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Iran, repressione interna, esecuzioni di massa, guerra aperta con gli Usa

Il regime risponde all'escalation con gli Stati Uniti intensificando il terrore interno e spingendo la regione verso il punto di non ritorno.

La Repubblica Islamica dell’Iran si trova al centro di una doppia e drammatica crisi, da un lato l’inasprirsi della morsa repressiva contro studenti, dissidenti e voci critiche all’interno del Paese; dall’altro la pericolosa escalation militare e il conflitto aperto con gli Stati Uniti, con ripercussioni dirette sul commercio globale e sul mercato petrolifero. La tensione all’interno dei confini iraniani continua a salire vertiginosamente. Canali Telegram legati agli apparati di sicurezza hanno iniziato a pubblicare informazioni personali di studenti universitari, inclusi numeri di telefono, indirizzi e dettagli dei familiari, scatenando un’ondata di intimidazioni e minacce di morte. Diversi studenti dell’Università di Teheran hanno denunciato messaggi intimidatori espliciti rivolti sia a loro che ai propri genitori.

Nel frattempo, il regime prosegue nella sua linea di spietata esecuzione delle condanne capitali. Nelle ultime settimane si registra una drammatica escalation delle violazioni dei diritti umani in Iran, segnata da esecuzioni sommarie, torture sistematiche e pesanti condanne nei confronti dei manifestanti arrestati durante le proteste del dicembre 2025 e del gennaio 2026. Tra il 15 e il 22 luglio, il regime ha mandato a morte 22 persone. Tra le vittime figurano il ventiseienne Mehdi Khanaki, studente di giurisprudenza arrestato a gennaio 2026, costretto a confessare sotto tortura e giustiziato in meno di cinque mesi con l’accusa infondata di cooperazione con Israele, e Meysam Irandegani, un giovanissimo minatore di etnia baluchi, impiccato a Iranshahr dopo essere stato arrestato a soli quattordici anni e aver trascorso quattro anni in prigione. A questi si aggiunge la morte in carcere Afshine Albandi, ex campione di pugilato, deceduto il 18 luglio scorso nella prigione di Dastgerd a Isfahan a causa della sistematica negazione delle cure mediche dopo le torture subite. La situazione giudiziaria resta drammatica anche per altri imputati, come evidenzia il caso delle gemelle ventenni Romina e Taraneh Rahimi, arrestate l’8 gennaio a Isfahan e condannate a morte a seguito di un processo definito tra i più preoccupanti legati alle proteste. Insieme ad altri quattordici imputati, le ragazze sono accusate di “moharebeh” (crimine contro Dio), disordini, attentato alla sicurezza nazionale e dell’omicidio di un colonnello delle Guardie Rivoluzionarie. Durante la detenzione nel carcere di Dastgerd, entrambe avrebbero subito torture fisiche e violenze indicibili per estorcere le loro confessioni. Nel corso del procedimento, svoltosi senza la produzione di prove sull’effettiva implicazione delle giovani nell’omicidio, agli avvocati difensori è stato negato l’accesso ai fascicoli, fatto che ha spinto l’ONG IHRM a lanciare un disperato appello all’ONU per chiedere un’indagine indipendente. Sorte diversa, ma sempre segnata da condanne severissime, è toccata ad Abolfazl e Omid Rahbar, due cugini e prigionieri politici detenuti nel carcere di Ghezel Hesar a Karaj, condannati a un totale complessivo di 46 anni di reclusione dal Tribunale Rivoluzionario di Teheran. Nel frattempo, rimane altissimo l’allarme per dodici giovani manifestanti detenuti nella prigione di Isfahan, che rischiano un’esecuzione imminente.

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A questo clima di terrore si aggiunge una stretta economica e culturale altrettanto spietata contro i cittadini, che colpisce ogni aspetto della vita quotidiana attraverso nuove restrizioni, sanzioni mirate e un controllo sempre più pervasivo delle libertà personali e sociali. Questa strategia non si limita a reprimere le piazze nel sangue, ma mira a soffocare la società civile attraverso la pressione finanziaria, la censura e l’imposizione di dogmi ideologici rigidi, riducendo progressivamente gli spazi di autonomia e di resistenza civile. Negli ultimi giorni a Teheran, in particolare lungo la nota Sanaei Street, le autorità hanno sigillato numerosi caffè molto frequentati, da tempo considerati punti di riferimento e spazi di socialità per i giovani. I provvedimenti di chiusura sono stati giustificati con motivazioni pretestuose, dal presunto mancato rispetto delle norme sull’hijab alla vendita di panini o alla presenza di sedie sui marciapiedi, divieti apparentemente minori che servono in realtà a colpire, multare o chiudere con facilità quei luoghi di aggregazione giovanile e culturale che il regime considera politicamente “scomodi” o troppo difficili da controllare.

Sul fronte geopolitico, il conflitto tra Washington e Teheran è di nuovo acceso, dopo il fallimento del cessate il fuoco concordato in primavera. Gli Stati Uniti hanno condotto attacchi aerei per la tredicesima notte consecutiva, colpendo centri di logistica militare, hangar e depositi di droni iraniani. Il presidente Trump ha lanciato avvertimenti durissimi, minacciando di distruggere centrali elettriche, ponti e infrastrutture iraniani, inclusi obiettivi situati nei pressi o all’interno della capitale Teheran, in risposta a qualsiasi attacco contro le navi mercantili nello Stretto di Hormuz. Intanto, il conflitto ha provocato perdite umane anche tra le file americane, il Pentagono ha  confermato la morte di diversi soldati in seguito agli attacchi della scorsa settimana in Medio Oriente, tra cui quelli rimasti vittima di un’offensiva con droni e missili balistici in Giordania e Iraq. La guerra sembra allargarsi sempre di più in tutta la regione del Golfo Persico: l’esercito del Kuwait ha confermato di aver intercettato droni provenienti dall’Iran, mentre minacce simili sono state fronteggiate anche dalle difese di Bahrein e Giordania. A peggiorare il quadro contribuiscono i ribelli Houthi dello Yemen, alleati di Teheran, che hanno minacciato il blocco delle rotte commerciali nel Mar Rosso, spingendo le petroliere a deviare le rotte e facendo impennare il prezzo del greggio a quota 94 dollari. Nonostante il Segretario di Stato americano Marco Rubio abbia ribadito la disponibilità di Washington alla diplomazia, il governo iraniano ha promesso ritorsioni e il rischio di un allargamento incontrollato del conflitto regionale appare oggi più concreto che mai.

La popolazione civile, stretta nella morsa tra la furia della repressione interna e gli spettri di una guerra devastante, paga il prezzo più alto di una strategia suicida che spinge l’intero Paese, e la regione intera, verso un pericoloso punto di non ritorno.

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