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Focus internazionale

Iran, tra le macerie e l’ombra della crisi economica

L'Iran oltre la guerra: il blackout digitale, il pane che diventa un lusso e la resistenza invisibile di un popolo che teme la tregua.

Sotto il sole tiepido di una primavera che sembra ignorare i segni della guerra, i parchi di Teheran si riempiono di famiglie per i primi picnic della stagione. Nei caffè all’aperto, l’aroma del caffè si mescola al brusio dei giovani che praticano sport. A prima vista, la normalità sembra aver ripreso il sopravvento, dopo settimane di bombardamenti condotti dalle forze statunitensi e israeliane. Ma è una normalità fragile, pronta a frantumarsi nuovamente. Mentre negozi e uffici governativi restano aperti, dietro le facciate dei palazzi segnati dalle schegge, l’Iran sta vivendo una delle ore più buie della sua storia recente. Il regime, sebbene in crisi, continua a mostrare la sua brutalità attraverso un’ondata incessante di esecuzioni, mentre milioni di persone restano isolate dal resto del mondo.

Con il crollo della connettività all’1% il Paese è stato tagliato fuori da tutto. In un mondo interconnesso, questo non significa solo l’impossibilità di comunicare, il blocco totale della nazione: transazioni bancarie, scambi commerciali e servizi essenziali sono congelati, paralizzando la vita di milioni di persone. “Ho pagato 6 dollari per 1 giga di Internet per un giorno, uno sproposito” mi ha detto R. l’altro giorno, quando finalmente sono riuscita ad avere sue notizie, dopo 40 giorni di blackout digitale.

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Senza rete, ospedali e università sono sempre più in difficoltà. Secondo il centro di consulenza Dadban, oltre 10 milioni di iraniani traggono il proprio reddito direttamente dal web: per loro, il blackout rappresenta una minaccia letale al sostentamento. “Il nostro reddito è crollato a zero”, racconta Alì, un freelance. Mentre le banche internazionali sono bloccate e i freelance non possono inviare un file all’estero, i servizi governativi e le piattaforme di propaganda statale continuano a correre su server locali, tramite la National Information Network (NIN), la cosiddetta “Intranet Halal”. All’interno di questa rete domestica, ogni transazione, ogni messaggio e ogni ricerca sono trasparenti per gli apparati di sicurezza. La “Intranet Halal” non serve a connettere, ma a recintare. Obbligando le aziende a migrare su server interni, il regime si assicura che l’intera infrastruttura economica del Paese rimanga ostaggio del governo, rendendo impossibile qualsiasi forma di commercio indipendente che possa sfuggire al controllo centrale. In questo modo, il “silenzio” digitale diventa il rumore assordante di una sorveglianza totale. Se il resto del mondo vede un Iran spento, il regime vede finalmente un Iran perfettamente mappato, isolato e totalmente sotto scacco. Lo Stato decide chi esiste online e chi no. Eppure, sotto la coltre di silenzio imposta dalla Intranet Nazionale, pulsa una resistenza invisibile. Gli iraniani, da anni maestri dell’aggiramento digitale, non si sono arresi al blackout, i giovani continuano a scambiarsi via Bluetooth o tramite chiavette USB le ultime versioni di VPN “ponte”, capaci di mimetizzare il traffico dati. “Possono tagliarci i cavi, ma non possono spegnere le nostre menti”, sussurra A. con una scintilla di sfida nella voce. Questa ostinata ricerca di connessione non è solo una necessità tecnica, è l’ultimo atto di ribellione. Finché esisterà un solo byte capace di superare il confine, il muro di isolamento del regime non sarà mai davvero ermetico. La speranza, in Iran, oggi viaggia su frequenze illegali. “La morte non è più il problema: questa situazione è peggiore della morte”. Sul fronte economico il Paese, già provato da anni di sanzioni, è oggi letteralmente a pezzi. La distruzione di infrastrutture critiche nei settori petrolchimico e siderurgico, spina dorsale dell’industria nazionale, ha innescato un effetto a catena di licenziamenti di massa e interruzione delle forniture. L’inflazione ha raggiunto livelli senza precedenti, quella annua è salita dal 50% di dicembre a oltre il 70% di fine febbraio. I beni di prima necessità, come carne, latticini e olio, hanno subito rincari che hanno superato il 110%. Il costo del pane è cresciuto addirittura del 200%, quello della carne del 150%, rincari insostenibili, tanto che sono molte le famiglie che hanno rinunciato a mangiare la carne, perché non possono più permettersi di pagare. A Malard, a ovest di Teheran, in un video diffuso da IranInternational, si sono viste lunghe code davanti ai panifici, dovute a una grave carenza di farina, che ha impedito ai negozi di soddisfare la domanda. Queste scene sono l’indice di una pressione economica ormai insostenibile, dove la mancanza di pane e farmaci essenziali, come l’insulina, mette a nudo l’incapacità del regime di proteggere la popolazione dalle conseguenze delle proprie scelte. Intanto sta prendendo piede un’economia di pura sussistenza. Con i redditi drasticamente ridotti, molte famiglie non possono più permettersi i beni di prima necessità e, per far fronte alla situazione, attingono ai risparmi di una vita, alle cauzioni per l’affitto, rischiando di perdere la casa, o ai prestiti da banche e parenti. In alcuni casi, le famiglie sono costrette a vendere i propri beni personali pur di potersi permettere il cibo. I marketplace online sono inondati di annunci di macchinari e dispositivi elettronici svenduti, spesso senza alcun acquirente all’orizzonte. Il malessere striscia fin sotto le volte secolari del Gran Bazar di Teheran, dove la tensione è palpabile. Storicamente, i Bazaari, la classe mercantile conservatrice, sono stati il pilastro su cui il regime ha costruito il proprio consenso e la propria stabilità, ma oggi quel pilastro vacilla. “Non vendiamo più, sopravviviamo e basta” confida un anziano commerciante di tappeti, lo sguardo fisso su corridoi insolitamente vuoti. Quel Bazar che era il motore finanziario del sistema, oggi ne è lo specchio della crisi. Ora, con milioni di persone che hanno già perso o si teme perderanno il lavoro, il governo non ha la capacità di fornire sussidi di disoccupazione adeguati, lasciando la popolazione nell’incertezza e nella difficoltà più totale.

Intanto, sul fronte diplomatico, si cerca di arrivare ad un accordo in maniera molto faticosa. Trump ha appena annullato l’ennesimo incontro ad Islamabad. Tuttavia, ciò che per la comunità internazionale rappresenterebbe la fine di un incubo, con la tregua e la riapertura dello Stretto di Hormuz, per i cittadini iraniani è l’inizio di una nuova paura. “La vera guerra inizia ora”, dichiara M., un giovane professionista. Il timore diffuso è che, una volta normalizzati i rapporti con le potenze straniere e cessate le minacce esterne, il regime utilizzerà la ritrovata stabilità per “stringere la morsa” all’interno. La memoria della repressione mortale è ancora viva, il timore è che senza l’attenzione della comunità internazionale e protetto dal muro di silenzio del blackout digitale, il regime volgerà lo sguardo esclusivamente verso l’interno per soffocare ogni forma di dissenso rimasta. “La guerra finirà, ma è lì che inizieranno i nostri veri problemi con il sistema. Ho molta paura che se il regime raggiungerà un accordo con gli Stati Uniti, utilizzerà quella stabilità per aumentare la pressione sulla gente comune.”

La primavera è arrivata a Teheran, ma per molti iraniani il vero inverno della libertà è appena cominciato.

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