KABUL/ISLAMABAD – Mentre gli occhi del mondo sono fissi sulle fiamme che avvolgono il Golfo Persico, un altro, devastante fronte si è aperto lungo la Linea Durand, una delle frontiere più contestate e pericolose al mondo. Quello che era iniziato come un conflitto di confine tra i talebani e il Pakistan si è trasformato in una “guerra aperta” che minaccia di ridefinire gli equilibri di tutta la regione.
La tensione, accumulata per mesi a causa delle accuse pakistane verso Kabul di ospitare i militanti del TTP (Taliban pakistani), è esplosa definitivamente giovedì scorso. Dopo una serie di raid aerei pakistani nelle province di Nangarhar e Paktika, i talebani hanno lanciato operazioni di rappresaglia su vasta scala.
Dopo il bombardamento di giovedì 26 febbraio, anche domenica 1 marzo, di mattina, i cieli di Kabul sono stati scossi dalle esplosioni, le difese antiaeree dei talebani hanno aperto il fuoco contro jet pakistani che avevano violato lo spazio aereo afghano, tentando un attacco contro la base di Bagram. Sebbene Islamabad non abbia confermato l’operazione, il portavoce del governo afghano, Hamdullah Fitrat, ha denunciato l’uccisione di 55 civili dall’inizio dell’intensificazione dei combattimenti.
Militarmente, il divario è netto, il Pakistan, potenza nucleare, vanta una superiorità convenzionale schiacciante, ma i talebani, temprati da vent’anni di guerriglia, stanno rispondendo con l’uso massiccio di droni economici, colpendo i campi militari pakistani a Rawalpindi e Quetta (inclusa la base aerea di Nur Khan).
Intanto, mentre combatte sul fronte afghano, il governo di Islamabad sta affrontando un’insurrezione interna senza precedenti. La notizia della morte di Ali Khamenei ha scatenato rivolte violente guidate dalla comunità sciita pakistana, che costituisce oltre il 20% della popolazione. Il bilancio è pesante, almeno 24 morti negli scontri con la polizia. Soltanto a Karachi, dieci persone sono rimaste uccise durante un tentativo di assalto al consolato USA. A Gilgit-Baltistan è stato imposto il coprifuoco di tre giorni dopo che i manifestanti hanno vandalizzato gli uffici delle Nazioni Unite (UNMOGIP). La folla accusa il governo di essere “traditore” per non aver protetto l’alleato iraniano, gridando vendetta contro Israele e gli Stati Uniti.
In mezzo a questo scontro tra titani, centinaia di migliaia di profughi afghani in Pakistan vivono un incubo. Le autorità pakistane hanno intensificato le retate indiscriminate e le espulsioni forzate, ignorando i documenti di soggiorno precedentemente validi (ACC e PoR). Molti vengono prelevati dai posti di lavoro e deportati immediatamente. Il dramma umanitario è sempre più grave, il conflitto sta colpendo i più vulnerabili. Le aree terremotate della provincia di Kunar, dove le famiglie stavano ancora cercando di ricostruire le proprie vite dopo il sisma dello scorso settembre, sono diventate il cuore della zona di guerra, tanto che l’organizzazione Pangea, attiva sul campo, ha dovuto sospendere le operazioni: migliaia di donne e bambini sono stati costretti ad abbandonare le tende in cui si erano rifugiati, fuggendo di nuovo verso il nulla.
L’ex diplomatico Omar Samad avverte: “Il coinvolgimento degli USA e di Israele in Iran sta assorbendo tutta la larghezza di banda diplomatica del mondo.” Il rischio è che il conflitto afghano- pakistano venga lasciato bruciare senza mediazione internazionale, trasformando l’intera regione in una terra di nessuno dominata dai droni e dalla disperazione.
Nonostante gli scontri, il portavoce afghano Abdul Qahar Balkhi ha paradossalmente esortato l’Iran e i paesi del Golfo alla “via diplomatica”. Una richiesta che suona amara, mentre i cannoni della sua stessa nazione sparano verso Islamabad.
In una regione che Omar Samad definisce ‘abbandonata a se stessa’, il pericolo non è più solo la vittoria di una fazione sull’altra, ma il collasso di un’autorità centrale capace di gestire l’ordine in una nazione dotata di armi nucleari. Il vero incendio della Linea Durand potrebbe essere solo all’inizio.


