è catalizzata dal nuovo conflitto tra Israele e Iran e dalle tensioni geopolitiche nel Mar Rosso, una catastrofe umanitaria senza precedenti si sta consumando dietro i cancelli sbarrati della Striscia di Gaza. La chiusura totale dei valichi ha trasformato questo territorio in un perimetro invalicabile per 20.000 malati critici e migliaia di bambini, segnando il passaggio da una crisi cronica a una sistematica condanna a morte per i più vulnerabili.

​L’inasprimento delle misure restrittive va oltre il dato tecnico: è il fallimento morale di ogni impegno umanitario. Sigillando ogni varco, il territorio cessa di essere una realtà geografica per diventare spazio di confinamento assoluto, dove la sospensione degli aiuti sancisce la fine di ogni garanzia per i più deboli. Gli accordi precedenti prevedevano l’evacuazione di almeno 50 pazienti al giorno dal valico di Rafah, una quota già minima; eppure, anche prima del blocco totale, solo 15 persone al giorno riuscivano a transitare.

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Dal 1° marzo 2026, il quadro è precipitato: Rafah è chiuso a tempo indeterminato, l’EUBAM ha sospeso le operazioni e Kerem Shalom, pur riaperto parzialmente per le merci, rimane totalmente precluso al transito delle persone.

​Il blocco attuale non colpisce obiettivi strategici, ma si abbatte con precisione chirurgica su chi non ha più il tempo per attendere i tempi della diplomazia. Tra le categorie intrappolate in questo limbo troviamo centinaia di pazienti oncologici, prigionieri di un sistema sanitario ormai spettrale, privo di farmaci per la chemioterapia ed energia per la radioterapia. Per loro, l’impossibilità di attraversare il confine equivale a una sentenza definitiva.

​All’interno degli ospedali rimasti, i medici vivono un paradosso atroce, possiedono le competenze per salvare vite, ma mancano degli strumenti più elementari. Si opera alla luce dei cellulari, con garze riutilizzate e senza anestetici. Il “triage” non avviene più in base alla gravità della ferita, ma in base alla disponibilità di ossigeno. È una medicina di guerra praticata nel buio tecnologico e umano.

​Per migliaia di bambini, la chiusura dei confini non rappresenta solo un isolamento geografico, ma la perdita del futuro. Gaza detiene oggi un primato che pesa come un atto d’accusa contro la coscienza globale: è il luogo con il più alto numero di bambini mutilati al mondo. Qui, l’amputazione è diventata una prassi di sopravvivenza brutale: si taglia per evitare che l’infezione uccida, perché non ci sono i farmaci per curare o il tempo per ricostruire. Ogni giorno, dieci bambini si svegliano scoprendo di aver perso una parte di sé, in un mondo che ha sbarrato le porte anche alle protesi più semplici. Save the Children avverte che, al ritmo attuale, occorrerebbero anni per portare in salvo i 4.000 piccoli in condizioni critiche.

​La violenza, intanto, non concede tregua. Mercoledì 11 marzo, un attacco nel campo profughi di Al-Ansar ha scatenato un vasto incendio tra le tende degli sfollati. Dall’inizio di marzo, il bilancio delle vittime ha subito un’impennata drammatica, una scia di sangue che non risparmia i civili rifugiati nei campi profughi, tra cui la giornalista Amal Shamali, colpita nel campo di Nuseirat. Shamali è una delle oltre 270 voci dell’informazione spente dal 7 ottobre. Anche in Cisgiordania la tensione è altissima, con 8 palestinesi uccisi dagli attacchi dei coloni dal 28 febbraio.

​Oltre alle bombe, Gaza sta morendo per esaurimento. Senza carburante, pezzi di ricambio e con le scorte alimentari del World Central Kitchen quasi esaurite, il sigillo dei confini agisce come una forma di pressione estrema sulla popolazione civile.

E mentre le autorità giustificano il blocco con lo stato di emergenza regionale legato alla guerra in Iran, il prezzo viene pagato in vite civili. Senza la creazione immediata di un corridoio medico protetto e indipendente dalle dinamiche belliche, il bilancio delle “vittime silenziose” supererà presto quello causato dalle esplosioni. Non c’è nulla di politico nel negare il diritto alle cure a chi sta morendo: è, semplicemente, la negazione dei principi fondamentali di umanità.

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