A giugno 2023, il capo e fondatore della milizia Wagner, Evgenij Viktorovič Prigozhin, prima di essere eliminato con un missile che ha centrato il suo aereo diretto a Mosca dove si recava per negoziare un accordo col suo amico presidente della Federazione Russa Vladimir Vladimirovič Putin, si era permesso di smentire Putin stesso via Telegram sulle vere motivazioni della sua invasione dell’Ucraina accusando apertamente il suo ex grande amico e finanziatore di “ingannare” il popolo russo e il mondo, svelando che Putin avrebbe potuto già allora, prima dell’invasione, instaurare negoziati diretti con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ed evitare il conflitto.
Secondo Prigozhin, che era in possesso di notizie di prima mano dal Cremlino, Kiev non stava progettando di lanciare nessuna offensiva sui territori ucraini in precedenza invasi o attaccati indirettamente da Mosca per mezzo delle milizie paramilitari o mercenarie che Putin da tempo segretamente finanziava (cioè i contractors Wagner, e i cosiddetti “uomini verdi”, cioè i soldati regolari russi privi di stellette e di insegne, ma abbondantemente forniti di armi russe, anche più sofisticate di quelle che una milizia non regolare potesse permettersi). Come Prigozhin disse in un suo video, in quei territori: “alla vigilia del 24 febbraio 2022 non era successo nulla di straordinario” (cioè nulla di più rispetto alle solite incursioni “russe” su territorio ucraino e alle contromosse di Kiev) e aveva aggiunto che era falso affermare il verificarsi di “livelli folli di aggressione da parte ucraina” e dare per certo che Kiev li “avrebbe attaccati assieme all’intero blocco della Nato”. Infine, aveva dato per non veritiero che l’Ucraina avesse indiscriminatamente “bombardato il Donbass per 8 anni” come aveva sempre affermato la propaganda russa: l’Ucraina aveva “solo colpito le posizioni militari russe” infiltrate nel proprio territorio e aveva sottolineato che l’operazione speciale fosse stata “avviata per un motivo completamente diverso” da quello affermato da Putin. Ovviamente un testimone così scomodo non poteva rimanere in circolazione, per molto meno ne erano stati eliminati già tanti (giornalisti, oppositori, candidati alle elezioni, ecc., sia sul territorio russo sia all’estero). Fatto sta, che dopo poco, come tutti ricordiamo, un “incidente” aereo chiuse per sempre la bocca a Prigozhin.
Insomma, qual è la verità? Riavvolgiamo il nastro e cominciamo dall’inizio
La nostra storia inizia nel lontano 1919 quando, dopo la fine della prima guerra mondiale, la Conferenza di pace di Parigi sancì la nascita di un nuovo Stato, in seguito alla dissoluzione parziale dell’Impero zarista russo, l’Ucraina. Una nascita perfettamente in linea con la lunga stagione detta della “Primavera dei Popoli”, o “delle Nazioni”, iniziata nell’Ottocento con il Risorgimento italiano e di altre nazioni che nel tempo, senza entrare troppo nei dettagli, si erano liberate grazie a lotte sanguinose ed estenuanti, formando infine un proprio Stato unitario.
Anche la nazione ucraina ha avuto una lunga, millenaria formazione. Potremmo citare i Sarmati e gli Alani descritti da Tacito negli Annali, ma si trattava di popolazioni nomadi. Le prime notizie di civilizzazione stanziale di quei territori partono dal VII-IX secolo. Segue, tra il IX e il XIV secolo, il periodo Kiev-Galiziano e la formazione della Rus’ di Kiev. Poi lo stato Galizia-Voliniano, con l’introduzione del Cristianesimo, i legami con l’Europa occidentale e lo sviluppo del popolo ucraino separatamente da quelli russo e bielorusso. In seguito le terre ucraine divengono parte sia del Commonwealth lituano-polacco sia dell’Etmanato (un’entità statale costituita dai cosacchi dell’Ucraina). Infine, sia l’Etmanato sia il Commonwealth scompaiono dalla mappa politica dell’Europa, entrando a far parte della composizione di due imperi: russo e austriaco. Durante questo periodo (fine del XVIII secolo – 1917) tutto ciò che è ucraino viene liquidato: lo zarismo russo proibisce la lingua e la cultura ucraina. Tuttavia si assiste alla nascita di una forte sensibilità nazionale ucraina e all’emergere del desiderio d’indipendenza.
