Fino al 2028 sembrerebbe che abbiamo un sacco di tempo, ma non è così. Se il dibattito sulla successione di Donald Trump è un argomento tutto interno agli USA e al Partito Repubblicano, il nostro interesse e la nostra comprensione di ciò che bolle in pentola oltre Oceano e di come la pentola europea non sia ancora sul fuoco e anzi sia drammaticamente vuota, sono alquanto scarsi.
Trump ha più volte detto che potrebbe voler correre per un terzo mandato, peraltro non consentito dalla loro costituzione, questo lo sappiamo, ma come possa lui aggirare tale divieto e in caso non ci riesca, chi siano i candidati alternativi più accreditati per portare avanti la sua politica può essere conosciuto solo da pochi addetti ai lavori.
Tra tali candidati alternativi c’è il figlio Donald Trump jr., che in puro stile imperiale viene annoverato come successore araldico, sebbene ancora staccato di svariati punti da altri candidati. Lo precedono Ron DeSantis, l’ultraconservatore governatore 100% italoamericano della Florida, e il Segretario di Stato e Consigliere per la Sicurezza Nazionale Marco Rubio di origini italo-cubane che, essendo sulla scia di Trump beneficia del suo abbrivio, sebbene il favorito da tale scia sia indubbiamente il Vicepresidente James David Vance, nato come James Donald Bowman prima di essere adottato dal terzo marito della madre, ma da molti chiamato semplicemente J.D..
Il motivo per cui J.D. sia considerato il delfino di Trump, prima di tutto sta nel fatto che proprio lo stesso tycoon lo abbia definito tale per la sua, attuale, grande fedeltà e incondizionata aderenza al programma, da alcuni considerato un vero e proprio “appiattimento” acritico nell’appoggiare anche le più assurde prese di posizione del presidente. I sondaggi attuali lo posizionano al 52% (fonte: Emerson College) e in forte vantaggio rispetto a tutti gli altri candidati repubblicani. L’altro motivo è che J.D. è riuscito a farsi ascoltare sia dai grandi finanziatori e colletti bianchi delle aree tecnologiche della Silicon Valley, sia dai colletti blu “caucasici” (cioè di pelle bianca) che tradizionalmente costituiscono la base elettorale di Trump nelle aree USA in declino industriale (o che un tempo in declino lo erano) – in passato, si dice che il suo appeal tra i giovani attivisti repubblicani ha raggiunto quasi l’83% nei sondaggi informali. – Infine, la sua alta visibilità e la sua posizione nell’Amministrazione, gli conferisce una forza che quotidianamente si alimenta senza sforzo grazie al driver del tycoon cui è agganciato.
A J.D. non mancano tuttavia punti di debolezza. Dieci anni fa, non perdeva occasione di criticare Trump e addirittura di definirsi: “a ‘Never Trump’ guy, (un tipo ‘Mai con Trump’)” e aggiungeva: “I never liked him (Non mi è mai piaciuto)” perché considerava il Tycoon un nuovo Hitler, e la gente questo non se lo dimentica, infatti oggi le sue posizioni a volte sono più trumpiane dello stesso Trump, ad esempio quando si dice non solo contrario ad ammettere l’aborto, ma addirittura di esserlo anche in casi di incesto e stupro, o ad esempio quando osteggia il divorzio. Così, molti sondaggisti lo percepiscono come eccessivamente aggressivo e “inauthentic (poco autentico)” o “phony (falso)”, in particolare come riporta un noto sito web USA fondato dal celebre sondaggista Nate Silver che analizza i sondaggi di opinione, notoriamente considerato infallibile. Giudizi espressi proprio per quel cambiamento di cui si diceva, dall’essere in passato tanto contrario a Trump a lodarlo tanto sperticatamente oggi, e dall’aver compiuto una metamorfosi in un certo senso kafkiana, ma inversa: strategica e trionfante, dall’intellettuale di prima al populista di oggi. Questo gli ha guadagnato la fama di persona “controversal (controversa)”, acuita dagli improvvidi commenti sulle “childless cat ladies (le gattare senza figli)” che gli hanno fatto perdere pezzi importanti dell’elettorato femminile moderato.
