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Gaza, un weekend di lutto

Tra i funerali di massa e l'escalation dei coloni in Cisgiordania, la tregua si rivela un'illusione, la violenza non si ferma e migliaia di vittime attendono ancora sotto le macerie.

Domenica 6 settembre a Gaza si è svolto uno dei funerali di massa più grandi della storia palestinese recente. Circa 100 corpi, recuperati dopo settimane di scavi a mani nude e con pochi mezzi meccanici dalle macerie di un edificio del quartiere Al-Zaytoun, sono stati sepolti insieme. Le vittime, secondo Al Jazeera, appartenevano soprattutto alla famiglia allargata Malaka, che da sola ha perso 55 membri, tutti erano rifugiati in un edificio colpito da un raid israeliano risalente a novembre 2023. Il portavoce della Protezione civile di Gaza, Mahmoud Bassal, ha detto che la maggior parte delle vittime erano bambini. Le testate di informazioni concordano sulla sostanza ma non sui numeri esatti dei bambini coinvolti: Al Jazeera parla di circa 60 minori, Daily Sabah e altre fonti di 62, mentre agenzie come Anadolu, IMEMC, al-Quds e diversi siti filo-palestinesi indicano 70 bambini su un totale di circa 100 corpi. È triste vedere come si continui a seppellire persone morte quasi tre anni fa: si stima che oltre 8.000 corpi restino ancora sotto le macerie in tutta la Striscia, e che la rimozione dei detriti resti quasi bloccata soprattutto per la carenza di mezzi pesanti, alcuni dei quali sono rimasti a Gaza solo perché entrati in precedenza per la ricerca degli ostaggi israeliani. Un funerale analogo, per 112 persone della zona di Sabra, si era già tenuto ad agosto. Il cessate il fuoco, intanto, non ferma la violenza. Il 10 ottobre 2025 è entrato in vigore l’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas, frutto del piano in 20 punti promosso dall’amministrazione Trump e mediato da Qatar, Egitto e Turchia, poi recepito dal Consiglio di sicurezza ONU con la risoluzione 2803. Da allora, però, gli scontri non si sono fermati. Secondo l’ufficio media del governo di Gaza, nei primi sei mesi dell’accordo sono state registrate oltre 2.000 violazioni, con centinaia di morti palestinesi.  L’International Middle East Media Center (IMEMC) riporta cifre sconvolgenti: 1.344 morti e 4.481 feriti dalla tregua a oggi, con il ministero della Salute di Gaza che conta complessivamente 73.651 morti e 174.592 feriti dall’ottobre 2023, dato diffuso dalle autorità sanitarie. Intanto a Gaza si continua a morire. Il 6 settembre un’auto è stata colpita da un raid aereo israeliano su Al-Nasr Street, nel centro della città: secondo fonti mediche locali sono morte due persone, tra cui un bambino.

La situazione è difficilissima anche in Cisgiordania, anche per le continue e reiterate violenze da parte dei coloni, che sembrano spadroneggiare senza controllo. Addirittura l’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, si è recato personalmente nei villaggi palestinesi colpiti (tra cui Turmus Ayya e Qusra, abitati anche da cittadini palestinesi con cittadinanza americana) per incontrare le famiglie assediate dai coloni. Durante la conferenza stampa tenuta sabato 5 settembre, l’ambasciatore ha ribadito che incendi di auto, profanazione di moschee e intimidazioni sistematiche «vanno oltre il semplice atto criminale: sono veri e propri atti di terrorismo, qualificando le aggressioni come comportamenti intesi a intimidire e molestare, dichiarandole prive di qualsiasi giustificazione. È stato proprio su specifica pressione formale e urgente degli Stati Uniti che l’esercito israeliano è dovuto intervenire per sgomberare gli avamposti abusivi sorti attorno a Qusra e per scortare i gruppi estremisti fuori dalle aree abitate. Nella notte tra il 2 e il 3 settembre, a al-Mughayyir, villaggio a est di Ramallah, coloni israeliani accompagnati da soldati sono entrati nel villaggio in quello che le fonti palestinesi descrivono come un tentativo di riprendersi un gregge di pecore conteso con gli abitanti. Nello scontro che ne è seguito sono rimasti uccisi due giovanissimi Omar al-Naasan, 19 anni, da poco iscritto all’Università di Birzeit, e Khalil Shehadeh, 16 anni. Secondo la ricostruzione fornita dal Ministero della Salute e dall’agenzia di stampa palestinese WAFA, si sarebbe trattato di una vera e propria “esecuzione a freddo, condotta dai tetti delle abitazioni.” L’agenzia ONU per gli affari umanitari (OCHA) riporta che dall’inizio del 2026 in Cisgiordania sono stati uccisi almeno 79 palestinesi, tra cui 19 minori, e oltre 1.870 sono rimasti feriti, per mano di coloni o forze israeliane. Ancora più grave è il piano proposto il 3 settembre dal ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben Gvir il “Disimpegno 710” (riferimento sia al ritiro israeliano da Gaza del 2005 sia all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023), per favorire quella che lui stesso definisce “emigrazione volontaria” dei palestinesi da Gaza, con una stima di 250.000 partenze nel primo anno, fino a un obiettivo di 1,86 milioni di persone — la grande maggioranza della popolazione della Striscia — entro sette anni, con tanto di ministero dedicato, budget autonomo e un fondo israeliano che potrebbe arrivare a 16 miliardi di dollari, condizionato alla partecipazione internazionale. Il piano arriva in piena campagna elettorale israeliana (si vota il 27 ottobre) e sarà, secondo Ben Gvir, una delle richieste principali del suo partito Otzma Yehudit in un’eventuale coalizione di governo. Il trasferimento forzato di popolazione civile da un territorio occupato è considerato crimine di guerra ai sensi delle Convenzioni di Ginevra; per questo Ben Gvir insiste sulla natura “volontaria” della proposta, mentre altro non è che un progetto di trasferimento demografico mascherato. Va detto che, ad oggi, si tratta di una proposta politica di un singolo ministro, non di una policy approvata dal governo israeliano nel suo complesso, e il ministro della Difesa Israel Katz ha parlato in precedenza di un piano analogo come “congelato” da Trump, non cancellato. Ma chi fermerà Israele? Su questo punto la comunità internazionale non ha risposte, la diplomazia resta paralizzata da veti, ipocrisie e calcoli di potere. Ma laddove la diplomazia non arriva, resta però l’urgenza umanitaria: proteggere i civili e garantire soccorsi non è una concessione politica, ma un obbligo fondamentale. Un cessate il fuoco illusorio non basta. La pace non significa solo fermare le armi per qualche settimana, ma ricostruire condizioni concrete di sicurezza, giustizia e dignità per la popolazione. Perché fino a quando le tregue resteranno solo sulla carta, a parlare per Gaza continueranno a essere quegli oltre ottomila corpi ancora sepolti sotto le macerie, in attesa di una sepoltura che la politica continua a negare loro.

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