Almeno 70 persone sono state uccise nella notte tra sabato e domenica nella località di Petite-Rivière-de-l’Artibonite, nel nord-ovest di Haiti, a seguito di una serie di attacchi descritti come “brutali e coordinati” da parte di gruppi armati. Il bilancio, inizialmente stimato in 16 vittime dalla polizia haitiana, è stato successivamente rivisto al rialzo dalle Nazioni Unite, evidenziando ancora una volta la difficoltà di ottenere dati affidabili in un contesto di violenza diffusa e controllo territoriale frammentato.
Secondo quanto dichiarato da Carlos Ruiz Massieu, rappresentante speciale dell’ONU nel paese, le aggressioni hanno colpito più località in modo simultaneo, configurando un’operazione pianificata. L’attacco sarebbe stato attribuito al gruppo armato noto come “Gran Grif”, attivo nella regione dell’Artibonite, un’area strategica per gli equilibri tra le diverse fazioni criminali.
La violenza delle gang rappresenta da anni il principale fattore di destabilizzazione del paese. Secondo un recente rapporto dell’Alto Commissariato ONU per i diritti umani, tra marzo 2025 e metà gennaio 2026 si registrano oltre 5.500 morti legati a scontri tra bande, operazioni di polizia e violenze contro la popolazione civile. Omicidi, sequestri, stupri e saccheggi costituiscono una realtà quotidiana, soprattutto nella capitale Port-au-Prince ma sempre più anche nelle aree rurali.
Sul piano internazionale, Haiti resta al centro di un tentativo di stabilizzazione sostenuto dalla comunità globale. È confermata la presenza di contingenti di polizia provenienti dal Kenya nell’ambito della Missione multinazionale di supporto alla sicurezza, autorizzata dall’ONU. Questa forza, guidata proprio dal Kenya, è stata dispiegata a partire dal 2024 con l’obiettivo di affiancare la polizia haitiana nel contrasto alle gang.
I militari e gli agenti keniani sono tuttora operativi nel paese, sebbene con capacità limitate rispetto all’estensione del territorio e alla forza delle organizzazioni criminali. Il loro mandato non è formalmente quello di una missione di peacekeeping classica delle Nazioni Unite, ma di supporto operativo e formazione, con interventi mirati nelle aree più critiche.
Tuttavia, l’efficacia della missione resta oggetto di dibattito. Da un lato, la presenza internazionale ha contribuito a contenere alcune aree urbane strategiche; dall’altro, episodi come quello di Petite-Rivière-de-l’Artibonite dimostrano che le gang mantengono una significativa capacità offensiva e di coordinamento.
La crisi haitiana si configura sempre più come un fenomeno sistemico, in cui la fragilità istituzionale si intreccia con dinamiche economiche e sociali profonde. Haiti, già il paese più povero delle Americhe, vive una situazione di collasso della governance, con istituzioni deboli e una presenza statale spesso assente in ampie porzioni del territorio.
In questo contesto, le gang non sono soltanto attori criminali, ma veri e propri soggetti politico-territoriali, capaci di esercitare forme di controllo sociale e di economia informale. La violenza, dunque, non appare episodica ma strutturale, alimentata da reti locali e transnazionali.
Le Nazioni Unite hanno ribadito l’urgenza di rafforzare il sostegno internazionale, non solo sul piano della sicurezza ma anche su quello umanitario e istituzionale. Senza un intervento multilivello, il rischio è quello di un ulteriore deterioramento della situazione, con conseguenze rilevanti anche sul piano regionale, in particolare in termini di migrazioni e instabilità geopolitica.


