Tra ritorsioni militari, manovre diplomatiche e una feroce repressione interna, la regione precipita in un’instabilità senza precedenti. La tregua armata tra Iran e Israele è ufficialmente crollata nelle ultime ore. In risposta a una serie di lanci di missili iraniani diretti verso il territorio israeliano, le forze della difesa israeliane (IDF) hanno lanciato una vasta operazione di ritorsione contro obiettivi militari all’interno dell’Iran. L’operazione israeliana ha colpito oltre 15 obiettivi in diverse città, tra cui Teheran, Isfahan, Tabriz, Karaj, Mahshahr, Urmia e varie aree nella provincia del Kurdistan. Tra i siti colpiti figurano infrastrutture militari, siti di lancio di missili terra-terra e la Karun Petrochemical Company a Mahshahr, dove sono state segnalate violente esplosioni. In via precauzionale, l’Iran ha temporaneamente chiuso lo spazio aereo attorno all’aeroporto internazionale di Mehrabad a Teheran. L’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, ha giustificato le azioni definendole una risposta necessaria: “Nessun Paese che si rispetti accetterebbe attacchi missilistici sul proprio territorio”. Intanto un elicottero dell’esercito americano, un Apache, è precipitato vicino allo Stretto di Hormuz, ma lo stesso presidente Trump ha confermato che i due piloti a bordo sono salvi.
Nonostante l’intensità degli scontri diretti, il fulcro del conflitto resta il Libano. Il bilancio degli attacchi di ieri, 8 giugno, è di almeno 12 vittime. Il Presidente libanese ha duramente criticato Teheran, accusando il regime iraniano di strumentalizzare il Libano come ‘carta negoziale’ per proteggere Hezbollah, il cui peso strategico è diminuito in seguito al recente indebolimento degli Houthi. In questo quadro, il Presidente Donald Trump ha assunto una posizione di distanziamento, avrebbe avvertito Benjamin Netanyahu che, qualora decidesse di proseguire la guerra con l’Iran, potrebbe trovarsi a combattere “da solo”. Gli Stati Uniti hanno dichiarato di non aver preso parte, per il momento, alle operazioni israeliane, cercando vanamente di dissuadere Tel Aviv dall’escalation. Di contro, Teheran sostiene che il coinvolgimento statunitense sia “inequivocabile”. I Paesi del Golfo osservano gli sviluppi con crescente preoccupazione, temendo che la questione del nucleare iraniano sia stata ormai accantonata a favore di uno scontro convenzionale. Se da un lato l’Iran sembra intenzionato a usare l’arma dello stretto di Hormuz per rispondere alle sanzioni europee sulla navigazione, dall’altro le Guardie Rivoluzionarie hanno minacciato “colpi più schiaccianti” qualora Israele espandesse le operazioni in Libano. La sensazione è che il regime iraniano stia tentando di gestire il conflitto su più livelli, mentre la popolazione civile paga il prezzo più alto, schiacciata tra i bombardamenti stranieri e il pugno di ferro di Teheran, in una crisi economica senza precedenti che sta erodendo il potere d’acquisto giorno per giorno. La svalutazione incontrollata del rial, un’inflazione che ha superato il 42% e il vertiginoso rincaro dei beni alimentari , con picchi vicini al 75% , stanno letteralmente erodendo il potere d’acquisto delle famiglie, riducendo milioni di cittadini in condizioni di estrema indigenza. Il sistema, pur continuando a dirottare enormi risorse verso l’apparato militare e il mantenimento delle milizie regionali, si trova soffocato dall’isolamento internazionale e dal blocco di ingenti capitali esteri. La popolazione civile si ritrova così schiacciata tra il peso di una crisi economica sistemica e le dure ripercussioni di un conflitto che ha annientato ogni residua speranza di stabilità economica.
In questo clima di precarietà, anche il controllo delle informazioni è diventato asfissiante. Mentre i riflettori del mondo sono puntati sui missili, la realtà interna dell’Iran precipita in un ‘buco nero’ informativo. Il regime ha approfittato della guerra per blindare ancora di più il Paese e reprimere ogni forma di dissenso, consolidando il proprio pugno di ferro anche attraverso la recente interruzione totale di internet, durata ben 88 giorni. La repressione è feroce. Dall’inizio delle proteste migliaia di persone, inclusi minori, sono state arrestate sotto il pretesto della sicurezza nazionale. Soltanto dal 28 febbraio, inizio della guerra, le autorità hanno inasprito la repressione con oltre 6.000 arresti, con un’allarmante escalation nelle esecuzioni capitali: almeno 39 persone sono state giustiziate, tra cui molti giovanissimi, all’esito di processi sommari, privi di ogni garanzia legale e segnati sistematicamente dal ricorso alla tortura. Nonostante tutto, in questi sono state segnalate nuove proteste a Teheran, Mashhad, Isfahan e Shiraz, soprattutto degli studenti delle scuole superiori, contro la controversa riforma del Konkur, l’esame nazionale di ammissione all’università. Storicamente considerato l’unico ascensore sociale meritocratico, la riforma ha minato le speranze dei giovani meno abbienti, alimentando il malcontento. I giovani continuano a lottare per i propri diritti e il dissenso sale proprio da quel futuro che il regime ha colpito duramente.
Nel frattempo la situazione resta in continua evoluzione; le informazioni sui danni materiali e sulle vittime civili nei siti colpiti dagli attacchi israeliani sono ancora frammentarie e in fase di verifica.


