Nel cinema come nella geopolitica, il 2026 verrà ricordato come l’anno in cui l’Occidente ha dichiarato guerra alla complessità. Se sul piano militare la nuova guerra del Golfo tra Stati Uniti e Iran si sta impantanando in un logorante scontro di logoramento, sul piano culturale il grande schermo offre uno specchio perfetto di questa crisi con L’Odissea di Christopher Nolan. Due arene apparentemente distanti, eppure unite dallo stesso identico peccato originale: il totale analfabetismo strategico e il rifiuto della mêtis, quell’astuzia analitica che per millenni è stata la vera forza motrice della civiltà mediterranea.
Il mito svuotato: l’Ulisse muscolare di Nolan
Il peccato culturale di Nolan si consuma nella cancellazione dei due pilastri logici del poema omerico: l’inganno di “Nessuno” nella grotta di Polifemo e la prova del letto nuziale con Penelope. Nel film del 2026, l’incontro con il Ciclope viene privato del dialogo e ridotto a un muto survival horror, mentre l’epico talamo d’ulivo radicante al suolo viene rimpiazzato dal feticcio di una spilla d’oro.
Sottratto alla sua intelligenza verbale, l’Ulisse di Matt Damon smette di essere il re degli inganni per trasformarsi in un soldato comune, un reduce traumatizzato che subisce passivamente la furia degli eventi. Persino la regia inciampa in evidenti forzature cromatiche – come il repentino e contestato passaggio del vestito di Penelope da verde a blu tra due inquadrature consecutive – difese dalla produzione come “espressionismo psicologico”, ma percepite dal pubblico come un maldestro tentativo di mascherare un errore di continuità attraverso pretestuose sovrastrutture intellettuali.
Il precedente del 1954: quando la regia parla europeo
Per capire la portata di questo riduzionismo culturale, basta guardare al passato. Nel 1954, il regista italiano Mario Camerini diresse il monumentale Ulisse prodotto da Dino De Laurentiis e Carlo Ponti. Nonostante il ruolo di protagonista fosse affidato a Kirk Douglas – l’incarnazione stessa dell’eroe atletico hollywoodiano – la sceneggiatura, blindata da intellettuali europei del calibro di Ennio Flaiano e Vitaliano Brancati, impose la supremazia del cervello sui muscoli.
L’Ulisse di Camerini sconfiggeva Polifemo (il campione di wrestling Umberto Silvestri) con il vino e la logica, e si ricongiungeva a Penelope (Silvana Mangano) rivendicando il segreto inamovibile della loro memoria condivisa. Quell’opera dimostrò che quando la regia possiede una radice europea, il mito resiste alla banalizzazione: l’eroe non ha bisogno di essere un supereroe invincibile, perché la sua vera arma è la parola, la capacità di comprendere la psicologia del nemico per volgerla a proprio vantaggio.
Dal grande schermo al Golfo Persico: la miopia del Pentagono
Questo cortocircuito cinematografico si riflette in modo speculare e drammatico nella realtà della guerra del 2026 nel Golfo. L’amministrazione guidata da Donald Trump sta affrontando l’Iran, una civiltà millenaria con una profonda memoria storica, applicando la stessa identica linearità muscolare del cinema d’azione americano.
L’insistenza del Pentagono nel bombardare a tappeto i bunker sotterranei iraniani – come le fortezze di Natanz e Yaz, scavate sotto centinaia di metri di granito massiccio – è l’equivalente geopolitico della regia di Nolan. Gli strateghi statunitensi sanno perfettamente che le bombe super-penetranti GBU-57 non possono fisicamente distruggere quelle installazioni protette dalla roccia. Eppure, continuano a colpire gli ingressi in uno show visivo sterile, prontamente vanificato dall’esercito di Teheran che riapre i tunnel nel giro di pochi giorni con normali mezzi movimento terra. È l’illusione della forza visibile: si preferisce l’impatto spettacolare all’intelligenza di una strategia a lungo termine.
La necessità di un “regista” europeo
La nuova guerra del Golfo dimostra che l’approccio del “muro contro muro” e l’unilateralismo muscolare non producono vincitori, ma solo un isolamento internazionale e un’escalation incontrollabile. Se la gestione di questa crisi fosse affidata a un “regista” politico con una profonda sensibilità europea, l’asse del conflitto verrebbe ribaltato.
L’Europa, cresciuta sulle macerie di conflitti secolari risolti solo attraverso il multilateralismo e il diritto, sa che una civiltà millenaria non si piega con le ritorsioni aeree. Una diplomazia della mêtis cercherebbe una soluzione win-win: non la distruzione irrealizzabile del nemico, ma l’integrazione dell’Iran in un sistema di sicurezza regionale, scambiando la revoca delle sanzioni economiche con un controllo rigoroso delle rotte marittime e dei programmi sensibili. Un accordo quadro che permetta a entrambe le parti di tutelare i propri interessi strategici salvando la faccia.
Finché l’Occidente continuerà a preferire la reazione d’impulso allo studio della storia, rimarrà condannato a produrre film senza anima e guerre senza fine. Sia a Itaca che a Teheran, la lezione di Omero resta immutata: di fronte ai labirinti della storia e alle montagne di granito, la forza bruta è solo una messinscena destinata a fallire. La vera vittoria appartiene, da sempre, a chi sa usare l’intelligenza.