Così, a spese degli imperi centrali (asburgico, prussiano e russo) nacquero nazioni come la Polonia, gli Stati Baltici, la Germania, la Cecoslovacchia, l’Ungheria, la Romania, la Bulgaria, la Moldavia e così anche l’Ucraina. L’Italia aveva completato il suo riscatto nazionale nel 1918 con l’acquisizione del Trentino-Alto Adige/Sudtirolo e della Venezia Giulia, mentre in Ucraina, dopo la prima guerra mondiale, seguì una rivoluzione nazionaldemocratica e una lotta per la riunificazione (1917-1920). L’Ucraina, quale stato indipendente, letteralmente nacque a Parigi alla conferenza di pace, con un territorio che comprendeva la Crimea e si estendeva sino a Rostov sul Don, Sochi e tutta la regione che lungo le coste del Mar Nero giunge fino al confine georgiano, oggi territorio della Federazione Russa.
Tuttavia, questo neonato stato ucraino non ebbe lunga vita. Con lo scoppio della guerra civile russa in seguito alla rivoluzione bolscevica e alla sconfitta dell’esercito russo bianco, la nascente Unione Sovietica aveva incorporato il territorio ucraino rendendolo una delle repubbliche costituenti dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Fu introdotta una forte collettivizzazione dell’economia, la lingua ucraina fu nuovamente proibita, le popolazioni furono private della loro libertà nazionale, indipendenza, proprietà, cultura. Tuttavia, il popolo ucraino non aveva mai digerito questa annessione, né la sottomissione a Mosca e il disprezzo a cui era sottoposto come gruppo etnico erroneamente considerato inferiore ai russi. Un rapporto di amore-odio, dominatore-dominato che esiste ancora oggi.
Fu per questo che poterono verificarsi episodi come il cosiddetto Holodomor, il genicidio per fame che molti storici – e anche una risoluzione approvata dallo stesso parlamento russo nel 2008 – affermano sia stato perpetrato da Mosca negli anni ‘30 a danno delle popolazioni ucraine per eliminare il locale movimento indipendentista. E fu per questo che durante la Seconda Guerra Mondiale tale movimento indipendentista con alcuni suoi esponenti colse l’occasione dell’avanzata tedesca per liberarsi dalle catene sovietiche, forse senza riflettere su quale fossero le catene migliori. Un episodio che, comunque, ci lascia comprendere a quale grado di sopportazione fossero giunte le popolazioni ucraine per preferire lo sterminio da parte tedesca rispetto a quello russo.
Di qui le accuse attuali, rivolte a tutti gli ucraini indistintamente, di essere filo-nazisti – mentre solo una minoranza si considera oggi nostalgica del collaborazionismo ucraino, non già perché filo nazista ma perché dichiaratamente antirusso, – accuse fatte da parte russa dimenticando i milioni di militari e civili ucraini che persero la vita per fornire il loro contributo determinante alla vittoria nella cosiddetta Grande Guerra Patriottica, cioè la Seconda Guerra Mondiale: una vittoria che la propaganda putiniana tende, purtroppo con successo, a considerare esclusivamente russa, grazie al disprezzo istillato contro gli ucraini e alla disinformazione dovuta alla cancellazione di qualsiasi voce dissenziente dal regime.
