Skip to content
News

Iran, il regime non ferma la repressione, neanche sotto i bombardamenti

Teheran intensifica la morsa contro il dissenso interno. Dal dramma della Mohammadi alla sparizione della Sotoudeh, il regime trasforma le carceri in zone d’ombra.

Il Premio Nobel per la Pace 2023, Narges Mohammadi, sta lottando per la propria vita all’interno della prigione di Zanjan. Secondo la denuncia dell’Organizzazione Free Narges, l’attivista potrebbe aver subito un infarto all’inizio di marzo, ma le autorità iraniane hanno opposto un rifiuto categorico a ogni forma di assistenza specialistica. Il 29 marzo, superando il blackout comunicativo imposto dal governo, i legali sono riusciti a vederla, descrivendo un quadro clinico disperato: pallore estremo, debolezza cronica e una perdita di peso allarmante. Il 24 marzo Mohammadi era stata trovata priva di sensi dalle compagne di cella, eppure è stata riportata in detenzione comune invece che in ospedale. L’Organizzazione ha chiesto un immediato permesso medico e un ricovero in un ospedale specializzato, denunciando come Mohammadi debba affrontare l’insicurezza di una detenzione promiscua con detenuti comuni violenti, nonostante le sue precarie condizioni di salute. Si tratta di una violazione deliberata del principio di separazione dei detenuti, utilizzata come forma di tortura psicologica.

La repressione non risparmia i difensori della legge. Il 1° aprile, la celebre avvocatessa per i diritti umani, attivista e intellettuale Nasrin Sotoudeh è stata prelevata con la forza dalla sua abitazione. Agenti della sicurezza hanno fatto irruzione in casa sua, sequestrando i dispositivi elettronici della famiglia, per poi trasferirla in un luogo segreto gestito dal Ministero dell’Intelligence. La figlia, Mehraveh Khandan, ha lanciato l’allarme: “Mia madre è riuscita a chiamare per pochi secondi dicendo di essere nelle mani del Ministero dell’Intelligence, poi la linea è stata interrotta. Non sappiamo dove sia”. La sua famiglia è ormai smembrata: il marito, Reza Khandan, è già in cella dal 2024 per la sua lotta contro l’hijab obbligatorio. La Sotoudeh ha difeso giornalisti, blogger e oppositori arrestati durante le ondate di protesta, come l’Onda Verde del 2009. La sua storia è scandita da un ciclo continuo di arresti, condanne pesantissime e brevi scarcerazioni per motivi di salute, utilizzate dal regime come una sorta di “tortura a intermittenza”, la sua intera vita professionale è stata trasformata in una condanna permanente. Nel 2019 è stata condannata a un totale di 38 anni di carcere e 148 frustate con l’accusa di “incitamento alla corruzione e alla prostituzione” per aver difeso le donne senza velo, e “propaganda contro lo Stato”. Anni di prigionia e scioperi della fame hanno gravemente compromesso il suo cuore e il suo sistema immunitario, rendendo ogni nuovo arresto potenzialmente letale. Sotoudeh e Mohammadi rappresentano i due pilastri della resistenza pacifica iraniana. Mentre Narges è la voce che grida dall’interno del carcere (oltre che Nobel per la Pace), Nasrin è stata per anni il braccio legale di quella resistenza. Il fatto che oggi siano entrambe neutralizzate, una morente in cella e l’altra vittima di una sparizione forzata, segna uno dei punti più bui della repressione iraniana degli ultimi anni.  Il regime non ferma la sua vendetta neanche contro la Generazione Z, accusando i giovanissimi di “Guerra contro Dio” (Moharebeh): Amirhossein Hatami, 18 anni, è stato giustiziato il 2 aprile 2026 nel carcere di Qezel Hesar. Era stato arrestato solo 84 giorni prima. Yasir Ghasemi, 17 anni, è nel braccio della morte a Isfahan, a rischio di esecuzione imminente, mentre Ali Akbar Ebrahimvand, 16 anni, è scomparso dal 18 febbraio scorso; anche suo padre è stato arrestato per aver chiesto sue notizie. Sono poco più che ragazzini, eppure il regime manda a morte non solo il suo popolo, ma il futuro stesso del Paese. L’esecuzione di chi ha commesso reati prima dei 18 anni è un crimine internazionale di cui l’Iran è firmatario, ma la legge viene ignorata sistematicamente. Mentre i cieli sono solcati da missili, emerge una verità agghiacciante, la popolazione civile iraniana “teme il regime molto più che le bombe”. Il governo utilizza lo stato di guerra e l’isolamento comunicativo come uno scudo per nascondere il sistematico annientamento dei detenuti e accelerare le esecuzioni.

Annunci

E mentre colpisce i giovani dissidenti, il regime ne sacrifica altri sul fronte bellico: l’IRGC ha avviato una campagna per reclutare bambini a partire dai 12 anni come “combattenti volontari”, un atto che il diritto internazionale classifica inequivocabilmente come crimine di guerra. La coalizione Free Narges e le organizzazioni per i diritti umani chiedono la condanna pubblica delle esecuzioni, il rilascio umanitario per attivisti e giornalisti e il divieto assoluto di arruolare minori. Ora che l’attenzione globale è monopolizzata dal conflitto geopolitico, il regime sta compiendo una spietata “pulizia interna” nel silenzio, per annientare i suoi oppositori più coraggiosi. È fondamentale comprendere che l’indifferenza internazionale è oggi lo scudo migliore del regime: ogni giorno di esitazione internazionale concede a Teheran il tempo necessario per completare l’eliminazione dei suoi oppositori più coraggiosi, trasformando le celle in camere della morte senza testimoni.

Annunci
IranMohammadiSotoudeh
Leggi anche
Torna su
No results found...