Narges Mohammadi è fuori dalle mura del carcere, ma non è libera. Sabato scorso, il premio Nobel per la pace 2023 è stata trasferita d’urgenza all’ospedale Pars di Teheran. Le sue condizioni sono critiche: due sospetti arresti cardiaci tra marzo e maggio, una perdita di peso di 20 chili e un corpo sfinito da anni di detenzione e privazioni. Per ottenere questo trasferimento, la famiglia ha dovuto lottare contro il muro di gomma delle autorità, pagare una cauzione altissima e persino farsi carico delle spese per l’ambulanza. “Stavano cercando di sbarazzarsi di lei negandole le cure”, denuncia il fratello Hamidreza da Oslo. Se oggi Narges può essere assistita dai suoi medici di fiducia, è solo grazie alla pressione internazionale che ha costretto il regime a un parziale arretramento, ma la sospensione della pena è temporanea, e su di lei pendono ancora 18 anni di carcere.
Se Narges Mohammadi è il volto visibile della resistenza, nelle pieghe del sistema giudiziario iraniano si consuma una carneficina silenziosa. Il regime sembra aver accelerato quella che le organizzazioni per i diritti umani come Hengaw e il Centro Abdorrahman Boroumand definiscono una “macchina delle esecuzioni”, mirata a colpire le menti più brillanti del Paese. Si contano già almeno 626 esecuzioni dall’inizio dell’anno, un numero impressionante.
Il caso della Mohammadi è solo la punta di un iceberg fatto di isolamento e violenza sistematica. Tra i casi più drammatici emerge quello di Peyman (Amin) Farahavar, poeta di 37 anni, della provincia di Gilan. Proprio in queste ore, il rischio di esecuzione è diventato imminente, la Corte Suprema ha rigettato la sua richiesta di revisione giudiziaria, confermando una condanna a morte emessa dal Tribunale Rivoluzionario di Rasht. Le accuse contro di lui sono pesantissime, dalla ‘ribellione armata’ (baghi) a quella di ‘inimicizia contro Dio’,(moharebeh), tuttavia fonti vicine alla famiglia e attivisti per i diritti umani denunciano l’assoluta infondatezza di tali accuse. Il caso si basa esclusivamente sulle sue poesie, sui suoi scritti politici e sulla sua attività di protesta civile, Farahavar non ha mai preso parte ad azioni armate. Ex compagni di cella hanno riferito delle brutali torture subite durante gli interrogatori nel centro di detenzione del Ministero della Sicurezza Interna, gli ufficiali hanno persino distrutto i suoi manoscritti davanti ai suoi occhi. Nonostante soffra attualmente di gravi problemi allo stomaco causati dai pestaggi dopo l’arresto nel settembre 2024, gli viene sistematicamente negato l’accesso alle cure specialistiche nel carcere di Lakan.
L’ombra della condanna a morte che grava su Farahavar si è purtroppo già abbattuta su Erfan Shakourzadeh, giustiziato l’11 maggio nel carcere di Qezel Hesar. Erfan aveva 29 anni, era un’eccellenza nell’ingegneria aerospaziale. Accusato di spionaggio dopo mesi di isolamento e confessioni estorte, è stato ucciso in segreto. “Sono una delle poche eccellenze che ha scelto di non emigrare… Non lasciate che un’altra vita innocente venga presa nel silenzio”, aveva scritto in una nota prima di morire.
Il carcere di Evin è diventato un buco nero per altre otto prigioniere politiche, colpevoli di aver protestato collettivamente all’interno del braccio femminile, che sono state punite con il divieto assoluto di incontrare legali e familiari, per spezzare la resistenza interna attraverso il vuoto comunicativo. Questa strategia dell’isolamento colpisce chiunque provi a offrire una difesa legale o tecnologica ai cittadini. L’avvocata per i diritti umani Astareh Ansari è letteralmente svanita nel nulla dopo il suo arresto a Shiraz il 3 maggio. Dopo anni passati a difendere dissidenti, oggi è lei la vittima di una sparizione forzata, senza che le autorità forniscano informazioni su dove sia. Il regime colpisce anche le competenze tecniche dei più giovani. Erfan Arabi, sviluppatore di soli vent’anni impegnato nel software open-source, è stato condannato a cinque anni di carcere, la sua colpa è aver lavorato per un internet libero, una sfida diretta al controllo digitale di Teheran.
La macchina della morte accelera anche di più quando colpisce le minoranze etniche, zone d’ombra dove la legalità scompare del tutto. L’esecuzione lampo di Abduljalil Shahbakhsh, appartenente alla minoranza baluchi, giustiziato dopo appena 55 giorni di detenzione, rappresenta l’apice di questa opacità giuridica. In meno di due mesi, Abduljalil è stato arrestato, condannato e ucciso in un processo farsa, senza alcuna trasparenza né possibilità di difesa, a conferma che per il regime la veloce condanna a morte è l’unico strumento per soffocare il dissenso nelle aree più periferiche del Paese. La sua esecuzione è avvenuta in segreto, senza preavviso alla famiglia e senza che gli fosse concesso un ultimo incontro con i propri cari.
L’appello delle organizzazioni internazionali è univoco: la comunità globale non può accontentarsi della “vittoria parziale” del trasferimento in ospedale di Narges Mohammadi. Il silenzio di fronte alle esecuzioni segrete e ai processi sommari è interpretato da Teheran come una licenza di uccidere, un segnale che il regime può continuare a distruggere il futuro dell’Iran senza pagarne il prezzo. Se il mondo resta a guardare, la Repubblica Islamica continuerà a distruggere il futuro del Paese stesso. Narges lotta in un letto d’ospedale, sorvegliata a vista; per Peyman, Astareh e gli altri, ogni ora potrebbe essere l’ultima.


