Mentre il paese brucia da una settimana per gli attacchi incessanti e si contano centinaia di vittime civili, il regime iraniano prosegue la sua spietata caccia ad artisti e intellettuali, sfruttando il blackout mediatico che ha imposto in questi giorni drammatici. È molto difficile ricevere notizie dall’Iran, le comunicazioni sono estremamente ridotte, il servizio internet è stato proibito. Nonostante ciò, è trapelata la notizia che il regime continua a perseguitare artisti e intellettuali.
Il rapper Toomaj Salehi è stato nuovamente incarcerato sull’isola di Kish e, pare, rilasciato dopo poche ore. La sua voce è da anni una frustata contro il potere, un’eco delle denunce sociali e della ferma opposizione al regime, divenuta un simbolo dopo il suo supporto alle proteste del 2022 seguite alla morte di Mahsa Amini. La canzone “Soorakh Moosh”, “Rat Hole”, è una delle sue canzoni più significative, un’accesa critica alla situazione politica e sociale in Iran, è diventata un simbolo importante, soprattutto durante le proteste, per il suo messaggio diretto contro la repressione, l’ingiustizia e la corruzione.
Il suo calvario giudiziario è stato denunciato anche da Amnesty International: un primo arresto, una condanna a sei anni, un rilascio su cauzione. Poi, ad aprile dello scorso anno, la terribile sentenza di condanna a morte per “corruzione sulla terra” (efsad-e fel arz), che ha scatenato l’indignazione mondiale. Quando una persona viene condannata per “Efsad-e fel-arz” in Iran, la conseguenza più grave è la pena di morte. Ci sono stati numerosi casi di attivisti, giornalisti, manifestanti che sono stati condannati a morte con questa accusa. Fortunatamente, a dicembre, la Corte Suprema ha annullato la decisione e il tribunale di Esfahan lo ha assolto dall’accusa più infamante.
Nonostante tutto, la voce di Toomaj non si spegne: continua a denunciare il regime e a chiedere, tra l’altro, lo stop all’arricchimento dell’uranio.
Il governo iraniano continua a percepire l’arte e la cultura non allineate come una minaccia esistenziale al proprio controllo.
In questi giorni di guerra, la repressione di artisti e intellettuali non è un dettaglio, ma rientra nella strategia brutale del regime per soffocare ogni forma di possibile dissenso, soprattutto ora che vede il suo potere a rischio.
Ma perché gli artisti e gli intellettuali sono così temuti? Perché hanno il potere di ispirare, di criticare, di accendere le coscienze, sono le prime sentinelle a denunciare ingiustizie, corruzione e la fame di libertà. Sanno esprimere idee complesse in modi immediati, rendendoli veleno per un regime che vuole controllare il pensiero. In un Iran giovane, artisti e musicisti possono influenzare le nuove generazioni, sono spesso in prima linea nelle proteste, come dimostrato dalla resistenza indomita di Toomaj Salehi.
Il regime iraniano ha da sempre usato una serie di tattiche per reprimere il dissenso, come la censura totale e il controllo preventivo: nessun film, musica, libro, mostra, possono esistere senza il placet del Ministero della Cultura e della Guida Islamica. Ciò significa tagli, modifiche, o il veto totale. Le linee rosse sono muri invalicabili: niente cenni a sessualità, politica, religione (critica all’Islam sciita o apostasia), ruolo delle donne, ogni accenno al “Leader Supremo” o alla “Rivoluzione”. Molti intellettuali sono costretti all’auto-censura, dato che troppo spesso artisti, registi, musicisti, scrittori e giornalisti vengono sbattuti in galera con accuse come “propaganda contro il sistema”, “offesa alla sacralità islamica”, “minaccia alla sicurezza nazionale”, con detenzioni arbitrarie, i processi farsa, senza nessuna trasparenza, nessun avvocato indipendente, solo “confessioni” estorte. Le condanne possono prevedere fustigazioni, multe salate, anni di carcere, e nei casi estremi, la pena di morte (come sfiorato da Toomaj Salehi). Agli artisti perseguitati viene negata la professione, le licenze revocate, gli spazi culturali chiusi. Molti subiscono divieti di espatrio, impossibilitati a partecipare a festival internazionali o lasciare il paese. Registi del calibro di Jafar Panahi e Mohammad Rasoulof, artiste come Shirin Neshat, sono l’esempio di chi deve creare in clandestinità o fuggire per continuare a creare.
Le artiste donne subiscono poi una doppia repressione: per la loro espressione e per le rigide norme di genere imposte dal regime, molte affrontano restrizioni sull’abbigliamento o sulla performance, soprattutto se avviene in pubblico.
Eppure, nonostante questa morsa asfissiante, la fiamma non si spegne. Molti artisti e intellettuali iraniani continuano a resistere, mantenendo viva la luce della critica e della libertà. La loro lotta è un grido: la cultura è la scintilla inestinguibile di un popolo, anche nell’oscurità più profonda.

Per questo ancora più dolorosa, se possibile, è la scomparsa della giovane poetessa Parnia Abbasi, una delle voci più promettenti della nuova generazione, vittima della brutalità della guerra in corso, a soli 23 anni. La sua casa nel quartiere di Sattarkhan a Teheran è stata polverizzata da un devastante attacco aereo israeliano,il 13 giugno scorso, che ha ucciso lei, i suoi genitori e il fratello minore Parham, tra le prime vittime civili dei bombardamenti su Teheran. “La stella spenta”, una delle sue poesie più note, oggi risuona come un’inquietante e tragica profezia.
La sua scomparsa è ora un simbolo straziante: la vita e la cultura di un popolo spezzate dall’insensatezza della guerra, un monito doloroso sull’impatto devastante che la violenza ha sulle vite e sul patrimonio culturale di un popolo intero.


