L’operazione navale condotta dalla Marina israeliana ai danni della nave umanitaria Madleen, parte della Freedom Flotilla Coalition, in acque internazionali, rappresenta una grave violazione della Convenzione ONU sul Diritto del Mare (UNCLOS) e un attacco diretto al principio di libertà di navigazione. L’assalto avvenuto nella notte tra domenica 8 e lunedì 9 giugno, ha visto il blocco e il dirottamento della nave, salpata da Catania lo scorso 1 giugno con l’obiettivo di consegnare una modesta ma simbolica quantità di beni essenziali alla Striscia di Gaza, assediata da una devastante crisi umanitaria, e sensibilizzare l’opinione pubblica.
L’equipaggio aveva lanciato una richiesta d’aiuto nella notte, riferendo di essere stato attaccato con sostanze chimiche e successivamente detenuto.
A bordo, attivisti, giornalisti e operatori umanitari, tra cui l’eurodeputata francese di origini palestinesi Rima Hassan, che aveva già un divieto di ingresso in Israele per le sue posizioni politiche, l’attivista svedese Greta Thunberg, i giornalisti Younes Mohamedi e Omar Fayyad, e operatori umanitari di diverse nazionalità, come Thiago Avila (Brasile), Yasmin Akar (Germania), Shuaib Ordu (Turchia), Riva Villar e Baptiste André (Francia), Sergio Toribio (Spagna), Mark van Rennes (Paesi Bassi) e Pascal Mourieras (Francia), a testimonianza della dimensione internazionale e dell’intento pacifico dell’iniziativa. Tutti sarebbero ora trattenuti dalle autorità israeliane al porto di Ashdod, una trentina di chilometri a sud di Tel Aviv, da dove si prevede che saranno trasferiti al centro di detenzione di Givon, vicino alla città di Ramleh, a meno che non accettino di andarsene immediatamente, nel qual caso potrebbero essere autorizzati a partire subito da Tel Aviv, come ha dichiarato l’avvocata Nariman Shehade Zoabi, dell’organizzazione per i diritti umani Adalah.
Questo ennesimo episodio non solo solleva urgenti interrogativi sulla legalità del blocco navale imposto da Israele, ma rievoca precedenti tragici come l’assalto alla Mavi Marmara , intercettata e assaltata in acque internazionali nel 2010, con un bilancio di nove civili uccisi, ed evidenzia un modello di condotta israeliana che ignora il diritto internazionale in nome della sicurezza nazionale, spesso a discapito della popolazione civile, e rafforza la necessità di un’indagine approfondita e di una condanna internazionale. Ancora più recentemente, un tentativo precedente della Freedom Convoy è stato interrotto a marzo 2025 in acque internazionali vicino a Malta, con l’attacco di droni.
L’intercettazione della Madleen è avvenuta in acque internazionali, in un punto a nord della costa egiziana, ben prima che la nave potesse avvicinarsi alle acque territoriali di Gaza e, di conseguenza, violare l’area di blocco navale auto-dichiarato da Israele. Questo dettaglio è cruciale: la Convenzione ONU sul Diritto del Mare, di cui Israele è firmataria, garantisce la libertà di navigazione in alto mare. L’abbordaggio e il dirottamento in tali circostanze costituiscono un atto di pirateria di stato o un’aggressione in base al diritto internazionale consuetudinario.
Le dichiarazioni del Ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, che aveva preannunciato l’impedimento all’ingresso della nave, non possono giustificare un’azione che contravviene palesemente ai principi di sovranità e libertà di navigazione.
Critica tuttavia la posizione del Ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, che ha definito l’azione della nave “Madleen” della Freedom Flotilla una “provocazione politica” inutile, e ha ribadito l’impegno dell’Italia a far arrivare aiuti a Gaza tramite canali ufficiali e l’ONU, sollecitando un cessate il fuoco, la liberazione degli ostaggi e l’accesso umanitario garantito. Ha inoltre sottolineato che la soluzione a lungo termine richiede la creazione di uno Stato palestinese, criticando duramente Hamas per l’escalation e l’uso degli ostaggi.
La crisi umanitaria a Gaza ha ormai raggiunto livelli catastrofici: dal 2 marzo 2025, Israele ha quasi totalmente bloccato l’ingresso di aiuti, contravvenendo alle stime umanitarie che indicano la necessità di almeno 600 camion di aiuti al giorno per prevenire una carestia su vasta scala. Sebbene a fine maggio sia stato consentito l’ingresso di alcuni aiuti, il rischio di carestia è imminente per oltre due milioni di civili,se il blocco e le ostilità persisteranno.