Altra fetta di elettorato che certamente non voterà per lui alle prossime elezioni è quella dei cittadini di pelle scura a causa della vicenda dei somali: J.D. Vance si è fedelmente allineato alla retorica di Donald Trump fino a gestire, nell’applicazione delle politiche che prendono di mira la comunità somala degli Stati Uniti, la parte operativa diretta. Infatti, Vance ha recepito e aumentato la definizione trumpiana dei somali come “pirates (pirati)” incalliti che così come razziano le navi nel Mar Rosso, “pillaged (hanno saccheggiato o si sono accaparrati)” gli aiuti pubblici negli Stati Uniti, facendo poi tutto un fascio con il sistema del welfare USA che, a suo dire, sosterrebbe l’immigrazione irregolare. Più volte Vance ha poi approvato con convinzione le affermazioni di Trump che definivano “garbage (spazzatura)” i migranti che avrebbero dovuto “go back to where they came from (tornarsene da dove sono venuti)”. Affermazioni fatte da Trump mentre Vance batteva i pugni sul tavolo per testimoniare il suo appoggio incondizionato, e non poteva essere altrimenti, visto che Trump lo aveva nominato a capo della task force incaricata di fare “war on fraud (guerra alla frode)”, una guerra specificamente mirata a colpire le truffe miliardarie che secondo il tycoon sarebbero orchestrate proprio dalla comunità somala, principalmente quella residente nello stato del Minnesota: un misto di verità circoscritte al periodo della pandemia – riguardanti 250 milioni di dollari, non 19 miliardi, – e di grandi esagerazioni politiche, dato che il numero degli indagati si limita a 70 individui. Tutte affermazioni impiegate da Trump e Vance per scopi puramente propagandistici facendo tutto un fascio contro una comunità che annovera oltre 150 mila somali onesti nel solo Minnesota. Ma come sappiamo, i regimi autoritari hanno sempre bisogno di un capro espiatorio per scatenare una guerra contro qualcuno o qualcosa e aggregare attorno a sé il consenso.
Nonostante tutto ciò, J.D. resta il favorito per una successione a Trump nel campo repubblicano, anche se ci aggiungiamo l’isolazionismo in politica estera e la sudditanza a Trump in posizioni anti aiuti all’Ucraina e scettiche contro la NATO. Nella sua vita privata non emerge nulla di negativo, e sua moglie Ushua Vance, avvocato di alto livello, un po’ lo riscatta, sebbene i suoi rapporti con il tycoon della Silicon Valley, Peter Thiel, che ha finanziato con 15 mila dollari la corsa di J.D. al Senato, lo anno fatto accusare di essere una testa di legno per conto dei principali stakeholder nel campo delle nuove tecnologie, mentre inizialmente si era presentato come un difensore dei lavoratori.
La sua carriera militare nei Marines e i suoi brillanti inizi nel mondo del venture capital, che lo hanno fatto diventare ricco, sono punti validi a suo favore. Certo J.D. ha dovuto finanziare i suoi studi, che negli USA sono notoriamente molto costosi, accedendo a una combinazione di benefici militari, borse di studio e anche ai proventi di lavori part-time quando era più giovane. Il suo percorso è un esempio di crescita sociale che tuttavia non sarebbe stata possibile in mancanza proprio di quei sistemi di supporto pubblico e accademico che oggi il movimento MAGA non solo contesta e vuole indebolire, me che vuole del tutto abolire. Oggi il suo patrimonio è considerato oscillante tra i 5 e i 10 milioni di dollari, dovuto principalmente alla vendita dei diritti d’autore sul libro “Hillbilly Elegy” che racconta la sua scalata sociale da ragazzo abbandonato dal padre, cresciuto dai nonni materni, pensionati a basso reddito, a carrierista nel mondo del venture capital, di investitore in proprietà digitali e, come detto, di biografo di se stesso.
