Teheran- Le strade dell’Iran non bruciano per una semplice riforma dei prezzi. Al sesto giorno consecutivo di proteste nazionali, il messaggio che arriva dalle piazze di oltre 30 città è inequivocabile: il popolo iraniano ha dichiarato chiuso il capitolo della Repubblica Islamica. Mentre la propaganda di regime e alcune analisi superficiali tentano di derubricare la rivolta a una “protesta per l’inflazione”, i canti che risuonano da Teheran a Isfahan raccontano una verità diversa. Il crollo del rial è stato solo l’innesco; la vera causa è un desiderio insopprimibile di democrazia, laicità e diritti umani.
A differenza delle mobilitazioni passate, oggi i manifestanti non chiedono soltanto aggiustamenti. Gli slogan degli studenti della Sharif Industrial University e della Shahid Beheshti — “Questa è l’ultima battaglia” e “La Rivoluzione del ’79 è stata un errore” — dimostrano che la fiducia nella “riformabilità” del sistema è svanita, questa è una rivolta esistenziale. Si esige uno Stato dove la religione smetta di essere uno strumento di tortura. Slogan come “Morte a Velayat-e Faqih” colpiscono direttamente il cuore del potere teocratico.Gridare “Morte a Velayat-e Faqih” significa rifiutare l’idea che un leader religioso abbia il potere assoluto e divino sopra le leggi, il parlamento e la volontà del popolo, è la richiesta esplicita di uno Stato Laico, dove la religione sia separata dalla gestione politica. Oltre 30 città coinvolte nelle proteste; università e uffici governativi sono stati chiusi d’autorità. Le donne sono ancora una volta il motore del cambiamento e la sfida ai codici morali è totale: all’insulto del regime che le definisce “pervertite”, le studentesse rispondono “Noi siamo le donne libere”, ribaltando il linguaggio dell’oppressore. Dell’ hijab previsto, nessuna traccia, un atto di disobbedienza civile di massa che ignora totalmente i recenti e duri provvedimenti del regime.
Nelle strade risuona il grido “Né Gaza né Libano, morirò per l’Iran”: i manifestanti reclamano la fine dello sperpero delle risorse nazionali per finanziare il terrorismo regionale, chiedendo dignità per i cittadini iraniani. La vera forza di questi giorni è la convergenza senza precedenti tra generazioni e classi sociali. Il Gran Bazar di Teheran, storica roccaforte conservatrice, ha incrociato le braccia, e i campus universitari si sono uniti a loro. Questa alleanza tra mercanti, operai, insegnanti e studenti ha creato un fronte unico che chiede la fine della dittatura.
E mentre la repressione interna si inasprisce, la crisi assume una scala internazionale. Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha rotto gli indugi con un avvertimento che gela Teheran: gli USA sono “carichi e pronti” (“locked and loaded”) a intervenire se il regime continuerà a sopprimere violentemente i manifestanti. “Se l’Iran uccide i manifestanti pacifici, gli Stati Uniti d’America verranno in loro soccorso. Siamo pronti a partire”, ha dichiarato Trump, aprendo anche alla possibilità di attacchi contro i programmi missilistici se la Repubblica Islamica non fermerà l’escalation. Questa minaccia si scontra con l’arrivo sospetto di aerei cargo militari russi a Teheran, suggerendo un sostegno logistico di Mosca per puntellare l’establishment degli Ayatollah. Le strade di Shiraz e Isfahan sono diventate il nuovo fronte di uno scontro geopolitico globale.
Intanto il regime risponde con la forza bruta, ma la determinazione della nuova generazione non arretra di fronte al terrore. Il bilancio accertato è di almeno otto manifestanti uccisi dalle forze di sicurezza. Ad Azna, il 28enne Shayan Asdalahi è stato colpito all’addome da proiettili da guerra. A Kuhdasht, la morte di Hessam Khodavarifard ha scatenato la furia dei residenti durante il suo funerale. Il numero degli arrestati è in vertiginosa ascesa, e le prigioni, a partire da quella di Evin, si stanno riempiendo di attivisti, studenti e semplici cittadini. Solo nella notte del 31 dicembre, sei donne (tra cui Elnaz Kari e Helena Rostami) sono state arrestate dopo blitz violentissimi nei dormitori studenteschi. Molti dei detenuti sono attualmente in isolamento, sottoposti a interrogatori volti a estorcere confessioni forzate.
Nonostante i blindati, a Hamedan e Kermanshah i manifestanti hanno affrontato le guardie a mani nude. È il contrasto netto tra il coraggio morale di chi non ha nulla da perdere e la forza bruta di un sistema al tramonto, al grido di “Morte al Dittatore”, “Vergogna, vergogna”.
L’emergere dello slogan “Pahlavi tornerà” , spesso accompagnato da “Javid Shah”, ovvero “Lunga vita al Re”, segna una svolta cruciale in questa ondata di proteste. In un momento in cui il fronte dell’opposizione interna è frammentato e pesantemente represso, il riferimento a Reza Pahlavi (il figlio dell’ultimo Scià, in esilio) funge da “ombrello” simbolico, rappresenta l’idea di una transizione verso un governo nazionale che possa garantire stabilità, unendo diverse classi sociali, dai mercanti dei Bazar agli studenti. Non tutti i manifestanti, comunque, sostengono la monarchia, anzi molti temono che il ritorno a una monarchia, anche costituzionale, possa tradire il desiderio di una democrazia parlamentare pura. Per decenni, l’era Pahlavi è stata dipinta come un periodo di pura tirannia e “servitù” verso l’Occidente. Vedere oggi migliaia di persone invocare quel nome nelle strade di Teheran o Isfahan significa che la propaganda di Stato ha perso ogni efficacia. È la sfida più diretta all’identità stessa della Repubblica Islamica.
Spesso questo slogan si accompagna a “Né Gaza né Libano, morirò per l’Iran”. L’idea di fondo è il patriottismo iraniano: rimettere l’Iran e gli iraniani al centro, eliminando le ideologie religiose che hanno portato il Paese a finanziare conflitti esteri mentre l’economia interna crollava.
In sintesi, mentre “Morte al dittatore” è un grido di distruzione del sistema attuale, “Pahlavi tornerà” viene usato come un grido di costruzione (o ritorno) verso un’alternativa politica che il regime teme profondamente, poiché offre una visione di Stato post-teocratica già radicata nella memoria storica del Paese.
L’Iran non sta più chiedendo riforme; sta lottando per la propria esistenza e dignità. Ogni arresto e ogni vittima non fanno che alimentare un fuoco che la teocrazia non sembra più in grado di spegnere.


