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Gerusalemme, il fermo del Gran Muftì e l’allarme per la libertà religiosa

Mentre il 2026 segna il record di violazioni contro i luoghi sacri, cristiani e musulmani trovano una vicinanza inedita nel nome della difesa del diritto di culto.

Il 10 luglio 2026, lo Sheikh Mohammad Hussein, Gran Muftì di Gerusalemme e punto di riferimento simbolico per la popolazione palestinese, è stato trattenuto dalle autorità israeliane al termine del sermone del venerdì presso la moschea di Al-Aqsa. Dopo ore in custodia, è stato rilasciato con il divieto di accesso alla Spianata delle Moschee per una settimana e l’obbligo di presentarsi a un interrogatorio. Contestualmente, unità speciali della polizia israeliana hanno fatto irruzione negli uffici direzionali del complesso. L’episodio si inserisce in una preoccupante escalation negli ultimi 18 mesi; un precedente fermo del Muftì, avvenuto nel luglio 2025, aveva già sollevato dure proteste internazionali.  Sebbene le autorità israeliane ribadiscano che tali misure siano dettate esclusivamente dalla necessità di prevenire l’istigazione alla violenza in un contesto di estrema tensione, le rappresentanze religiose le leggono come una strategia di pressione politica volta a ostacolare l’esercizio del ministero religioso e a erodere l’identità spirituale palestinese nella Città Santa. La narrazione di Israele continua a ignorare il dolore di una popolazione che si sente soffocare, la verità è che dietro la retorica della sicurezza si nasconde una guerra di logoramento quotidiano. La povertà estrema dei giovani palestinesi e la trasformazione dei quartieri in enclavi chiuse non sono il contorno del conflitto, ne sono il motore. Quando non hai prospettive per il futuro e ti senti estraneo nella tua stessa città, la fede diventa l’unico rifugio. E quando ti viene tolto anche quello, il risultato non è la pace, è una rabbia esplosiva.

Il caso del Gran Muftì non è isolato, anzi il 2026 si sta delineando come un anno di restrizioni sistematiche: un rapporto del Religious Freedom Data Center (RFDC) ha documentato un incremento allarmante di molestie anche contro la comunità cristiana, con 83 atti registrati in 76 incidenti distinti nel solo trimestre aprile-giugno. Oltre al vandalismo contro simboli sacri e al ferimento di una religiosa sul Monte Sion, si moltiplicano le provocazioni, addirittura sono frequenti le testimonianze di atti di spregio, come sputi, rivolti tanto a membri del clero quanto a edifici ecclesiastici, spesso compiuti in pieno giorno, senza il minimo pudore. Questo clima di impunità, alimentato da una debole risposta giudiziaria, viene interpretato come il segnale di un contesto politico sempre più ostile, che minaccia la storica presenza di entrambe le comunità a Gerusalemme Est. Per comprendere la gravità di quanto accade, occorre guardare allo “Status Quo”, il delicato sistema di consuetudini di epoca ottomana che regola la coesistenza tra le confessioni nei luoghi sacri. Questo assetto definisce rigidamente chi ha diritto di gestire e officiare in specifici spazi; di conseguenza, qualsiasi modifica unilaterale viene percepita come una ferita diretta al diritto storico di culto. E mentre il mondo guarda, la diplomazia si è ridotta a una danza di comunicati che non incidono minimamente sulla realtà. La percezione internazionale sta cambiando solo perché ormai è impossibile nascondere che anche Gerusalemme sta diventando un’arena, non più un luogo di culto, e non è solo la libertà di preghiera a essere a rischio, ma è la dignità dell’essere umano. La questione dei luoghi sacri rimane, oggi più che mai, un nervo scoperto in cui la spiritualità si intreccia tragicamente alle logiche di potere. Israele continua a ribadire il proprio impegno a preservare l’ordine pubblico, ma ora anche l’ONU, l’Unione Europea e vari organismi internazionali stanno sollecitando il rispetto del pluralismo religioso, ribadendo che la stabilità di Gerusalemme è indissociabile dalla tutela della libertà di culto. Di fronte a tutte queste pressioni, è emersa una una solidarietà attiva e silenziosa tra cristiani e musulmani, una vicinanza che nasce dal riconoscimento di una “vittimizzazione comune”. Quando il Patriarcato Latino si schiera apertamente per la libertà del Gran Muftì, o quando le comunità musulmane si stringono attorno ai cristiani vittime di atti di spregio sul Monte Sion, la religione smette di essere un motivo di scontro e torna alle sue radici: la compassione e la tutela dell’altro, e questa solidarietà trasforma la dimensione religiosa in una forma di resistenza spirituale. Il Patriarcato Latino di Gerusalemme, che ha vissuto l’inedito impedimento per i vertici ecclesiastici di accedere ai luoghi sacri durante la Domenica delle Palme, ha espresso in più occasioni la propria vicinanza alle altre comunità colpite. In questo clima, le parole del Cardinale Pierbattista Pizzaballa risuonano come un monito profetico:

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“Gerusalemme non è e non può essere il bottino di una disputa di sovranità. Quando la preghiera viene vissuta come una minaccia e i luoghi del sacro vengono violati o interdetti, non si ferisce solo una comunità, si spezza il cuore stesso della nostra convivenza. Se la Città Santa perde la sua capacità di accogliere, di proteggere e di rispettare la fede dell’altro, Gerusalemme smette di essere Gerusalemme e diventa, purtroppo, solo un’altra arena di conflitto.”

 

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