Oggi il suo principale handicap sono i possibili conflitti d’interesse che gli procurano proprio quelle attività finanziarie che lo hanno reso ricco. Soprattutto gli intrecci tra investimenti privati e decisioni governative che gli procura il suo ruolo nell’amministrazione presidenziale. Principalmente il fondo Narya Capital, che Vance ha fondato nel 2019 e di cui, nonostante le sue dismissioni operative detiene ancora quote consistenti stimate tra i 600 mila e gli 1,2 milioni di dollari, un fondo in forte espansione. J.D. inoltre detiene quote in un’azienda di tecnologie per la difesa, la Anduriel Industries. Come vice presidente, ciò lo espone a forti critiche in ordine alle decisioni che è chiamato a prendere in merito ai contratti governativi del ministero per la guerra (come oggi hanno rinominato il ministero per la difesa), contratti ça va sans dire di svariati miliardi di dollari.
La sua spinta per un rinnovamento del Pentagono basato su un’iniezione massiccia di nuova tecnologia lo espone a critiche spietate circa il favoritismo delle sue proprietà. E non basta aver messo in “blind trust” (cioè in gestione cieca) tali proprietà o averle in parte liquidate, perché i suoi legami personali con esse restano stretti. Inoltre molti criticano il suo ruolo nella piattaforma video “Rumble”, un’alternativa a YouToube che il mondo MAGA osteggia, a causa della moderazione dei suoi contenuti definendo tale moderazione “censura ideologica delle Big Tech”: J.D. ci ha investito, sempre tramite Narya, qualcosa tra i 100 e i 250 mila dollari. Sia Rumble, sia Truth Social di Trump, sono diventate le case digitali del movimento MAGA e ospitano ufficialmente i contenuti di Trump. E’ stato proprio Vance a promuovere Rumble come grimaldello per “bypassare i media mainstream”.
Quanto ai suoi rapporti con la UE, la posizione sovranista di J.D. Vance solleva un enorme paradosso transatlantico che tuttavia lui ignora totalmente poiché lo risolve mediante un cambio di priorità strategica. Per Vance la preminenza militare degli Stati Uniti non si gioca più affermandola sul terreno europeo ma in Asia. Il nuovo nemico è la Cina, non la Russia, e ogni dollaro speso in Europa, anche per difendere l’Ucraina, è un dollaro sottratto al confronto e al contenimento cinese. Vance preferisce che l’Europa si renda sempre più militarmente autonoma, sapendo bene che così facendo essa diventerà sempre più indipendente dagli USA, piuttosto che rimanere sprotetto in Asia. E, nel suo disegno, tale indipendenza dagli USA resterà sempre un’ipotesi remota perché sa bene che ancora per molti anni, forse per sempre, l’Europa sarà strutturalmente incapace di conseguirla.
Se l’Europa, sulla spinta statunitense, decidesse di riarmarsi veramente, dovrebbe comunque comprare armamenti e tecnologie strategiche di produzione USA (tipo i droni Anduril o i missili Tomahawk, o i caccia F-35). Si passerebbe da un “vassallaggio fisico”, con militari USA con gli scarponi sul terreno europeo, a un “vassallaggio tecnologico-industriale” da poter esercitare a distanza. E seppure l’Europa, riarmata con tecnologia statunitense, si ponesse come ipotetica “Terza Forza” tra USA e Russia, per J.D. Vance questo non costituirebbe un problema: gli USA uscirebbero dalla NATO ancor più a cuor leggero, o diminuirebbero la loro presenza della coalizione, e inizierebbero a relazionarsi verso l’Europa (o più probabilmente) con i singoli stati (tra cui Polonia e Italia in prima linea) come hanno sempre preferito. Del resto uno sganciamento dell’Europa dall’energia e dalla tecnologia degli USA appare del tutto improbabile, se non impossibile per J.D. e questo le impedirebbe di commerciare liberamente con Cina e Russia su un piano di neutralità. Per l’Europa, diventare un blocco unito, specialmente senza l’ombrello USA, è del tutto improbabile, anzi diventerebbe sempre più frammentata dividendosi in sfere d’influenza, peggio di adesso, il che consentirà sempre agli USA di applicare il divide et impera attuale. Per Vance il rischio, remoto, di un’Europa meno “obbediente” è largamente compensato da Stati Uniti più liberi di focalizzarsi, nell’immediato, sulla sfida con la Cina, che per loro riveste un obiettivo esistenziale.
