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Focus internazionale

Afghanistan, l’escalation con il Pakistan riaccende il conflitto lungo la Linea Durand

Tra il fallimento della deterrenza militare e le trappole della propaganda digitale: l'instabilità della cosiddetta Linea Durand minaccia l'intero equilibrio dell'Asia meridionale

La tensione tra Islamabad e Kabul ha raggiunto una nuova fase critica, dopo che il Pakistan ha lanciato una serie di operazioni militari, inclusi raid aerei e incursioni terrestri, nelle province afghane di Paktia, Paktika e Kunar. L’offensiva, scatenata in risposta a un sanguinoso attacco terroristico contro una struttura dei Rangers a Karachi, rivendicato da una fazione del TTP (Tehrik-e-Taliban Pakistan), costato la vita a tre soldati pakistani, ha riacceso bruscamente il conflitto lungo la cosiddetta “Linea Durand”, lasciando dietro di sé una scia di vittime civili e interrogativi urgenti sulla tenuta diplomatica dell’Asia meridionale. Secondo la missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA), i bombardamenti pakistani hanno causato almeno 28 morti civili, tra cui donne e bambini, e 49 feriti. Gli afghani contestano tuttavia queste cifre, denunciando un bilancio ben più grave: 36 vittime e 163 feriti, oltre alla distruzione di diverse abitazioni civili. I talebani hanno accusato l’aeronautica pakistana di aver colpito ripetutamente le stesse aree, mirando deliberatamente ai civili che prestavano soccorso dopo i primi impatti. Le immagini diffuse mostrano villaggi rasi al suolo e feriti in condizioni critiche.

Per il Pakistan, l’operazione, definita come una risposta necessaria alla sicurezza nazionale, mirava a colpire i covi di militanti legati al Tehreek-e-Taliban (TTP) e, nello specifico, alla fazione Jamaat-ul-Ahrar (JuA), una delle fazioni più estremiste e pericolose nate dalla scissione del TTP , che ha rivendicato l’attentato di Karachi. Le autorità pakistane hanno dichiarato di aver eliminato almeno 29 combattenti, tra cui un comandante, durante le operazioni mirate. Il segnale è preoccupante, il ritorno del JuA conferma la determinazione delle organizzazioni militanti di voler riaffermare la propria rilevanza attraverso attacchi su larga scala, in una fase in cui la violenza in Pakistan è già aumentata del 34% nel corso dell’ultimo anno. Il Segretario Generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha invocato l’immediata cessazione delle ostilità, sollecitando entrambe le parti a risolvere le dispute attraverso la diplomazia, ma gli appelli alla moderazione restano inascoltati. Mentre Islamabad accusa Kabul di offrire rifugio a gruppi terroristici, il governo afghano denuncia una violazione sistematica della propria sovranità. La situazione sta alimentando un crescente sentimento anti-pakistano tra la popolazione afghana, offrendo ai Talebani una narrazione di resistenza contro un’aggressione esterna che rischia di unire, seppur temporaneamente, anche le frange più critiche del regime di Kabul. Al contempo la strategia pakistana, basata quasi esclusivamente sulla pressione militare, si sta rivelando inefficace. Nonostante i raid e le campagne di deportazione di massa nei confronti dei cittadini afghani, gli attacchi terroristici in suolo pakistano proseguono, suggerendo che il problema non possa essere risolto senza affrontare le carenze strutturali della governance e della sicurezza di frontiera.

