Centinaia di persone si sono riunite martedì presso la Chiesa della Natività nella città santa di Betlemme per celebrare un altro Natale segnato dalla guerra. Niente decorazioni festive per il secondo anno consecutivo, niente folla di turisti e pellegrini, la cupezza portata dalla guerra è palpabile.
Nel cuore della città palestinese, nella Piazza della Mangiatoia, il luogo in cui i cristiani ritengono sia nato Gesù Cristo, dove sorge la Basilica della Natività, un gruppo di scout ha sfilato silenziosamente per le strade, in segno di rispetto e solidarietà per le sofferenze che la popolazione di Gaza sta patendo e per la perdita di migliaia di vite, portando striscioni su cui si leggeva, tra le altre cose,
“I nostri bambini vogliono giocare e ridere”.
Tra i rumori della guerra e le difficoltà della vita quotidiana a Gaza, i riti cristiani sono un messaggio di speranza e fede ferma, testimonianza di come le persone si aggrappino alla loro spiritualità e alle tradizioni soprattutto nei momenti più bui. La fede unisce i cuori e dona la forza di perseverare.
Questo segna il secondo Natale
dall’inizio della guerra. L’atmosfera è mesta anche presso la Chiesa della Sacra Famiglia a Gaza, dove la comunità cristiana ha celebrato il Natale con preghiere e suppliche affinché il terzo Natale possa arrivare con la guerra già finita. Non è una celebrazione festosa “Lo facciamo soprattutto per il bene dei bambini”, hanno detto i fedeli durante le loro preghiere devozionali.
Anche la Chiesa di San Porfirio, la chiesa ortodossa più viva e attiva di Gaza,
terrà preghiere e celebrazione tra una settimana, nonostante abbia subito per due volte nei mesi scorsi pesanti bombardamenti da parte dell’esercito di occupazione israeliano, con decine di morti e feriti tra i cristiani e i musulmani sfollati che avevano trovato rifugio nella chiesa.
Papa Francesco giorni fa ha espresso forti critiche contro gli abusi perpetrati da Israele contro i palestinesi a Gaza.
Questa settimana il ministero degli Esteri di Israele ha convocato l’ambasciatore del Vaticano, l’arcivescovo Adolfo Tito YIlana, per esprimere la propria indignazione per le parole pronunciate da Sua Santità.
Secondo quanto riportato da MiddleEastEye, l’incontro, tenutosi martedì a Gerusalemme e rivelato in seguito dai media israeliani, non è stato classificato come un rimprovero formale ma
ha trasmesso la profonda insoddisfazione di Israele per le osservazioni del Papa che, nei sermoni e durante le Messe, ha
denunciato la morte dei bambini palestinesi, accusando direttamente
Israele di aver commesso ingiustificabili atti di “crudeltà”, prendendo di mira scuole e ospedali, con una violenza tale da aver devastato Gaza.
“Ieri, bambini sono stati bombardati. Questa è crudeltà, non guerra”, ha dichiarato il Pontefice, mettendo in evidenza l’immensa crisi umanitaria in corso nell’enclave assediata.
Israele, in risposta, ha accusato il Papa di
ignorare le sue preoccupazioni di sicurezza. Il timore degli israeliani è che le critiche e i gesti simbolici del Papa – come il presepe di quest’anno in piazza San Pietro con Gesù bambino che riposa su una keffiyeh palestinese – possano influenzare l’opinione pubblica globale.
Il portavoce del ministero degli Esteri israeliano Oren Marmorstein ha accusato il Papa di ignorare il contesto più ampio delle azioni militari di Israele, proprio quelle che hanno portato all’uccisione di più di 17.000 bambini, ovvero la nuova strage degli innocenti.
Anche il reverendo Munther Isaac,
pastore della Chiesa evangelica luterana di Betlemme, a Natale ha tenuto un potente sermone, affermando con forza:
“‘Mai più dovrebbe significare mai più per tutti i popoli. Eppure il ‘mai più’ è diventato ‘ancora’. ”
La strage quotidiana è sotto gli occhi di tutti, non vedere e girarsi dall’altra parte non è più consentito. Soprattutto a Natale.