Quanto alla Crimea, un tempo parte dell’Impero Romano, poi colonia della Repubblica di Genova, e nelle centinaia di anni trascorsi, attraverso vari passaggi, facente parte dell’Impero Ottomano, nel 1783 fu conquistata dall’Impero Russo. A quel tempo la penisola era abitata in prevalenza da popolazioni turche, tatare e in minoranza da ucraini e russi. Nel XX secolo, dopo la riconquista seguita all’invasione tedesca, tutti i tatari di Crimea furono deportati dal regime sovietico poiché accusati di collaborazionismo, con ingenti perdite in vite umane. Il territorio fu in seguito ripopolato artificialmente da altri abitanti, essenzialmente russi e ucraini, trasferiti volontariamente o su base forzosa come pratica costante dei regimi imperiali succedutisi da sempre in Russia riguardo alle province conquistate o sottomesse, al fine di disporre di una massa critica di popolazione russa o russofona che giustifichi nel tempo la rivendicazione di sovranità.
Infine, nel 1954, su iniziativa del Presidium del Soviet Supremo, i parlamenti della repubblica sovietica russa e di quella ucraina dettero il loro consenso al trasferimento della Crimea, in conformità con l’articolo 18 della Costituzione sovietica, che affermava che “il territorio di una Repubblica federata non può essere modificato senza il consenso parlamentare.” In aggiunta, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la Russia di Eltsin riconobbe che la Crimea appartenesse all’Ucraina nel 1991 con l’Accordo di Belaveža, o di Minsk, con cui si dava vita alla Comunità degli Stati Indipendenti (CIS), ed anche nel 1994 con il Memorandum di Budapest con cui l’Ucraina accettava di cedere tutte le sue testate nucleari alla Russia in cambio, fra l’altro, della riconferma della “indipendenza e sovranità dei confini esistenti dei firmatari”, Donbass, Luhansk e Crimea compresi: accordo questo controfirmato dal presidente russo a Mosca il 14 gennaio 1994 alla presenza del presidente degli Stati Uniti Bill Clinton.
Dopo l’insediamento di Putin al Cremlino, il decennio Eltsiniano fu messo in discussione: la Federazione Russa si lanciò in una serie di guerre di riconquista (o operazioni speciali, come Putin ama addolcire il termine guerra per quella minima parte del suo popolo zombificato che ancora perde tempo ad ascoltare le notizie di regime) per riprendere i territori delle nazioni che con la caduta dell’URSS avevano finalmente avuto la loro “primavera” d’indipendenza nazionale. La prima operazione ostile dei russi in territorio ucraino è considerata il disarmo delle unità militari di Kiev in Crimea nel 2014 da parte del “Gruppo Wagner”.
Tre rappresentanti del comando di questo Gruppo, in un’intervista anonima a Radio Liberty in seguito affermarono: “Nel 2014, il compagno Igor Vsevolodovič Girkin si infiltrò nel confine ucraino fino a Slovyansk, nel Donbass del nord, con un gruppo di criminali che lo supportavano. Girkin non era ucraino, era un militare russo nato a Mosca nel 1970, ex colonnello dell’KGB in pensione dal 2013, soprannominato Strelkov (traducibile come Fucilatore). Non avevano potuto attraversare il confine ucraino in precedenza, perché a quel tempo il confine esisteva effettivamente e l’intera organizzazione si svolgeva a Rostov sul Don, in Russia. Presero in affitto una base logistica con ufficiali competenti dei servizi speciali e del Ministero della Difesa russo. Il primo distaccamento del giugno 2014 si chiamava Luna, il secondo Steppe. In realtà questi erano gruppi tattici composti da 250 persone. Allora non ne facevano parte militari ingaggiati privatamente appartenenti al gruppo Wagner (che di solito erano ex militari russi regolari congedati o in pensione di età compresa tra i 35 e i 55 anni), ma qualcosa di regolare l’avevano: lo stipendio del ministero della guerra russo. Uno dei distaccamenti che “s’infiltrarono” per primi nel Donbass fu quello capitanato da Dmitry Utkin, un gruppo che presto iniziò a essere chiamato Wagner, da una passione del suo capo per il Terzo Reich. E dato che questo gruppo Wagner era stato apprezzato, si decise di ampliarlo”. Da allora, si ritiene che il gruppo abbia organizzato continuativamente un’assistenza armata importante nel Donbass attaccando le strutture statali e parastatali del nuovo governo ucraino. Nessuno dei capi del movimento indipendentista era cittadino ucraino o residente stabile in ucraina, quindi non ha senso parlare di un movimento indipendentista del Donbass o del Luhansk.
