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Focus internazionale

Iran, Cecilia Sala libera. Ma tutte le altre?

Sollievo per il ritorno a casa della giornalista italiana. Inevitabile il pensiero per le altre prigioniere, meno fortunate, del carcere di Evin.

“Grazie a un intenso lavoro sui canali diplomatici e di intelligence, la nostra connazionale è stata rilasciata dalle autorità iraniane” dice Palazzo Chigi in una nota.

La premier Giorgia Meloni ha informato personalmente della liberazione i genitori della reporter.

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La giornalista era detenuta nel carcere di Evin dal 19 dicembre scorso, “per violazione delle leggi islamiche”, in regime di isolamento totale e in condizioni molto difficili, come estremamente difficili sono le condizioni detentive di tutti coloro che sono ad Evin. Costretta a stare giorno e notte con la luce accesa, per terra, con una sola coperta per ripararsi dal freddo intenso dell’inverno di Teheran, senza i suoi occhiali, che le erano stati confiscati al momento dell’arresto, come lei stessa aveva riportato il 3 gennaio scorso, quando aveva finalmente potuto comunicare con i suoi familiari; non aveva ricevuto nessuno dei beni di prima necessità che l’ambasciata italiana le aveva inviato, contrariamente a quanto riferito dalle autorità iraniane, che avevano sottolineato invece come fosse “privilegiata”.
Sono circa 80 i giornalisti finiti a Evin e migliaia di persone sono state condotte in cella per aver partecipato alle proteste da due anni a questa parte. Vi sono stati rinchiusi la premio Nobel Narghes Mohammadi, rilasciata ora per un breve periodo per motivi sanitari, il famoso rapper Toomaj, il cantante Shervin, autore della canzone-simbolo Baraye.
Il carcere di Evin è uno dei famigerati luoghi- simbolo della repressione politica in Iran, in cui sono detenute anche centinaia di donne, soprattutto dal 2022, in seguito alle proteste del movimento “Donna, vita, libertà”. È un luogo senza giustizia, in cui i diritti umani sono totalmente negati, dove vengono detenuti soprattutto dissidenti, giornalisti, intellettuali, artisti, attivisti, stranieri e membri di minoranze etniche e religiose, un luogo di violenze, molestie sessuali e torture, persino esecuzioni sommarie documentate. Tutti sopportano violenze continue, fisiche e psicologiche, ma ancora più drammatiche sono le condizioni delle donne queer (in particolare le donne lesbiche e trans), criminalizzate e sottoposte a violenze inenarrabili.
Molte Ong, tra cui Amnesty International, hanno denunciato la sistematica violazione dei diritti umani a Evin.

Nella gioia per la liberazione della nostra giornalista, ci chiediamo quale sia la sorte delle centinaia di detenute rinchiuse nella famigerata prigione.
Ogni martedì i detenuti e le detenute delle carceri iraniane protestano contro l’uso della pena di morte e contro le repressioni da parte del regime, affermando che l’eliminazione del diritto alla vita è una violazione della dignità umana.
Leggi restrittive e discriminatorie, il continuo senso di paura e repressione nella sfera pubblica e l’assenza di meccanismi di supporto rendono soprattutto le donne sempre più vulnerabili e dipendenti, compromettendo la loro sicurezza e libertà nella società.
La violenza perpetrata dal governo iraniano costituisce il fondamento e il contesto per diverse forme di violenza contro le donne, repressione, segregazione di genere nelle scuole, privazione dei diritti, con punizioni pesanti per tutte coloro che si battono contro il terrore del regime.
Secondo i dati registrati dal Centro di statistica e documentazione di Hengaw, tra l’inizio del 2024 e il 25 novembre si sono verificati almeno 174 casi documentati di femminicidio, 128 attiviste arrestate dalle forze di sicurezza, 24 esecuzioni, tre condanne alla fustigazione, tre condanne a morte emesse per attiviste, e condanne a pene detentive pronunciate per 123 attiviste in Iran. Controllate e represse, come fossero pazze.
L’associazione Hengaw, un’organizzazione indipendente che si occupa di violazioni dei diritti umani in tutto I’Iran e nel Kurdistan, sostiene che la violenza contro le donne in Iran ha raggiunto un livello critico e la Repubblica islamica rimane tra i paesi con il punteggio più basso nel Global Gender Gap Index.
A partire dal movimento “Donne, vita, libertà”, le donne hanno dovuto affrontare una repressione crescente e l’imposizione di leggi come il mandato “Hijab e castità”. La Repubblica islamica dell’Iran non solo ha intensificato le restrizioni, ma ha anche introdotto iniziative come le “cliniche per l’hijab” per espandere ulteriormente il controllo e l’oppressione sistematica. La legge, composta da 74 articoli, prevede pene come frustate, multe esorbitanti, dure condanne detentive, divieti di viaggio e restrizioni all’istruzione e all’occupazione per le donne e le ragazze che si oppongono al velo obbligatorio. Essa penalizza coloro che non fanno rispettare l’obbligo del velo, garantendo al contempo impunità a funzionari e polizia morale che aggrediscono le donne e le ragazze che osano sfidare tale legge, come riporta Amnesty International.

Di conseguenza, la situazione in Iran va oltre una crisi interna e dovrebbe essere riconosciuta come parte di un sistema di apartheid di genere volto a escludere le donne dalla sfera sociale e pubblica. Donne subalterne, destinate a tacere o ad essere vittime di repressione.
La vicenda di Cecilia Sala serva a non far dimenticare tutte le voci libere dell’Iran, che stanno pagando a caro prezzo la loro opposizione al regime.

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Cecilia SalaIran
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