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La cosiddetta “Linea Durand” rimane oggi uno dei confini più instabili al mondo. Per le famiglie di Paktia, Paktika e Kunar, la realtà è quella di una crisi umanitaria cronica, dove la povertà e lo sfollamento si sommano alla paura dei bombardamenti. L’escalation militare al confine tra i due Paesi sta avendo consequenze devastanti sia sui rifugiati afghani, che sulla popolazione che vive sulla linea di confine, che si trova, di fatto, “presa in ostaggio” tra due fuochi. La loro condizione, già precaria a causa di anni di instabilità, è ulteriormente esacerbata dal clima di sospetto e dalle ritorsioni politiche. Con il deteriorarsi dei rapporti diplomatici, il governo pakistano ha intensificato la pressione sui rifugiati afghani. La politica di Islamabad, che spesso associa la presenza di cittadini afghani a minacce alla sicurezza nazionale o a presunti legami con militanti del TTP, da alcuni anni si traduce in espulsioni forzate; migliaia di persone senza documenti in regola o con permessi scaduti sono costrette a rientrare in Afghanistan, un Paese che molti di loro non riconoscono più o dove non hanno più alcuna risorsa per sopravvivere. Anche i rifugiati registrati presso l’UNHCR vivono in un limbo, in cui la registrazione offre solo un sollievo parziale e non garantisce protezione reale contro arresti arbitrari o molestie da parte delle autorità locali in momenti di alta tensione. Molti rifugiati che non possono tornare in Afghanistan perché perseguitati dai Talebani, ad esempio minoranze religiose, ex collaboratori del precedente governo, giornalisti o attivisti, sono costretti a vivere in totale clandestinità. Il regime talebano, a sua volta, non riesce (o non vuole) contenere i gruppi militanti che operano dal proprio suolo.I Talebani afghani hanno bisogno di mantenere una base di supporto tra le tribù pashtun, che vivono su entrambi i lati del confine. Se il regime di Kabul dovesse reprimere il TTP troppo duramente, rischierebbe una rivolta interna contro il proprio governo. Ma la crisi tra Islamabad e Kabul non si esaurisce nel perimetro della Linea Durand; essa, anzi, rappresenta un test critico per la stabilità dell’intera Asia centrale e meridionale. Al centro di questo scacchiere si trova il Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), pilastro della strategia di espansione occidentale di Pechino. La Cina, che ha investito miliardi di dollari per integrare le economie di Pakistan e Afghanistan, si trova ora in una posizione scomoda: i suoi due principali “pilastri” regionali si stanno scambiando colpi di artiglieria proprio lungo le direttrici infrastrutturali che dovrebbero garantire la prosperità futura. Per Pechino, la sicurezza è diventata una condizionalità imprescindibile, ma la persistente instabilità rischia di trasformare il corridoio in un deserto operativo, forzando la Cina a un ruolo di mediatore sempre più assertivo e, al contempo, frustrato.

​Parallelamente, il conflitto si sta combattendo su un fronte invisibile ma devastante: quello della guerra ibrida. Le piattaforme social, da X a Telegram, sono diventate i nuovi campi di battaglia dove si consuma una propaganda incessante. Gruppi militanti e apparati mediatici dei Talebani utilizzano attivamente il “media jihad” per manipolare la percezione pubblica: attraverso la diffusione di video decontestualizzati, notizie false (come l’annuncio di presunti attentati mai avvenuti o la manipolazione di eventi politici interni al Pakistan) e narrazioni radicali, i protagonisti di questo scontro cercano di avvelenare il clima sociale e distruggere la tenuta del nemico, incitare le popolazioni civili alla rivolta e influenzare il dibattito internazionale. In questo scenario, la verità è la prima vittima e il confine fisico tra “realtà” e “manipolazione digitale” è ormai annullato, rendendo quasi impossibile una de-escalation diplomatica: i contenuti virali infiammano l’opinione pubblica, di fatto neutralizzando la capacità dei governi di perseguire soluzioni diplomatiche. A questa dinamica si aggiunge il complesso gioco di alleanze regionali, con l’Iran che osserva con preoccupazione il deterioramento dei rapporti tra i vicini, temendo che l’instabilità possa tracimare nel Belucistan o minacciare i delicati equilibri energetici della regione. Il rischio concreto è che la disputa bilaterale inneschi una “sindrome di accerchiamento” in Pakistan, che vede l’India avvicinarsi pericolosamente all’orbita di Kabul, trasformando una crisi di confine in un rompicapo geopolitico dove gli attori non sono più soltanto due, ma un intreccio di interessi globali che rendono la soluzione politica un obiettivo sempre più lontano.

In definitiva, finché la forza, sia essa militare o digitale, prevarrà sulla diplomazia, il confine rimarrà una ferita aperta, alimentando un ciclo di ritorsioni che non promette né sicurezza per il Pakistan, né sovranità per l’Afghanistan, ma solo un futuro di ulteriore isolamento e sofferenza per i popoli che, sulla Linea Durand, vivono da decenni il peso di un gioco che non possono controllare.

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