Se poi questo rischio remoto dell’indipendenza europea col passare del tempo si concretizzasse e l’Europa riuscisse davvero a raggiungere, attraverso la messa a fattor comune delle proprie best practice e l’acquisizione di sovranità tecnologica e bellica, una massa critica tale da porsi come entità autonoma rispetto agli acquisti militari critici dagli USA, certo un cambiamento sistemico globale per Vance sarebbe necessario. Ma, ancora una volta, un’Europa forte e unita, sebbene una minaccia economica potenziale, per Vance costituirebbe una minaccia minore dell’attuale peso che rappresenta per gli Stati Uniti (una vera e propria palla al piede). La sua scommessa sarebbe una via di mezzo: un’Europa che si armi abbastanza in uomini e armamenti, sebbene sempre in modo sempre più autonomamente dalla tecnologia USA, così da non aver più bisogno di soldati americani, mantenendo però un grado di frammentazione tale da poter continuare a dipendere dalla tecnologia e dalla politica USA e quindi da non poter mai dire di “no” a Washington.
E chi potrebbe far sì che questo rischio per gli USA di una Europa sempre più indipendente, seppur remoto, si verificasse? Chi potrebbe essere l’antagonista europeo di Vance in caso di sua elezione dopo Trump? Beh, qui usciamo dal terreno delle dichiarazioni ed entriamo in quello delle speculazioni. Chi potrebbero essere i principali attori ad incarnare pienamente l’idea di un’Europa unita e tecnologicamente indipendente?
In primo luogo il paladino della “sovranità europea”, Emmanuel Macron. La sua visione spinge affinché l’Europa (come un tempo la Francia di De Gaulle) non sia un “vassallo” degli USA, e per un’industria difesa europea (ma a trazione francese), come il progetto del caccia FCAS e una disciplina europea che imbrigli le Big Tech statunitensi. Purtroppo però la sua leadership non è unanimemente appoggiata, anzi, è vista troppo franco-centrica, specie da paesi come la Polonia e l’Italia che gli preferiscono quella statunitense.
In secondo luogo Mario Draghi, il paladino tecnico della coesione europea. Il suo Rapporto sulla Competitività (2024) è divenuto l’ABC per chi nell’UE persegue l’autonomia. Da ex banchiere qual è, Draghi afferma che senza un massiccio debito comune e una politica industriale coordinata (tecnologie, AI, chip, energia) l’irrilevanza europea è garantita. La sua ricetta è condivisa da molti leader europei moderati e da svariati funzionari di altro livello di Bruxelles che non vogliono rassegnarsi all’egemonia USA, Russa e Cinese. Purtroppo le forze di destra, che sono in ascesa nella UE e che premono per una maggiore sovranità nazionale, preferiscono avere migliori rapporti con un cittadino statunitense come J.D. Vance, piuttosto che perseguire un sogno di “indipendenza europea” guidata da un cittadino europeo alla Mario Draghi. Per loro è preferibile uscire dall’influenza di Bruxelles piuttosto che da quella di Washington. Fortunatamente, colossi industriali franco-tedeschi come Airbus, Thales o aziende di AI come Mistral e Aleph Alpha premono fortemente sui propri governi per ottenere protezione e finanziamenti che le salvaguardino dal dominio incontrastato delle aziende della Silicon Valley e questo porterà fisiologicamente a una maggiore integrazione europea, se non guidata dagli statisti nazionali, almeno dalle aziende nazionali.