Ovviamente le autorità ucraine dovettero respingere le azioni commesse da questi gruppi militari e paramilitari, di qui la propaganda statale russa che giustificava l’invasione con la necessità per i russi di “portare assistenza e riparo alle popolazioni russe o russofone attaccate dall’esercito di Kiev”, mentre si trattava delle reazioni dell’esercito regolare ucraino alle operazioni militari russe effettuate inizialmente sotto copertura e sfociate successivamente in conflitti aperti.
Quindi se prima del 24 febbraio 2022 non era vero che per 8 anni l’Ucraina avesse indiscriminatamente bombardato il Donbass, se Kiev non stava progettando di lanciare nessuna offensiva sul territorio conteso o sulla Russia, se fino ad allora non era successo nulla di straordinario, a parte le solite mosse russe e contromosse ucraine, se era falso accusare Kiev e la NATO di preparare addirittura un prossimo attacco alla Russia, e se quindi l’operazione speciale, cioè la guerra d’invasione, era stata avviata per un motivo completamente diverso da quello affermato da Putin, quale secondo Prigozhin poteva essere questo motivo? Ovviamente non lo sappiamo, perché la risposta rispetto a questi interrogativi è evaporata assieme alle povere spoglie del suo autore al momento dell’impatto con il missile che lo ha ucciso. Tuttavia analizzando i comportamenti di Putin in occasione di altrettante “crisi” territoriali, volte a riacquisire alla Russia Federale i territori perduti con la dissoluzione della Russia sovietica, abbiamo esattamente il quadro ripetitivo dell’autocrate di turno abituato a tentare le potenze garanti i territori contesi con la strategia del “fatto compiuto”. Lo fece Hitler prima della Seconda Guerra Mondiale con il territorio della SAAR, senza che nessuna delle potenze garanti muovesse un dito in nome della pace da non turbare. E Hitler ne trasse le conseguenze: aveva il via libera. Ripetette la stessa cosa con l’Anschluss, l’annessione dell’Austria, e anche lì non ricevendo alcuna reazione, dopo il trattato di Monaco di Baviera, mise i firmatari di fronte al fatto compiuto prendendosi tutta la Cecoslovacchia. Il messaggio era chiaro, avrebbe potuto continuare all’infinito, i paesi imbelli nulla avrebbero fatto per fermarlo perché erano del tutto impreparati a resistere, e se lo avessero fatto sarebbero stati sopraffatti, come poi avvenne con la Gran Bretagna e la Francia, almeno in un primo momento, perché non disponevano di alcuna deterrenza, cioè alcun sistema che potesse scoraggiarlo in caso di attacco per mezzo di una certa ed efficace ritorsione.
Putin si comportava ora allo stesso modo con l’Ucraina dopo aver invaso Cecenia, Ossezia, Georgia, Crimea sempre senza conseguenze. Era sicuro che anche con l’Ucraina nessuno avrebbe fatto nulla, come infatti è avvenuto, a parte che gli ucraini non si sono fatti conquistare in tre giorni come Putin sperava e dopo tre anni ancora resistono.
Il resto è noto. Fino al giorno prima dell’invasione Putin dichiarava che i duecentomila militari al confine ucraino e bielorusso si trovassero lì con carri armati, cannoni e obici per una semplice esercitazione di routine e che le paure dell’occidente erano pura schizofrenia. Ecco quale importanza occorre riservare alle dichiarazioni, alle promesse e ai trattati firmati dalla Russia. Teniamone conto noi Europei durante le trattative in corso e, qualsiasi cosa accada, anche dovesse fortunatamente scoppiare la pace, prepariamoci a costruire il nostro sistema di deterrenza.


