La voce dei detenuti di Evin: “Noi…condanniamo inequivocabilmente la pena di morte come forma di omicidio sponsorizzato dallo Stato e chiediamo la completa abolizione di questa pratica disumana”
Ne avevamo già scritto a gennaio, sperando che il regime iraniano accogliesse la mobilitazione internazionale per la liberazione dell’attivista Pakhshan Azizi, ingiustamente detenuta nel carcere di Evin.
L’attivista curda, già condannata a 4 anni di carcere, è stata condannata a morte dalla sezione 26 del Tribunale rivoluzionario di Teheran nel luglio 2024 per il reato di “baghi”, ribellione armata contro lo Stato. Ora la nona sezione della Corte
Suprema iraniana ha respinto la
richiesta di rivedere il verdetto di
colpevolezza e la condanna a morte nei confronti dell’operatrice
umanitaria. L’avvocato di Pashkhan Azizi, Amir Raisian, si è detto scioccato dalla
notizia e dalla ripetizione, nel
verdetto della Corte suprema, degli stessi errori rilevati nel precedente processo. Ha inoltre avvisato che la condanna a morte, in assenza di
ulteriori possibilità di ricordo
giudiziario, potrebbe essere imminente.
La Azizi è stata accusata di aver fatto parte di gruppi armati curdi fuorilegge che operano nella regione del Kurdistan iraniano. Secondo Amnesty International, la donna è semplicemente un’operatrice umanitaria, un’ attivista della società civile, che dal 2014 al 2022 ha prestato assistenza a donne e bambini dei campi profughi nel Nordest della Siria e nel nord dell’Iraq, sfollati dai territori controllati dallo Stato islamico a partire dal 2014.
Nel carcere di Evin, secondo quanto hanno denunciato diverse associazioni umanitarie, ha subito «l’isolamento forzato», oltre che «torture e ad altri maltrattamenti» per costringerla a dichiararsi colpevole.
In Iran, solo nel 2024, sono state eseguite oltre 1.000 esecuzioni , pari a quasi il 75% di tutte le esecuzioni nel mondo. Oltre il 20% dei condannati a morte dal regime iraniano, inoltre, erano curdi, come la Azizi e l’altra attivista detenuta in carcere Varisheh Moradi.
I curdi dell’Iran rappresentano da sempre una spina nel fianco del regime, poiché pur partecipando al governo democratico dell’intero paese, chiedono il rispetto dei diritti delle minoranze e di potersi di autogovernare. Curda era anche Mahsa Amini, brutalmente assassinata dalla Polizia Morale iraniana per non aver indossato correttamente l’hijab.
Dal 21 dicembre al 19 gennaio ( mese di Dey in Iran) sono state registrate almeno 113 esecuzioni. Nei primi tre giorni del mese iraniano di Bahman (20, 21 e 22
gennaio), sono stati impiccati almeno 14 prigionieri, portando a 774 il numero totale di esecuzioni nei sei mesi da quando Massoud Pezeshkian, che si era presentato come moderato, è entrato in carica.
Ali Khamenei, il leader supremo dei mullah, è assediato da forti crisi interne, economiche e sociali. I timori di una rivolta popolare sono sempre più forti, quindi la soluzione è quella di intensificare la repressione in tutte le sfere, sociali, politiche e culturali. Allarmato dalla possibilità di nuove proteste, il regime cerca di mantenere la sua presa sul potere ricorrendo sempre più spesso alle esecuzioni come deterrente, in un’atmosfera di paura e terrore che sta attanagliando tutto il paese.
Intanto stasera, mentre il regime celebra i suoi 46 anni di occupazione del paese, a Teheran la gente sta gridando “morte al dittatore! Morte a Khamenei” dalle finestre, una dura protesta per questi anni di repressione .
Il 23 gennaio 2025 il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione rispetto al deterioramento della situazione dei diritti umani in Iran, evidenziando in particolare i casi delle attiviste Pakhshan Azizi e Varisheh Moradi, condannando anche
il ricorso da parte della Repubblica islamica alla diplomazia degli ostaggi contro i cittadini europei. Nessuno sa quanti siano esattamente gli stranieri in cella a Evin: potenziali “ostaggi di Stato” da scambiare in caso di necessità.
Ai punti B 1-2 della dichiarazione, tra gli altri,il Parlamento europeo afferma:
B “Considerando che l’assistente sociale Pakhshan Azizi e l’attivista per i diritti delle donne Verisheh (Wrisha) Moradi, entrambe attiviste curde che hanno combattuto l’ISIS in Kurdistan, sono state condannate a morte per “ribellione armata contro lo Stato”; che è stato loro negato il diritto a un processo equo e che sono state sottoposte a torture e detenute in isolamento;
1. denuncia la repressione smisurata dei diritti umani da parte del regime iraniano, in particolare le persecuzioni contro le attiviste; deplora fortemente la sentenza di condanna a morte nei confronti di Pakhshan Azizi e Wrisha Moradi; chiede che l’Iran rilasci immediatamente e senza condizioni tutti i difensori dei diritti umani e i prigionieri politici detenuti ingiustamente, tra cui Pakhshan Azizi, Wrisha Moradi e almeno altri 56 prigionieri politici nel braccio della morte;
2. ribadisce la sua ferma opposizione alla pena di morte e invita il governo iraniano a introdurre una moratoria immediata e ad abolire tale pena.”
Intanto un gruppo di 68 prigionieri politici imprigionati nella prigione di Evin, nella prigione di Ghezel Hesar (Karaj), nella prigione di Lakan (Rasht), nella prigione di Teheran, lanciano un appello alla comunità internazionale:
“Noi…condanniamo inequivocabilmente la pena di morte come forma di omicidio sponsorizzato dallo Stato e chiediamo la completa abolizione di questa pratica disumana e reazionaria.
Inoltre, esprimiamo il nostro pieno sostegno a Pakhshan Azizi, Behrouz Ehsani e Mehdi Hassani. Facciamo appello al pubblico iraniano e alle organizzazioni internazionali, in particolare agli organismi per i diritti umani, affinché sfruttino tutte le loro risorse per salvare le vite di questi prigionieri politici che rischiano un’imminente esecuzione. Chiediamo inoltre sforzi collettivi per sradicare la pena di morte nella sua interezza.”
Noi uniamo la nostra voce alla loro, nella richiesta della liberazione di Pakhshan e del rispetto dei diritti umani.


