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Iran, il canto delle donne, l’urlo del regime. La condanna a Parastoo Ahmadi

La brutale repressione del Tribunale di Qom colpisce con 74 frustate: una sentenza che tenta di soffocare la dignità di un intero Paese.

Il 15 dicembre 2024, Focus on Africa riportava la notizia di un evento che, nel giro di poche ore, era diventato un simbolo di speranza, il concerto virtuale ‘Caravanserai’.

Oggi, quella celebrazione di libertà ha subìto la vendetta del regime, diventando il bersaglio di una macchina giudiziaria che non perdona l’audacia di una donna che canta la libertà. La cantante iraniana Parastoo Ahmadi è stata condannata a 74 frustate, una punizione che non è solo una sanzione penale, ma un atto di violenza deliberata volto a umiliare chiunque osi sfidare l’autorità del regime. L’uso delle frustate, una pratica brutale che il regime continua a esercitare, dimostra non solo la spietatezza, ma anche quanto la Repubblica Islamica tema le voci femminili. La repressione contro Ahmadi non è solo un atto verso una singola artista, ma un tentativo di spezzare il legame profondo tra la cultura iraniana e l’aspirazione collettiva a un futuro di dignità.

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La condanna, emessa dal Tribunale Penale della provincia di Qom e presieduta dal giudice Mohammad Shiri, ha colpito la cantante e otto membri della sua band e del team di produzione, tra cui Ehsan Beyraghdar, Soheil Faghih Nasiri, Amin Taheri e Amir Ali Pirnia. Oltre alle 74 frustate ciascuno, il tribunale ha imposto un divieto di attività artistica e di viaggio all’estero per due anni. L’accusa, formulata in termini di violazione della moralità pubblica e diffusione di contenuti osceni, è il pretesto sistematico utilizzato dalla Repubblica Islamica per criminalizzare l’espressione femminile. Nel video incriminato, che ha raggiunto quasi tre milioni di visualizzazioni, la Ahmadi appariva senza velo e con le spalle scoperte, un’azione considerata dal regime un crimine intollerabile. La reazione delle autorità si è manifestata subito con una durezza, traducendosi nel tentativo di cancellare ogni traccia digitale della cantante attraverso l’oscuramento del suo profilo Instagram e nella chiusura punitiva del sito storico di Deir-e Gachin, teatro della performance. Il procedimento si è concluso con il totale rigetto delle istanze difensive da parte del giudice, una decisione che ha confermato la natura persecutoria dell’intero iter processuale, orchestrato dal regime con il preciso intento di terrorizzare e intimidire l’intera popolazione.

La condanna di Ahmadi risuona come un attacco diretto a quel movimento che ha scosso le fondamenta del Paese: Donna, Vita, Libertà, ovvero Jin, Jiyan, Azadî. Questo motto, nato come grido di battaglia delle donne curde contro ogni forma di oppressione patriarcale, fatto proprio dall’intero Iran nella versione persiana Zan, Zendegi, Azadi, è diventato il cuore pulsante di una rivoluzione culturale che il regime cerca disperatamente di soffocare, un’invocazione collettiva di libertà. Quando Ahmadi ha cantato senza velo, ha incarnato i tre pilastri di quel grido: Donna, rivendicando il diritto di esistere e di esprimersi rifiutando che il corpo femminile sia terreno di legislazione statale; Vita, celebrando la bellezza dell’arte in contrapposizione a un’ideologia che impone divieti e proibizioni; Libertà, in quanto si è riappropriata dello spazio pubblico e digitale sfidando la censura con una voce che si è rifiutata di tacere.

Nonostante il clima di terrore, la persecuzione di artiste come Parastoo Ahmadi non è un segnale di forza del regime, ma una prova della sua costante vulnerabilità, poiché non riesce a spegnere il desiderio profondo di libera espressione che attraversa la società. Per molti musicisti iraniani, non si tratta di seguire una strategia studiata, ma di affrontare una condizione esistenziale, in cui ogni nota diventa un atto di resistenza quotidiana. Spesso gli artisti sono costretti a rifugiarsi in un linguaggio metaforico, fatto di riferimenti poetici e simboli radicati nella cultura persiana, non per evitare il confronto, ma perché è l’unico modo rimasto per far circolare un messaggio di libertà sotto la minaccia costante della censura. L’era digitale ha poi cambiato radicalmente le regole del gioco: una volta che un brano viene pubblicato, esso si sottrae al controllo del regime e inizia a vivere di vita propria nelle case, nelle automobili e nelle strade, diventando un inno collettivo che nessuna frustata può silenziare. In questo senso, ogni performance, sia essa una canzone diffusa online o un concerto improvvisato, diventa un atto politico inevitabile, una riappropriazione coraggiosa di quello spazio pubblico che il regime ha cercato, invano, di sottrarre al popolo.

Di fronte alla morsa della censura, le parole di Parastoo Ahmadi risuonano come un manifesto: “Voglio cantare per le persone che amo”, un diritto inalienabile a cui non poteva rinunciare. Nonostante il dolore fisico inflitto, la tenacia di chi continua a cantare resta il simbolo più puro di quella promessa che non può essere cancellata: Donna, Vita, Libertà.

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