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Iran, la macchina della morte non si ferma, ma il dissenso resiste

Da Marzieh, condannata per aver difeso la sua vita, al cuore disegnato con le mani prima del patibolo. Viaggio dentro la spietata strategia del regime contro i giovani e le donne.

Dall’inizio del 2026 la Repubblica Islamica dell’Iran ha messo a morte almeno 916 persone, con 67 esecuzioni nel solo mese di luglio e altre 8 già registrate ad agosto. Si tratta però, con ogni probabilità, di una stima al ribasso: Teheran non pubblica dati ufficiali e sistematici sulle esecuzioni, proprio per sottrarsi al controllo dell’opinione pubblica internazionale. Dietro questi numeri ci sono storie individuali di una crudeltà che va ben oltre la statistica, e che aiutano a capire come funzioni davvero, nel concreto, la macchina repressiva del regime.

Il caso di Marzieh Neyri, 24 anni, è forse il più emblematico delle violazioni dei diritti umani e delle conseguenze estreme subite dalle donne vittime di matrimoni precoci e forzati nei contesti giudiziari teocratici. Marzieh è stata giustiziata l’8 agosto 2026 nel carcere centrale di Qazvin (Choubindar), in Iran. Era stata condannata a morte con l’accusa di aver ucciso il marito, con cui era stata costretta a sposarsi quando era ancora minorenne, vittima di un matrimonio forzato. Aveva subito a 18 anni un tentativo di stupro da parte di un socio del marito, avvenuto in casa sua e davanti allo marito stesso; per difendersi aveva afferrato un coltello da cucina, e, nella colluttazione, coniuge aveva perso la vita. Davanti al tribunale aveva raccontato di essere già stata aggredita più volte prima di quell’episodio, come fosse un corpo in palio, ma il regime non aveva riconosciuto la legittima difesa: l’uomo sopravvissuto all’aggressione aveva testimoniato contro di lei, definendola un’assassina. La conseguenza per una vita segnata dal matrimonio infantile imposto dalla legge islamica e conclusa in un’aula di tribunale, nel tentativo fallito di far riconoscere il diritto a difendersi da uno stupro è stata la sentenza capitale, nessuna pietà. La corte iraniana ha infatti respinto l’istanza di legittima difesa, e la famiglia della vittima ha rifiutato di concedere il perdono (la clemenza prevista dal sistema della qisas). Il suo caso sottolinea la doppia vulnerabilità di molte donne in Iran: intrappolate in matrimoni combinati in giovane età e prive di un’effettiva tutela legale o del riconoscimento della violenza di genere nei casi in cui reagiscono per salvare la propria vita. Se la vicenda di Marzieh mostra come la giustizia iraniana tratti le donne che si ribellano alla violenza domestica, quella di quattro giovanissimi arrestati a Isfahan rivela la stessa spietatezza applicata al dissenso politico.

