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Interviste

Sudan, il leader dell’SLM Abdul Wahid al-Nur a Roma, un appello per la giustizia e il dialogo

Al-Nur a Roma: "No agli accordi parziali, il Sudan ha bisogno di uno Stato unitario e della giustizia per il Darfur"

L’incontro con Abdul Wahid Mohamed al-Nur, leader della fazione Movimento/Esercito di Liberazione del Sudan (SLM/A), si è tenuto a Roma venerdì 7 novembre, in una sala in cui è stata rilevata una scarsa presenza della stampa nazionale, fatto che ha evidenziato ancora una volta la mancanza di un’adeguata copertura mediatica per la drammatica crisi in atto in Sudan. All’evento ha partecipato anche Abdulrazig Mohammad, Responsabile del Collegamento Esteri del Movimento.

Abdul Wahid Mohamed al-Nur è il leader di una fazione del Movimento/Esercito di Liberazione del Sudan (SLM/A), un gruppo ribelle associato principalmente al conflitto del Darfur.

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Nato nel Darfur nel 1968, è un avvocato, nonché presidente e fondatore dell’SLM/A, un importante movimento originario del Darfur. Istituito intorno al 2001, l’SLM/A è stato uno dei gruppi chiave che ha lanciato l’insurrezione contro il governo sudanese nei primi anni 2000, portando al conflitto del Darfur. Al-Nur è noto per aver costantemente rifiutato di firmare i vari accordi di pace per il Darfur, il che gli è valso il soprannome di “Dr. No”.

La fazione guidata da Abdul Wahid Mohamed Al-Nur è nota per la sua posizione intransigente. Al Nur ha chiarito il motivo per cui ha più volte respinto gli accordi di pace, dicendo che si tratta sempre di accordi parziali che non fanno altro che spostare in avanti il problema. La sua fazione ha respinto l’Accordo di Pace del Darfur del 2006 (Accordo di Abuja) e gli accordi successivi, poiché, a loro avviso, non affrontavano adeguatamente le cause profonde del conflitto o non garantivano giustizia e sicurezza per la popolazione.  Al-Nur e la sua parte hanno costantemente insistito per l’instaurazione di un governo civile in Sudan e sono strenui sostenitori della giustizia, cooperando con la Corte Penale Internazionale (CPI) riguardo all’incriminazione dell’ex presidente Omar al-Bashir.

Al-Nur ha esordito col dire che il movimento da lui guidato non appoggia nessuna delle fazioni in conflitto in questo momento in Sudan, né l’esercito sudanese (The Sudanese Armed Forces), né le RSF.

“Siamo un movimento nazionale, liberale, democratico, per un Sudan libero. Sosteniamo la necessità di una separazione tra politica e religione, per un Sudan unito in cui ognuno possa professare e riconoscersi in una religione liberamente, nessuno escluso, musulmani cristiani animisti atei. La nostra visione è quella di una società di uguaglianza e diritti civili.”

“Siamo stati costretti a prendere le armi dopo il colpo di stato di Al Bashir e abbiamo creato un esercito di liberazione, ci siamo opposti e abbiamo lottato contro la dittatura. Abbiamo visto commettere crimini di guerra contro la popolazione sudanese a migliaia, hanno ucciso senza pietà. Ora al Bashir e i suoi sono perseguiti dal tribunale dell’Aia per i crimini del suo regime.” La CPI nel Marzo 2009 ha emesso un mandato di arresto per crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi in Darfur, e nel Luglio 2010 un secondo mandato di arresto in cui ha aggiunto l’accusa di genocidio in Darfur.

“Abbiamo rifiutato l’accordo di Abuja del 2006 perché non garantiva né la giustizia per i crimini commessi né la sicurezza per la popolazione, in particolare, non prevedeva un disarmo immediato e verificabile dei Janjaweed. Anche l’ Accordo di Juba (2020) era incompleto. Dopo il 2012 hanno diviso il Sudan in quattro parti: Darfur, Sud Sudan, Kordofan e Sudan Orientale, ma il Sudan è un solo stato. Noi sosteniamo la necessità di uno Stato Nazionale. Non possiamo accettare gli accordi precedenti, non hanno funzionato.”

“Perché siamo qui? Il Sudan ha centinaia di anni di storia alle spalle, prima della colonizzazione britannica è stato ricchissimo. Dopo la cacciata degli Inglesi nel 1956 non c’è stata mai pace, perché è un paese creato in modo artificioso.”

La creazione di uno Stato unificato che abbracciasse regioni così diverse (dal deserto del Nord alle paludi del Sud, dal Darfur all’Oceano Indiano) sotto un’unica amministrazione centrale ha creato tensioni strutturali e una costante lotta tra il centro e le periferie per il potere e le risorse. La divisione “artificiale” del Paese è la radice storica della secessione del Sud Sudan nel 2011 e della continua lotta per l’autonomia e la giustizia in aree periferiche come il Darfur e il Kordofan. La base storica del gruppo è stata spesso la regione di Jebel Marra nel Darfur.

