Le celebrazioni che da giorni attraversano l’Iran, da Teheran a Qom, fino a Najaf e Karbala, rappresentano un paradosso crudele. In una delle fasi più buie della storia iraniana, segnata da inflazione galoppante, povertà diffusa e dalle ferite ancora aperte del recente conflitto, che ha lasciato in eredità città danneggiate, una rete energetica instabile, con le rotte commerciali paralizzate, le catene di approvvigionamento interrotte e il sistema produttivo strangolato dagli effetti della guerra, il regime ha scelto di stanziare budget colossali per i funerali dell’ayatollah Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio scorso.
Come sottolineato dal premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi, il vero pensiero che tormenta la gente non è il luogo di sepoltura dell’ex Guida Suprema, ma il prezzo salatissimo che il popolo sta pagando per questo ‘spettacolo di potere’, un lutto imposto come arma di propaganda.
Con la morte di Khamenei, l’Iran non sta vivendo certo una transizione democratica, ma una metamorfosi verso uno Stato di sicurezza ancora più intransigente, dove lo spazio per la politica civile si restringe fino a scomparire. La politica estera è oggi saldamente nelle mani dei Pasdaran, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, e del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale. Questa nuova configurazione non lascia alcuno spazio ad aperture moderate, il regime ha scelto di blindarsi e di usare la diplomazia non come strumento di dialogo, ma come tattica di contenimento: il dialogo forzato con le potenze del Golfo e i governi confinanti e la presenza di delegazioni straniere ai funerali di Khamenei servono al regime solo per guadagnare tempo e legittimità internazionale, evitando al contempo che il Paese scivoli in un isolamento totale. Dietro la facciata del lutto, si intensifica ulteriormente l’attacco contro ogni forma di dissenso, per eliminare chiunque possa rappresentare un’alternativa; le galere sono piene, la repressione contro gli oppositori è feroce. Le carceri iraniane sono diventate il teatro di una repressione che non risparmia nessuno, attivisti, intellettuali, giornalisti e semplici cittadini che hanno osato chiedere dignità. La violenza di Stato non è più soltanto un mezzo di controllo, ma la cifra stessa del governo, una ferocia metodica che si traduce in detenzioni arbitrarie di massa, in una strategia del terrore volta a paralizzare la società civile. Il regime non si limita a punire chi protesta in piazza, colpisce chiunque critichi il sistema, dove il dissenso viene sistematicamente equiparato a un crimine contro la sicurezza dello Stato, una definizione che autorizza ogni abuso e rende ogni voce libera una potenziale vittima della macchina repressiva. Persino chi è preposto alla difesa legale è nel mirino del regime. Solo nei primi cinque mesi del 2026, almeno 32 avvocati sono stati arrestati o perseguitati. Impedire l’accesso a una difesa indipendente significa negare il diritto a un equo processo, facilitando l’uso della tortura per estorcere “confessioni” e portando a esecuzioni sommarie: dal marzo 2026 si contano almeno 42 condanne a morte per motivi politici. Il regime non risparmia alcun settore della società civile, estende la sua rete di terrore ben oltre l’ambito politico. Il recente arresto di noti attivisti ambientali, come Hoomar Jokar e Sepideh Kashani, conferma la precisa volontà di eradicare ogni forma di attivismo, chiunque sia capace di organizzarsi su base solidale, anche chi si occupa della terra e del futuro del Paese. Ancora più inquietante è l’opacità che avvolge queste detenzioni, con sparizioni forzate che mirano a isolare completamente gli arrestati, privandoli di qualsiasi forma di assistenza legale e trasformandoli in ombre senza diritti. Le autorità non hanno ancora fornito alcuna spiegazione ufficiale e i familiari non hanno ricevuto notizie sul luogo in cui sono rinchiusi i due attivisti, inghiottiti dal silenzio forzato delle prigioni segrete.
Anche il caso del giovane soldato Javid Khales, condannato a morte per aver rifiutato di sparare sui manifestanti durante la rivolta del 2026, è l’emblema di un regime che punisce il rifiuto di essere carnefice. Il suo “crimine” non è stata una ribellione armata, ma un atto di disobbedienza morale, il rifiuto categorico di trasformarsi in carnefice dei propri concittadini. Punendo la sua umanità con la pena capitale, il regime invia un messaggio raggelante alle proprie forze di sicurezza: nella Repubblica Islamica l’obbedienza cieca è l’unico valore ammesso, mentre la pietà è un tradimento punibile con la morte. Khales non è un caso isolato, ma la punta di un iceberg; la sua condanna riflette la sorte di migliaia di giovani iraniani, reclusi nelle carceri di Stato in attesa di sentenze emesse in aule di tribunale dove il giusto processo è un concetto ormai svuotato di ogni significato.
Come avvertito da Shirin Ebadi, il regime è tragicamente consapevole della frattura profonda e insanabile che lo separa dalla popolazione. La verità del Paese non si trova nelle piazze controllate, ma è scritta a caratteri cubitali nelle carceri sovraffollate e nelle aule dei tribunali speciali, dove il diritto viene violato ogni giorno. Il vero dramma dell’Iran si consuma lontano dai riflettori, è il dramma di un’intera nazione, prigioniera di un’oligarchia che, pur di preservare la propria sopravvivenza, ha deciso di sacrificare non solo il benessere economico e il futuro delle rotte commerciali, ma l’umanità stessa del suo popolo. Il funerale di Khamenei segna il sigillo su un sistema che, per continuare a regnare, ha scelto di dichiarare guerra alla propria stessa terra.


