Il vertice NATO in corso ad Ankara si sta consumando in un clima di estrema tensione, non solo per il deterioramento della situazione in Iran, ma anche per le clamorose spaccature interne all’Alleanza Atlantica. Mentre la diplomazia tenta disperatamente di evitare una nuova deflagrazione regionale, Donald Trump ha trasformato il summit in un palcoscenico per duri attacchi frontali ai partner europei. Le parole del presidente americano all’apertura dei lavori sono state inequivocabili, Trump ha pronunciato un vero e proprio ‘j’accuse’ , monopolizzando il summit con toni sprezzanti verso diversi alleati europei. Ha definito la Spagna senza mezzi termini un “partner terribile”, arrivando a minacciare ritorsioni commerciali, e ha stroncato l’operato dell’Italia, bollata come “pessima” nella gestione delle proprie responsabilità strategiche. Non è mancata, poi, la stoccata sulla Groenlandia, definita ancora una volta, senza mezzi termini, come una necessità strategica non negoziabile.
In questo scenario, la richiesta di Trump di portare la spesa militare al 5% del PIL sembra un vero e proprio ultimatum: la protezione americana non è più un bene garantito a buon mercato, soprattutto ora che l’Alleanza è chiamata a rispondere a un’instabilità nel Golfo che minaccia di nuovo direttamente le forniture energetiche globali. La posizione dell’Italia si fa dunque sempre più delicata: sebbene la premier Giorgia Meloni abbia riaffermato la solidità del legame con gli Stati Uniti, il governo ha dovuto incassare le aspre critiche di Washington, che ha rimarcato la divergenza di vedute sulla gestione della crisi iraniana. Mentre Meloni ribadisce il pieno sostegno all’Alleanza, il governo italiano si trova in una posizione scomoda: con una spesa ferma al 2,8% del PIL, Roma deve ora giustificare a Washington, che esige una proiezione di forza più decisa, la difficoltà di colmare rapidamente il divario verso l’ambizioso traguardo del 5% fissato dalla NATO entro il 2035 (composto da un 3,5% per la difesa classica e un 1,5% per la resilienza e le infrastrutture critiche). Intanto, in queste ultime ore la situazione nel Golfo Persico sembra precipitare un’altra volta. Il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha confermato di aver completato un nuovo ciclo di attacchi massicci contro l’Iran, colpendo oltre 80 obiettivi tra sistemi di difesa aerea, radar costieri, capacità missilistiche e imbarcazioni dei Guardiani della Rivoluzione (IRGC). Questi raid sarebbero la risposta diretta agli attacchi iraniani contro navi commerciali nello Stretto di Hormuz, definiti da Washington come una “violazione ingiustificata” del cessate il fuoco. La reazione di Teheran non si è fatta attendere: le forze iraniane hanno lanciato droni e missili contro basi statunitensi in Kuwait e Bahrein, con la minaccia di chiudere completamente lo Stretto di Hormuz in caso di ulteriori aggressioni. Di pari passo con l’escalation militare, si profila una nuova guerra economica: il Dipartimento del Tesoro statunitense ha infatti revocato le deroghe precedenti, ripristinando il regime sanzionatorio su petrolio, gas e derivati iraniani. Teheran ha denunciato una violazione plateale del memorandum d’intesa sottoscritto appena poche settimane fa, accusando Washington di “agire in totale malafede.”
La tensione nello Stretto di Hormuz torna ad essere il punto critico di una crisi che minaccia direttamente la sicurezza marittima e i mercati energetici internazionali. Mentre i leader mondiali sono riuniti ad Ankara, il rischio è che il precario equilibrio tra Washington e Teheran sia ormai definitivamente compromesso. Con il fallimento dell’accordo provvisorio, la regione si prepara a un periodo di instabilità profonda che metterà a dura prova non solo la tenuta del Medio Oriente, ma anche la coesione stessa della NATO.


