Mentre la tenuta dei canali diplomatici con Washington resta precaria, il parlamento iraniano, ha impresso un’accelerazione drastica alla chiusura interna del regime. Lo scorso 16 agosto, con il voto favorevole di 183 deputati su 290, l’Assemblea ha approvato l’impianto di un disegno di legge volto a recidere qualsiasi canale di comunicazione non autorizzato con l’estero, criminalizzando i possibili contatti con i media “ostili” e inasprendo la repressione contro ogni forma di dissenso. Per Teheran, la stretta sulla circolazione delle informazioni e sui contatti con l’estero risponde a una logica di difesa preventiva. Isolare il fronte interno viene considerato uno strumento essenziale per blindare il Paese in vista di quelle che sono ritenute le principali minacce, ovvero il rischio di attacchi militari alle infrastrutture da parte di Stati Uniti e Israele, i tentativi di insurrezione fomentati dall’opposizione in esilio e il collasso economico causato dal fallimento della diplomazia e da nuove sanzioni totali. Il disegno di legge introduce reati specifici e sanzioni severissime per chiunque intrattenga rapporti non autorizzati con l’estero, estendendo la censura ben oltre i confini del giornalismo d’inchiesta. Al bando i contatti con i media “ostili”; interviste, dibattiti o qualsiasi forma di comunicazione con testate riconducibili agli Stati Uniti, a Israele o comunque finanziate dai due Paesi diventano formalmente illegali. Viene di fatto criminalizzata ogni condivisione di contenuti. I cittadini iraniani rischiano procedimenti penali anche solo per aver inviato foto, video, file audio o informazioni a organi d’informazione esteri o a operatori del settore, con pene detentive comprese tra i sei mesi e i due anni. Tutto è sottoposto a un rigido controllo preventivo, qualsiasi interazione con testate estere non classificate esplicitamente come ostili richiederà una notifica preventiva obbligatoria al Ministero dell’Intelligence. La stretta colpisce anche la cooperazione scientifica, nel mirino della repressione accademici e ricercatori, in quanto la collaborazione non autorizzata con università o istituzioni di ricerca straniere viene equiparata a un reato passibile della stessa pena detentiva (da sei mesi a due anni). Il testo prevede dure sanzioni per il mondo della cultura, proponendo addirittura un’interdizione perpetua per gli artisti dalla produzione e dalla regia di film, documentari, opere teatrali, musicali o letterarie qualora vengano giudicate promotrici di una “cultura anti-islamica” o lesive dell’immagine dell’Iran. Sebbene il testo debba ancora superare il vaglio definitivo del Consiglio dei Guardiani prima di diventare legge a tutti gli effetti, esso fotografa una realtà di repressione già estrema. L’Iran detiene tassi di censura tra i più alti al mondo (Reporters Without Borders lo colloca al 177° posto su 180 per libertà di stampa), mentre le organizzazioni umanitarie denunciano il ricorso sistematico ad accuse di spionaggio per reprimere il dissenso interno. Non si tratta di una novità assoluta nel percorso legislativo del regime: già nel 2025, dopo la guerra di dodici giorni con Israele, era stata approvata una legge che inaspriva le pene per la presunta cooperazione con Stati ostili. Proprio in base a quella normativa, la fotoreporter iraniana Yalda Moaiery è stata condannata questo mese a 15 anni di carcere per aver rilasciato interviste a media ritenuti ostili e fornito fotografie a organizzazioni legate a Stati Uniti e Israele, un precedente che dà la misura di come il nuovo testo, una volta approvato articolo per articolo, potrebbe essere applicato.
In definitiva, se questo disegno di legge dovesse completare il suo iter e trasformarsi in legge definitiva, l’Iran rischia un vero e proprio blackout informativo. L’isolamento non sarà più soltanto una conseguenza della censura digitale o del blocco della rete, ma una censura codificata dal codice penale, capace di colpire chiunque osi mantenere un ponte con il mondo esterno. Per la comunità internazionale e per il giornalismo globale, la sfida sarà trovare nuovi canali di verifica e protezione per le fonti locali, sempre più esposte a pene severissime. Quando la verità diventa alto tradimento, difendere lo spazio per la ricerca, l’arte e la libera informazione non è più solo una questione di diritti umani, ma l’ultimo baluardo per la sopravvivenza della società civile iraniana.