“Il nostro movimento è sostenuto da organizzazioni studentesche e dal FPU (Fronte Popolare Unito). La cultura crea una nuova mentalità democratica fra i giovani; è fondamentale arrivare ai giovani attraverso la cultura e la conoscenza.” L’attivismo studentesco ha una lunga e potente storia in Sudan, fungendo spesso da catalizzatore per i cambiamenti politici.​ Gli studenti sono stati in prima linea in quasi tutte le rivoluzioni e rivolte contro i regimi militari, compresa la rivoluzione che ha rovesciato al-Bashir.

“Nel 2019 hanno cacciato Bashir, ma un gruppo di opportunisti ha tradito la rivoluzione e noi siamo stati esclusi come movimento, non ci hanno coinvolti. La Comunità internazionale non ci ha supportati, volevano risolvere rapidamente, ma il cambiamento culturale profondo che noi vogliamo ha bisogno di tempo. E così ora è scoppiato nuovamente il conflitto. Abbiamo chiesto a tutti i partiti politici, alla società civile, agli eserciti di sedersi al tavolo della trattativa e cercare di risolvere insieme i problemi alle radici. Ognuno ha le sue rivendicazioni.”

“Noi siamo africani, se qualcuno sostiene che siamo arabi non dice la verità, è una forzatura. Siamo sudanesi, ognuno col suo credo, ma il Sudan appartiene a tutti egualmente.”

“Quale sistema vogliamo? Presidenziale, Repubblica parlamentare? È il popolo che deve scegliere, soltanto il popolo.”

“Siamo un paese potenzialmente ricco, molto ricco. Ma ora le nostre risorse sono sprecate, anche quelle idriche. È una terra fertile, ricca di minerali, uranio, gas, petrolio, oro, diamanti. Siamo derubati, paghiamo i colonizzatori, siamo asserviti. Molti paesi stranieri hanno interessi in Sudan, ma cosa ci danno in cambio? I sudanesi devono sapere, devono avere le giuste conoscenze per comprendere chi può essere utile e chi ci manipola semplicemente. Dobbiamo essere consapevoli del nostro valore.”

“Noi sosteniamo una nuova dottrina di unità, l’esercito dovrebbe proteggere la sovranità del Sudan, la popolazione civile, non fare colpo di stato e distruggere il paese.

Ora noi stiamo controllando una regione grande come il Belgio. Nella zona di al Marra stiamo facendo di tutto per aiutare i profughi che arrivano, dividiamo tutto con chi non ha niente. Da noi non c’è guerra, niente droni né bombe, è il posto più sicuro attualmente. Ma abbiamo accolto 6 milioni di persone finora, siamo passati da 3 a 9 milioni in poco tempo, 1/4 della popolazione del paese.”

“Ci serve sostegno, altri continuano ad arrivare, ci mancano soprattutto i medicinali. La situazione umanitaria è terribile. Sono arrivati da Khartoum, Darfur, White Nile, soprattutto bambini, orfani. La nostra capacità di fornire assistenza, cibo, rifugi, scuole, è ormai limitata. ONU, UE non ci hanno aiutato, i tagli agli aiuti umanitari ci hanno lasciati in una situazione tragica. Abbiamo incoraggiato la produzione agricola e gli scambi commerciali interni, ma non possiamo farcela.”

“Bisogna fermarsi e capire come fermare la guerra, cercare una soluzione di transizione seguita da libere elezioni. Il Partito Umma non accetta, lo fa solo a parole. L’accordo a Kampala è saltato. Ci serve il sostegno del popolo sudanese e l’appoggio internazionale. Ma i media non danno spazio. Ringrazio l’Italia, ringrazio per il sostegno la Comunità di Sant’Egidio e la società italiana, spero che anche il suo governo ci appoggi”.

Il Partito Umma è un pilastro storico dell’identità politica sudanese, ma è anche una forza con cui i leader come al-Nur hanno avuto relazioni tese, spesso accusandolo di compromesso politico a scapito delle esigenze di giustizia radicale.

“Solo una soluzione pacifica ottenuta tramite il dialogo e la negoziazione può portare a un accordo. In 22 anni abbiamo avuto 5 milioni di morti, ora siamo 2 stati, nessuno in pace. SPLM combatte il regime da 24 anni. Ora abbiamo ancora le armi, ma ci servono per proteggere i confini e la popolazione. Abbiamo distribuito le nostre forze a presidiare la regione per garantire sicurezza. Non combattiamo una causa personale ma contro il regime che ci sta distruggendo. La guerra non è mai la soluzione, solo il dialogo lo è. Crediamo profondamente nella pace, nessuno può stare in guerra per sempre.

“Insieme alle donne sudanesi, che sono una parte importantissima del movimento, sosteniamo una cultura della pace e del dialogo. Le nostre ‘Kandaka’, le regine della rivoluzione, siedono insieme a noi al tavolo del dialogo.”

Ricordiamo che le donne sudanesi sono state in prima linea nella lotta per il cambiamento e la giustizia, in particolare durante la rivoluzione che ha portato alla caduta di Omar al-Bashir. Come dimenticare l’attivista Alaa Salah, immortalata in piedi su un’auto mentre guida i cori di protesta con indosso il thobe tradizionale bianco, che è diventata un’icona e l’emblema della ‘Kandaka’ della Rivoluzione.

“L’umanità non ha colore, non ha confini, non ha religione, non ha geografia. Questo deve essere il principio fondante del Sudan libero.”

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