Contemporaneamente all’avvio dei colloqui sul nucleare con gli Stati Uniti, che ora sta dominando l’attenzione internazionale, si denuncia una escalation di condanne a morte da parte del regime iraniano.
La barbara esecuzione di almeno 13 prigionieri il 21 maggio ha portato il tragico bilancio delle vittime, nel periodo compreso tra il 21 aprile e il 21 maggio, a raggiungere le 158 persone. In soli dieci mesi di presidenza Pezeshkian, si contano circa 1.211 uccisioni.
L’incremento senza precedenti delle esecuzioni nel 2024 e nel 2025, con una particolare e brutale attenzione a donne e minori, rappresenta un grave campanello d’allarme per tutta la comunità internazionale.
Le donne e le ragazze iraniane continuano a essere i principali bersagli delle politiche repressive, con l’applicazione sempre più stretta di leggi severe, soprattutto rispetto all’uso dell’hijab.
Si segnala il caso di Ayda Najaflou, convertita al cristianesimo, che da quasi quattro mesi è detenuta arbitrariamente nel carcere di Evin a Teheran, in una palese violazione dei diritti umani fondamentali.
L’imposizione di una cauzione esorbitante di 110 miliardi di rial, di fatto inaccessibile alla sua famiglia, le nega il diritto alla libertà provvisoria. Il suo arresto, avvenuto all’inizio di febbraio 2024, e il successivo trasferimento nel reparto femminile del carcere di Evin, sono un ulteriore esempio della repressione iraniana nei confronti dei convertiti al cristianesimo, in aperta contraddizione con l’articolo 18 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, che tutelano la libertà di cambiare religione e di manifestare il proprio credo.
Ma la società civile comincia a muoversi contro la repressione e la crescente brutalità, con un’ ondata di protesta contro la barbara pratica delle esecuzioni.

La campagna “No alle esecuzioni del martedì” ha raggiunto intanto la sua 69a settimana, alimentata dalla solidarietà dei prigionieri politici in sciopero della fame e dei cittadini. Il 29 aprile scorso, i giovani delle città di Bukan, Rasht e Shahriar hanno manifestato la loro opposizione alla pena capitale, esprimendo solidarietà ai prigionieri in sciopero della fame nell’ambito della campagna “No alle esecuzioni del martedì”.
Nonostante la crescente aggressività del regime, anche le detenute stanno coraggiosamente alzando la voce contro la pena di morte.
All’interno del carcere di Evin, le prigioniere politiche, in sciopero della fame, hanno organizzato una protesta nel cortile del reparto femminile, in contemporanea con le manifestazioni esterne. Camminando e scandendo slogan, hanno fermamente chiesto la cessazione delle esecuzioni capitali e il rilascio di tutte le prigioniere politiche.
La campagna “No alle esecuzioni del martedì”, ha avuto un’ampia adesione anche in altre carceri femminili, e continua a espandersi, coinvolgendo ora dieci istituti penitenziari, tra cui le carceri di Evin a Teheran, Adelabad a Shiraz, Lakan a Rasht, Dizelabad a Kermanshah, Choubindar a Qazvin, il carcere centrale di Sanandaj, il carcere centrale di Urmia, Marivan, Kamyaran e le carceri di Zahedan.
Parallelamente a questa crescente protesta interna, che coinvolge ben 41 carceri a livello nazionale, le famiglie dei prigionieri politici continuano a organizzare manifestazioni, spesso caratterizzate dalla partecipazione di genitori anziani, in cui vengono esposte le immagini di dieci prigionieri politici condannati a morte e vengono scanditi slogan come “No alle esecuzioni” e “No alle condanne oppressive”.
Tra i prigionieri politici nel braccio della morte, ricordiamo Mehdi Hassani e Behrouz Ehsani, che versano ancora in grave pericolo, dopo che i loro appelli per un nuovo processo sono stati respinti dalle autorità iraniane nel febbraio scorso.
Dal Comitato femminile del Consiglio nazionale della resistenza iraniana (NCRI) arriva un appello ai governi di tutto il mondo affinché subordinino qualsiasi relazione con il regime iraniano alla cessazione immediata delle esecuzioni e della tortura nel Paese.
Maryam Rajavi, presidente eletta del NCRI, ha dichiarato: “Dopo aver subito gravi sconfitte nella regione e di fronte alla crescente minaccia di una rivolta e di un rovesciamento, il regime ha brutalmente intensificato esecuzioni e massacri”, il preoccupante aumento delle esecuzioni sarebbe dunque una “chiara dimostrazione di come la repressione interna si intensifichi mentre l’attenzione internazionale è focalizzata sui negoziati nucleari”.
#StopExecutionsInIran