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Shervin Bagherian (18 anni), Amirhossein Maleki (19 anni), Ali Dashti (19 anni) e Ghaem Hosseini (20 anni) rischiano l’esecuzione imminente per aver preso parte, l’8 gennaio, ad una manifestazione pacifica antiregime in piazza Ali-Khani, luogo tristemente noto per essere diventato il punto focale di una serie di esecuzioni capitali e condanne a morte emesse contro i manifestanti arrestati durante i moti di protesta. Su tre dei ragazzi pende addirittura una doppia condanna capitale, una strategia giudiziaria pensata per impedire che l’eventuale annullamento di una sentenza possa comunque salvare loro la vita. Il fatto che i quattro siano già stati trasferiti in isolamento e che le famiglie siano state convocate d’urgenza per un ultimo incontro lascia intendere quanto l’esecuzione sia ormai considerata imminente dalle stesse autorità. Il 28 luglio scorso, nella piazza Alikhani di Isfahan, il regime iraniano ha messo a morte due giovani detenuti, Abolfazl Sepahi (23 anni) e Amirhossein Safari (29 anni), entrambi finiti in carcere a seguito delle proteste divampate nel gennaio 2026. In un gesto di straordinaria ribellione e tenerezza, pochi istanti prima di essere impiccato, Abolfazl Sepahi si è sfilato la benda dagli occhi e, unendo le mani, ha disegnato un cuore. Una testimonianza di estremo coraggio di fronte alla morte, diventata il simbolo indelebile della dignità umana contro l’oppressione. Questi giovani sono solo la punta più visibile di una repressione molto più ampia, scatenata dalle proteste che hanno attraversato il Paese l’8 gennaio 2026 e affrontata dalle forze di sicurezza con una violenza sistematica. A Teheran, nel quartiere di Ariashahr, un giovane di 29 anni, Farid Ramezani, è stato freddato con tre proiettili nel corso di quella stessa notte, perché in Iran basta anche solo un tatuaggio per rischiare la vita. Il primo colpo lo ha fatto crollare a terra; il secondo è stato esploso deliberatamente contro il dito che recava il tatuaggio della corona Pahlavi, simbolo della monarchia precedente al 1979, oggi segno tangibile di opposizione al regime; il terzo, letale, lo ha raggiunto alla fronte. Una sequenza drammatica che restituisce i contorni inequivocabili di un’esecuzione mirata, ben lontana da un tragico incidente tra i disordini. Questa testimonianza agghiacciante svela la ferocia sistematica con cui il regime iraniano reprime il dissenso, trasformando qualsiasi dettaglio personale, persino un segno sulla pelle, in un capo d’accusa capitale. Dopo l’omicidio, la famiglia è stata sottoposta a ulteriori vessazioni. Le autorità hanno preteso un pagamento in denaro per i tre proiettili impiegati nell’esecuzione: una crudele usanza documentata nei regimi autoritari, in cui ai familiari viene inflitta una violenza psicologica ed economica calcolata, che si somma al dolore per la perdita. Il corpo di Ramezani è stato trattenuto per circa due settimane, gli è stata negata la sepoltura a Teheran. Anche le esequie sono state vincolate a rigide restrizioni, vietando cerimonie pubbliche e l’esposizione della bandiera del Leone e del Sole. Misure analoghe mirano a impedire che le tombe possano trasformarsi in luoghi di memoria collettiva o in nuovi focolai di protesta. La storia di Ramezani, così come quella di Marzieh Nayeri, mostra come ogni aspetto dell’esistenza e della morte sotto questo sistema sia sottoposto a un controllo ferreo, in cui la dissidenza viene sradicata con la violenza e persino il lutto delle famiglie viene criminalizzato. La provincia di Ardabil restituisce oggi la fotografia di una repressione che non si è esaurita con la fine delle proteste, ma si è trasformata in un limbo giudiziario prolungato: almeno 29 persone arrestate a gennaio risultano ancora detenute senza processo né chiarimento del proprio status legale, con famiglie a cui vengono negate telefonate e visite regolari e richieste di scarcerazione su cauzione sistematicamente respinte o ignorate. È lo stesso schema, applicato su scala collettiva, che si ritrova nel percorso individuale di Mahshad Kashani, studentessa di 22 anni arrestata durante le proteste di gennaio, la cui vicenda mostra come il sistema giudiziario iraniano utilizzi la detenzione stessa come strumento di tortura psicologica. Dopo aver scontato sei mesi di carcere, invece di essere rilasciata è stata trasferita in isolamento, dove ha subito gravi pressioni psicologiche e maltrattamenti, fino a un trasferimento forzato in un ospedale psichiatrico. Appena un mese dopo la scarcerazione è stata arrestata di nuovo durante un raid violento delle forze di sicurezza, e ora deve scontare una condanna a cinque anni decisa da un giudice della Corte Rivoluzionaria di Isfahan e confermata in appello, una pena che, alla luce delle condizioni psicologiche già compromesse dalla precedente detenzione, rappresenta un serio pericolo per la sua vita. Nel frattempo è stato aperto un nuovo procedimento a suo carico, sulla base di una segnalazione della direzione del carcere in cui è rinchiusa, un meccanismo che rischia di perpetuare la sua detenzione all’infinito; non è la prima volta che viene colpita dal sistema giudiziario, dato che era già stata arrestata nel 2023 insieme ad altri 22 studenti e attivisti civili.

I numeri delle esecuzioni continuano ad oscillare nelle statistiche ufficiose dei report sui diritti umani. Ma dietro quelle cifre ci sono vite sospese tra aule speciali e carceri di massima sicurezza, famiglie costrette a comprare i proiettili che hanno giustiziato i propri figli e giovani la cui unica colpa è stata quella di esserci. Di fronte a una catena ininterrotta di esecuzioni, isolamenti e torture psicologiche, la macchina della repressione in Iran continua a contare sul buio dell’indifferenza internazionale. Perché in fondo, nell’Iran del 2026, il corpo umano è diventato l’ultimo e definitivo campo di battaglia: un tatuaggio sulla pelle, una difesa disperata tra le mura domestiche, una cicatrice invisibile lasciata dall’isolamento. Tutto viene scandagliato, giudicato e punito da una teocrazia che non si accontenta di governare i vivi, ma pretende di disciplinare anche il lutto, la memoria e la morte.

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