La campagna “No alle esecuzioni del martedì” riaccende la luce sulle violazioni dei diritti umani in Iran. Mentre il paese è sull’orlo di una guerra disastrosa, in Iran non si fermano le proteste in difesa dei diritti umani. Ogni martedì, da 38 settimane, i detenuti in 22 carceri del paese fanno lo sciopero della fame e protestano rumorosamente contro le esecuzioni che continuano inesorabilmente a tenersi. Ogni martedì il regime decreta le condanne a morte, usate come strumento di deterrenza e repressione contro qualsiasi forma di opposizione. Amnesty International ha denunciato almeno 300 esecuzioni nei primi sette mesi del 2024: dissidenti, manifestanti, tossicodipendenti e appartenenti alle minoranze etniche oppresse sono stati imprigionati e uccisi dal regime iraniano, e altrettanti aspettano nel braccio della morte. Il 10 ottobre, in occasione della Giornata mondiale contro la pena di morte, dal famigerato carcere di Evin si è alzato il grido delle detenute, soprattutto prigioniere politiche, che risuonava nettamente anche all’esterno: “In solidarietà e unite, ci battiamo per l’abolizione della pena di morte, fino alla fine”. Martedì 8 ottobre anche la società civile si è mobilitata contro la pena capitale, “in solidarietà fino alla fine” come ha ribadito Atieh Niknafs, rilanciando il grido delle detenute, che stanno rendendo la loro protesta “un baluardo di resistenza”.
“La campagna “No alle esecuzioni del martedì ” è uno dei movimenti civili più importanti in difesa del diritto alla vita” dice Homan Mousavi, a cui si è unita anche la voce di un gruppo di premi Nobel, oltre a quella dei più importanti intellettuali del paese. Non è certo facile esporsi, metterci la propria faccia e il proprio nome, in un paese in cui il diritto di parola è pressoché inesistente. Gli iraniani e le iraniane continuano a farlo, e il loro grido di libertà scavalca qualsiasi muro, anche quello apparentemente invalicabile di Evin.


