Nella notte tra domenica 30 e lunedì 31 agosto 2026 la guerra tra Stati Uniti e Iran, è improvvisamente riesplosa, segnando l’inizio del suo sesto mese con una brusca e violenta ripresa delle ostilità. Le forze statunitensi hanno colpito due lanciatori iraniani sull’isola di Larak, un piccolo lembo di terra che sorveglia l’imboccatura dello Stretto di Hormuz, dopo che unità dei Pasdaran (IRGC) erano state osservate a preparare il lancio di razzi equipaggiati con mine navali, puntati direttamente contro il tratto di mare più strategico per il trasporto mondiale di petrolio. Si tratta del primo attacco statunitense dichiarato pubblicamente contro posizioni iraniane da fine luglio, e arriva a rompere una tregua che, seppure fragile, aveva retto per quasi quattro settimane, dopo che Trump aveva sospeso la sua minacciata campagna di bombardamenti nei primi giorni di agosto. Il portavoce del Comando Centrale statunitense (CENTCOM), il capitano Tim Hawkins, ha confermato l’operazione spiegando appunto che le forze del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie islamiche stavano preparando il lancio di razzi con mine marine verso lo Stretto, e che l’azione è arrivata pochi giorni dopo che il Pentagono aveva dichiarato di aver completato la bonifica delle rotte commerciali internazionali dagli ordigni disseminati nelle settimane precedenti. Washington ha definito l’intervento un’azione “limitata e di precisione” contro una minaccia imminente, respingendo le accuse iraniane di aggressione: secondo il Comando Centrale degli Stati Uniti, il CENTCOM, è stato Teheran a creare il pericolo, mentre l’esercito americano si sarebbe limitato a neutralizzarlo per proteggere la navigazione civile. Testimoni sull’isola di Larak hanno riferito di aver udito un’esplosione, come riportato dall’agenzia iraniana Fars. La reazione di Teheran non si è fatta attendere. Il portavoce dei Pasdaran, Sardar Mohebbi, ha parlato di un “errore strategico e fatale” commesso dall’amministrazione Trump, avvertendo che gli Stati Uniti “pagheranno le conseguenze di questo errore di calcolo sia sul piano economico sia su quello militare”. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie ha denunciato caduti tra le proprie fila e tra i civili nell’attacco a Larak, e nelle ore successive ha reso noto di aver colpito due basi statunitensi in Giordania, Al Azraq e King Hussein, sebbene né Amman né CENTCOM abbiano confermato la notizia. Poco dopo, l’esercito iraniano ha rivendicato anche un attacco con decine di droni contro la base aerea di Al Minhad, negli Emirati Arabi Uniti, che ospita personale e mezzi statunitensi: un’azione che Teheran ha presentato esplicitamente come rappresaglia per i morti di Larak. Al momento della notizia, gli Emirati non avevano ancora rilasciato una dichiarazione ufficiale. Anche il Regno di Giordania è stato coinvolto direttamente: le sue forze armate hanno reso noto di aver intercettato otto missili entrati nel proprio spazio aereo nelle prime ore di lunedì mattina 31 agosto. Sul fronte simbolico, il presidente Trump ha affidato ai social media la sua mossa di propaganda, pubblicando un video generato con l’intelligenza artificiale che mostra il bombardamento dell’isola di Kharg, il principale hub petrolifero iraniano, corredato dalla didascalia “Kharg Island being blown to smithereens” ,”L’isola di Kharg ridotta in macerie”. Non è la prima volta che il presidente americano diffonde immagini di questo tipo relative all’isola, ripetutamente minacciata nel corso del conflitto. L’isola di Kharg non è un bersaglio casuale, ma il principale terminale petrolifero dell’Iran, responsabile prima del conflitto di circa il 90% delle esportazioni di greggio del paese. Minacciarla significa colpire il cuore finanziario di Teheran. Nelle stesse ore l’IRGC, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, ha reso noto di aver abbattuto un drone da ricognizione statunitense MQ-9 Reaper sopra lo Stretto. Da mesi lo Stretto di Hormuz è il vero epicentro dello scontro. Teheran lo ha usato come una leva da tirare a seconda delle necessità: chiuso alla navigazione, poi minato, poi riaperto quando serviva un segnale distensivo verso i negoziati, quindi richiuso non appena le trattative si sono arenate. Parallelamente, Washington ha lavorato per costruire una rotta alternativa attraverso il canale meridionale dello Stretto, un progetto che Teheran interpreta come una mossa strategica per aggirare il blocco e spogliarla dell’ultimo vero strumento di pressione rimasto sul tavolo dei negoziati. In questa prospettiva, la carico di mine scoperto a Larak appare tutt’altro che un episodio isolato: si tratta di un chiaro avvertimento con cui Teheran intende ribadire la propria linea rossa, dimostrando di non voler tollerare alcun tentativo americano di bypassare la sua egemonia sullo Stretto. CENTCOM ha inoltre reso noto di aver deviato 83 navi commerciali, disabilitato tre imbarcazioni e abbordato altre due dal momento del ripristino del blocco navale, il 14 luglio, con un ulteriore incremento nelle ultime 48 ore. Teheran, dal canto suo, ha rivendicato di aver impedito il trasferimento di due milioni di litri di gasolio verso una nave straniera nella base navale di Bandar Abbas, mentre fonti iraniane hanno riferito dell’incendio e della messa fuori uso di una superpetroliera colpita da due mine navali nel tratto meridionale dello Stretto.