Oggi come oggi non esiste un leader che possa opporsi a Washington senza far rischiare a se stesso, al proprio paese e all’UE il collasso economico o militare. Solo sotto la pressione di una minaccia proveniente dall’esterno l’Europa potrebbe spingersi più oltre verso una nuova fase di integrazione e questo potrebbe verificarsi con la scelta di Trump o Vance di sganciarsi dalla NATO, o d’imporre ulteriori insopportabili dazi che innescassero una insostenibile guerra commerciale.
Il compito di un eventuale unificatore europeo quale un Macron o un Draghi certamente non troverebbe terreno fertile con una presidenza Vance. Rispetto a Macron il rapporto è apertamente conflittuale sul piano personale e politico, ci sono molti esempi passati al riguardo. Rispetto a Draghi, sebbene non lo abbia mai attaccato sul piano personale, Vance ha ripetutamente guardato quanto l’economista italiano ha proposto per l’Europa con molta diffidenza e scetticismo. Si è opposto radicalmente al debito comune europeo e all’Eurobond per finanziare la difesa e l’innovazione (e non poteva essere altrimenti perché la difesa e l’innovazione che vuole Draghi è del tutto europea, non statunitense). Vance lo ha ipocritamente accusato di rafforzare il “super-stato” burocratico di Bruxelles per egemonizzare gli stati che lo compongono (senza tener conto che è proprio il “super-stato” di Washington il primo esempio di controllo rispetto ai 50 stati che compongono gli USA). Inoltre, in interventi più recenti, Vance ha fatto riferimento alla “insignificanza” che Draghi intende scongiurare in futuro per l’EU, ma l’ha ritorta conto l’Europa stessa, ritenuta oggi incapace di agire senza il permesso di Washington o di riformarsi senza applicare modelli economici che Vance ritiene superati: un esempio di alta contraddizione.
Vance rigetta l’idea di un’Europa equidistante tra USA, Russia e Cina. Per lui il vero nemico in l’Europa non sono le superpotenze (come la sua) ma il nemico interno: la perdita dei valori tradizionali (di cui forse Vance nulla sa, almeno per quanto riguarda quelli europei). Forse vorrebbe che noi fossimo armati come i cow-boy americani che detengono legalmente o illegalmente arsenali in ogni casa pronti ad uccidere chiunque invada il loro giardino e ad armare qualsiasi squilibrato che entri in una scuola per fare una strage; forse vorrebbe che avessimo la pena di morte come loro e non la rieducazione del condannato; o vorrebbe che risolvessimo le controversie internazionali attraverso la guerra come tradizionalmente fanno gli Stati Uniti, anche oggi in IRAN, anziché attraverso il dialogo e la diplomazia in ossequio alla nostra costituzione; o vorrebbe che riesumassimo la schiavitù per secoli ammessa dalla loro religione, o la segregazione dei neri (la cosiddetta segregazione razziale) praticata fino a pochi decenni fa, e forse non ancora totalmente abolita in certe zone e quartieri degli States; o vorrebbe che le nostre forze di polizia procedessero a fermi, perquisizioni e rastrellamenti nelle strade come fa l’ICE negli Stati Uniti, senza controllo e armata di impunità, uccidendo cittadini statunitensi inermi, e deportando bambini prelevati sin nelle case o nelle scuole, anziché avere rispetto per la persona umana.
È vero, i nostri valori sono certamente diversi da quelli loro, per noi quelli cel rispetto della persona umana sono quelli più importanti. Abbiamo bisogno di un’Europa forte e coesa per poterli ribadire ed esportare in tutto il mondo quale esempio da imitare, anche da loro negli USA, per estirpare finalmente il mito, la pratica e la preminenza della forza sulla ragione, e con essa, il mito tutto statunitense dell’uomo forte al comando senza limiti né morale, se non la sua.


