Non si dovrebbero mai fare paragoni o classifiche tra popolazioni che stanno subendo le conseguenze di spaventose crisi umanitarie: è solo un macabro e cinico rituale contabile.
Il paragone tra crisi umanitarie al centro dell’attenzione e dimenticate, invece, è un dovere farlo perché chiama in causa le responsabilità della politica internazionale e anche dei mezzi d’informazione, il cui compito spesso si riduce a raccontare cosa fa la prima.
Possiamo concludere quindi che nel 2024, a differenza di quella dell’Ucraina e di quella della Striscia di Gaza occupata, la crisi umanitaria (e dei diritti umani) in Sudan è stata pressoché ignorata, con l’eccezione di questo portale – che l’ha seguita dalle sue premesse e nel suo sviluppo – e di poche altre testate.
Eppure quella crisi, originata dalla ripresa del conflitto, nell’aprile 2023, tra esercito e paramilitari (gli eredi dei predoni a cavallo che devastarono il Darfur all’inizio del secolo), è tutto meno che locale. A favore dell’una o dell’altra parte sono schierati attori regionali e persino Russia e Ucraina. All’una o all’altra parte arrivano armi, persino per fare stragi in Darfur dove dovrebbe essere rispettata una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sull’embargo alle armi, che Amnesty International chiede sia non solo fatta applicare ma anche ampliata al resto del Sudan.
Se la crisi del Sudan è ignorata, figuriamoci le altre in corso nel continente africano: dalle stragi di civili in Burkina Faso e nella Repubblica Democratica del Congo allo scontro politico in atto in Mozambico; dalle derive omofobe in Ghana e Uganda alla repressione dell’attivismo giovanile in Kenya.
Potremmo andare avanti a lungo. Ma di questo anno orribile voglio ricordare almeno due buone e importanti notizie, arrivate proprio nell’ultimo mese del 2024.
Il 2 dicembre la corte d’appello di Bruxelles ha riconosciuto la responsabilità del Belgio nel rapimento e nella sistematica segregazione razziale dei bambini e delle bambine metìs (nate da madri congolesi e padri belgi) durante la colonizzazione del Congo Belga. Il procedimento era stato avviato da cinque donne metìs, nate nel Congo Belga tra il 1948 e il 1952.
Il 12 dicembre il parlamento dello Zimbabwe ha approvato la legge che abolisce la pena di morte. Il provvedimento è stato trasmesso per la ratifica al presidente, noto abolizionista.