Sul fronte economico, il segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha intanto annunciato la volontà di varare un ciclo di nuove sanzioni settimanali contro Teheran, dando il via a una stretta sistematica mirata a colpire in primo luogo il settore bancario. Sul piano politico, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito che Teheran “non cerca la guerra” ma “non resterà passiva di fronte a qualsiasi aggressione”, promettendo una risposta decisa contro chiunque attacchi il paese e avvertendo che l’instabilità regionale non gioverebbe a nessuno. Trump, dal canto suo, ha ribadito in un’intervista a Fox News che l’Iran “non avrà mai un’arma nucleare”, descrivendo la leadership di Teheran come “persone molto violente e malvagie” e sostenendo che, se l’Iran avesse davvero posseduto un ordigno nucleare, lo avrebbe già utilizzato, anche contro l’Europa. Intanto nella regione, la reazione dei vari governi evidenzia strategie profondamente divergenti. Mentre la Giordania subisce le pesanti conseguenze di essersi esposta più di altri alleandosi apertamente con la strategia militare di Washington, un fatto che alimenta un risentimento iraniano risalente a ben prima dell’attuale conflitto, gli Stati del Golfo seguono strategie diverse. Il Qatar si propone come mediatore tra Washington e Teheran; gli Emirati Arabi Uniti, pur avendo subito colpi pesanti nelle prime fasi della guerra, con gravi danni alle infrastrutture energetiche e attacchi missilistici e di droni, si muovono con cautela verso una linea diplomatica di contenimento per cercare di disinnescare l’escalation. Intanto hanno dichiarato di aver “neutralizzato” un drone iraniano sopra le acque territoriali. L’Arabia Saudita, dal canto suo, ha visto bruscamente interrotta la distensione avviata con Teheran nel 2023, reagendo ai raid missilistici e ai danni subiti dalle proprie infrastrutture energetiche con una netta rottura diplomatica e l’adozione di nuove contromisure di difesa. Resta da vedere, in questo quadro, come reagiranno i paesi aderenti al Makkah Defence Agreement, il patto di difesa in via di sviluppo tra Pakistan, Arabia Saudita e Turchia, formalmente firmato il 7 agosto 2026 nel pieno del conflitto con l’Iran, che segna il tentativo concreto di costruire una struttura autonoma di deterrenza e sicurezza regionale, sganciandosi parzialmente dalla totale dipendenza dall’ombrello militare di Washington. La prima riunione inaugurale del Comitato Strategico Politico e di Difesa si sta svolgendo proprio in queste ore a Istanbul per dare seguito operativo all’intesa strategica siglata a inizio mese alla Mecca, coordinando le strategie militari e industriali alla luce della nuova fiammata di tensioni nello Stretto di Hormuz. Più che una singola azione militare, l’attacco a Larak sembra assumere il valore di una dimostrazione: Washington vuole segnalare a Teheran di essere pronta a usare la forza per impedire che l’Iran ricostruisca la propria capacità di minacciare la navigazione nello Stretto. L’isola ospita infatti gran parte delle infrastrutture di sorveglianza e attacco rimaste all’Iran nel tratto meridionale della costa, radar, postazioni di osservazione, lanciatori interrati: colpirle non significa soltanto negare a Teheran un’arma, ma privarla della capacità di “vedere” in acque che rivendica come proprie. Ma la rapidità e l’ampiezza della risposta iraniana — Giordania, Al Minhad, la minaccia di nuove ritorsioni — suggeriscono che la pausa di quattro settimane seguita alla sospensione della campagna di bombardamenti di Trump possa considerarsi conclusa, e che il conflitto stia entrando in una fase meno prevedibile, in cui il rischio di un’escalation su scala regionale torna a farsi concreto.


