“Non mi arruolo in un esercito che sta commettendo un genocidio”. Con queste parole Yona Roseman israeliana di 19 anni ha motivato, quest’estate, il suo divieto di indossare la divisa. La giovane è una giornalista ed attivista contro il genocidio, l’apartheid e gli sfollamenti forzati. La coraggiosa scelta le costerà trenta giorni di carcere. Il rifiuto, inoltre comporta conseguenze importanti. L’esercito è considerato uno dei pilastri dell’identità nazionale, pertanto chi non si arruola per motivi politici rischia di non fare carriera, di essere messo ai margini della società e spesso questi giovani vengono allontanati dalla propria famiglia. L’obiezione di coscienza per motivi politici, oltretutto, non è riconosciuta. Nel Paese ebraico il servizio militare è obbligatorio, per uomini e donne, al compimento dei 18 anni.
Yona, per fortuna non è la sola a rispondere No alla chiamata alle armi. Ayana Gerstmann e Yuval Pelleg, entrambi diciottenni, si sono rifiutati di arruolarsi nell’esercito di Tel Aviv. La ragazza è stata condannata a un mese di prigione e il giovane a venti giorni di detenzione. “Come cittadina di questo paese, – afferma Ayana – dico con voce chiara: la distruzione di Gaza non è in mio nome! L’occupazione non è in mio nome! Mi rifiuto di rimanere in silenzio, nella speranza che la mia voce apra gli occhi agli altri nella nostra società e risvegli la loro consapevolezza di ciò che viene fatto in loro nome, fino a quando anche loro non potranno più rimanere in silenzio” “Presto sarò imprigionato – ha affermato Yuval – per il mio rifiuto di partecipare al massacro e mi appello a voi, popoli del mondo: intensificate la lotta! Unitevi a me e resistete alla distruzione e al genoocidio con tutta la vostra forza”.
In un contesto di massacri quotidiani in Palestina, c’è chi con grande coraggio, quindi, si rifiuta di parteciparvi. Fra di loro c’è anche Itamar Greenberg, diciottenne, incarcerato ripetutamente e condannato a cinque pene consecutive per aver rifiutato la divisa. La sua storia è stata divulgata da Amnesty International. La motivazione di questo gesto nobile e coraggioso? “Non potevo indossare un’uniforme simbolo di uccisioni e oppressione”. E’ stato scarcerato recentemente dopo aver passato 197 giorni in un carcere militare. Anche altri giovani si sono rifiutati:Yuval Moav ha dichiarato” mi rifiuto di esser complice di un genocidio. Non sono speciale. Come le persone di tutto il mondo, vedo ciò che il mio Paese sta facendo a Gaza e non ho parole per descrivere l’orrore”.
Le loro scelte si stanno moltiplicando. “Ci è stato ordinato di bruciare la casa, ho comunicato loro che non ero disposto a farlo. Ho posto un chiaro limite morale di fronte ad azioni immorali.” Ecco quanto ha dichiarato recentemente il medico militare israeliano Yuval Green, che a Gaza gli è stato intimato di dare fuoco alla abitazione dove alloggiavano. L’obiettivo? Facilitare la pulizia etnica. La sua storia è stata riportata dal quotidiano Haretz, una delle poche voci di opposizione nel paese ebraico. La sua motivazione a servire nell’Esercito è venuta meno quando ha sentito alla radio che Israele rifiutava di terminare la guerra per riportare a casa gli ostaggi. “Senza una soluzione politica – sottolinea – finchè i palestinesi saranno sotto il nostro controllo, si solleveranno sempre contro di noi, compiranno attacchi e combatteranno”. Questa guerra sarà un altro spreco di sangue, altre uccisioni che porteranno ad un’opposizone più violenta ad altre uccisioni”. Il Giovane fa parte di “Soldati per gli ostaggi” che ha scritto una lettera “Questo non è un Paese per cui sacrificherò la mia vita”, in cui 130 soldati, fisicamente e psicologicamente esausti a causa della guerra, rifiutano il servizio militare qualora il Governo non raggiunga un accordo con Hamas per la liberazione degli ostaggi. Ma altre voci si sono aggiunte per non obbedire ad ordini palesemente criminali .
Esiste quindi, una componente sia pure minoritaria della società israeliana che rifiuta, con grande coraggio, la disumanizzazione dei palestinesi e di rendersi complice di quello che appare sempre più un massacro continuo.
Ma anche chi non è pacifista si oppone alle atrocità. MaxCresh, sergente dell’esercito che ha combattuto a Gaza è il promotore di un manifesto della renitenza alla leva dei riservisti israeliani “Ci rifiutiamo di prendere parte a questa guerra illegale. Resistiamo al tentativo di Netanyahu di sacrificare tutto per la propria sopravvivenza politica”. Quasi quattrocento persone hanno racccolto l’appello e non si sono presentate in caserma.
Seppure pochi numericamente, vi sono giovani che hanno il coraggio di non collaborare alla macchina bellica e che in questo modo testimoniano che si può essere costruttori di pace anche dove infuriano i venti di guerra.
Ma ci sono anche altri modi di opporsi ad una violenza cieca: qualche mese fa mille riservisti hanno firmato una lettera contro la guerra a Gaza, secondo loro il conflitto serve “ad interessi politici e personali” più che alla sicurezza nazionale e “causerà la morte degli ostaggi dei soldati israeliani e di civili innocenti “. La risposta di Netanyahu? “Estremisti che vogliono far cadere il Governo”.
Israele da molto tempo è bloccato da numerose proteste. Purtroppo, scrive Gideon Levy su Haretz “La maggior parte del movimento di protesta israeliano si preoccupa solo della vita degli ostaggi, non di quella dei palestinesi”. Infatti, “Come si può essere scioccati – continua Levy – alla vista dell’ostaggio affamato Evytar David e scrollare le spalle o addirittura gioire per le uccisioni che avvengono nelle file dei palestinesi per il cibo?”
Mentre l’Occidente sostiene incrollabilmente il Governo israeliano nel genocidio, è ancora più importante supportare che si rifiuta di uccidere, togliendo spazio alla retorica che esclude ogni strada diversa dalle armi. Come hanno evidenziato questi ragazzi, la politica dell’occhio per occhio non fa altro che rendere tutti quanti ciechi e porterà-come afferma Anna Foa in un suo libro – al “suicidio di Israele”


