Il Comando Centrale delle Forze Armate Statunitensi (CENTCOM) ha annunciato di aver ripreso, nella giornata di martedì 1° settembre, gli attacchi contro obiettivi del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) in territorio iraniano. Secondo quanto riferito da CENTCOM su X, le operazioni rappresentano la risposta a recenti tentativi dell’IRGC di colpire il traffico mercantile nello Stretto di Hormuz e il personale militare americano dislocato nella regione. Fonti del governo e media iraniani hanno confermato quattro esplosioni sulle città portuali di Chabahar e Konarak, nel sud-est del Paese, nella provincia di Sistan e Baluchistan. Secondo l’agenzia iraniana IRNA, che cita il vicegovernatore per la sicurezza della provincia, generale Ali Khalilabadi, i due centri sono stati colpiti da quattro attacchi distinti; al momento non sono stati resi noti dati definitivi sulle vittime. Ulteriori esplosioni sono state segnalate a est di Bandar Abbas e nei pressi dell’isola di Qeshm, entrambe affacciate sullo Stretto di Hormuz. Secondo alcune fonti locali, più di cinque esplosioni sono state avvertite anche nei pressi del villaggio di Masan, sull’isola di Qeshm. Chabahar e Konarak sono due città portuali strategiche affacciate sul Golfo di Oman, sede di infrastrutture commerciali, marittime e militari di rilievo. La televisione di stato iraniana ha riportato in serata un attacco delle forze statunitensi che ha preso di mira l’aeroporto di Jiroft, nella parte meridionale della provincia di Kerman, mentre gli attacchi continuano a estendersi in tutta la regione.
Il portavoce dell’IRGC, Hossein Mohebbi, ha promesso una “punizione severa” per gli “aggressori”, avvertendo che “l’America si pentirà” dei nuovi attacchi. Sulla stessa linea si è espresso il Quartier generale centrale delle Forze armate iraniane, che secondo l’emittente statale IRIB ha minacciato di sferrare “colpi durissimi e devastanti” contro il “nemico americano”, avvertendo che più Washington insisterà con la propria aggressione nella regione, più pesanti saranno le perdite che dovrà sostenere. I raid di martedì arrivano dopo un nuovo scambio di colpi avvenuto nel fine settimana, il primo dopo oltre un mese di relativa calma. Domenica gli Stati Uniti avevano colpito l’isola iraniana di Larak, nel sud del Paese, con l’obiettivo dichiarato di impedire a Teheran di posizionare mine nello stretto; l’Iran aveva risposto lanciando missili contro postazioni americane in Giordania e negli Emirati Arabi Uniti. Il presidente Donald Trump ha prima dichiarato a Fox News che gli Stati Uniti avrebbero colpito duramente in caso di rappresaglia iraniana, promettendo “una risposta”, poi, in un messaggio successivo sui social, ha rincarato la dose, avvertendo che un’eventuale ritorsione iraniana sarebbe stata punita “a un livello molto più duro e alto”, pur precisando che non si sarebbe trattato “del più grande attacco di tutti, che resta in attesa”: al termine di quello, ha scritto, “resterà ben poco della Repubblica Islamica dell’Iran”. Non è la prima volta che il presidente americano utilizza toni simili dall’inizio del conflitto, lo scorso febbraio. Intanto le rappresentanze diplomatiche statunitensi nel Medio Oriente hanno diffuso martedì nuovi avvisi di sicurezza, invitando i cittadini americani nella regione a mantenere un alto livello di attenzione per un contesto giudicato “sempre più instabile” e a rischio di “escalation imprevedibili”. Gli avvisi raccomandano di verificare direttamente con le compagnie aeree o gli scali locali lo stato dei voli prima di mettersi in viaggio, segnalando il rischio concreto di cancellazioni e chiusure dello spazio aereo. Le note diplomatiche sottolineano che le potenziali minacce non riguardano soltanto obiettivi militari: l’Iran e i gruppi regionali a esso collegati potrebbero colpire interessi americani ovunque nel mondo, comprese aziende, istituzioni accademiche e altri luoghi associati agli Stati Uniti. Il Dipartimento di Stato ha inoltre ricordato che in passato l’Iran ha preso di mira infrastrutture civili — aeroporti, hotel, centri urbani — invitando i cittadini a evitare le basi militari, monitorare eventuali sirene d’allarme e seguire le indicazioni delle autorità locali durante i momenti di scontro aereo. Ora lo scontro non si limita più al solo confronto diretto tra Washington e Teheran. Milizie irachene filo-iraniane hanno lanciato droni contro impianti petroliferi in Arabia Saudita, colpendo aree di Riyadh e delle regioni orientali del regno, secondo l’agenzia di stampa ufficiale saudita SPA. In risposta, aerei da guerra statunitensi e sauditi hanno condotto martedì raid congiunti contro le stesse milizie in Iraq, secondo CENTCOM. Gli Houthi yemeniti, altro alleato di Teheran, avevano già rivendicato lunedì un attacco contro un’infrastruttura petrolifera saudita che rifornisce il terminal di esportazione di Yanbu, sul Mar Rosso — rotta su cui Riyadh fa sempre più affidamento proprio a causa delle interruzioni del traffico nello Stretto di Hormuz. Dopo sei mesi di conflitto, la situazione resta in una fase di stallo: l’Iran mantiene di fatto chiuso lo Stretto, mentre Washington prosegue con il blocco navale dei porti iraniani avviato nei mesi scorsi. Il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent, intervenendo al vertice dei ministri finanziari del G20, ha difeso la strategia della Casa Bianca definendo l’azione militare, le sanzioni e il blocco dello Stretto di Hormuz una “tripletta” capace di mettere in ginocchio l’economia iraniana. Bessent ha inoltre sostenuto che, nel giro di due anni, lo stesso Stretto di Hormuz perderà rilievo come corridoio energetico globale, mano a mano che verranno sviluppati oleodotti alternativi per aggirare quello che ha definito un “collo di bottiglia”. Il segretario ha attribuito il fallimento del memorandum d’intesa negoziato in precedenza alla mancanza di volontà iraniana di raggiungere un vero accordo. Dietro le quinte dello scontro, tuttavia, crescono i timori all’interno del Pentagono. Fonti vicine agli ambienti della difesa riferiscono che i vertici militari statunitensi avrebbero espresso forti perplessità al Segretario alla Difesa circa la sostenibilità a lungo termine di una campagna aerea così estesa. Il ritmo operativo continuo e l’impiego massiccio di costosi missili intercettori per neutralizzare sciami di droni e vettori balistici stanno erodendo rapidamente le riserve strategiche globali delle forze armate americane, alimentando il dibattito sulla vulnerabilità della catena di approvvigionamento militare in vista di eventuali crisi in altri punti strategici.
Mentre Washington persegue la sua strategia di conflitto a tutto campo, la questione dei diritti umani in Iran è stata messa completamente da parte. La brutale repressione interna del regime, un tempo caposaldo della retorica occidentale, è stata silenziosamente rimossa da qualsiasi priorità strategica, sacrificata sull’altare di una cinica realpolitik che subordina ogni istanza umanitaria alle logiche dello scontro militare.


