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Focus internazionale

Israele, il commercio delle armi prolifera. Altro che boicottaggio

Nel 2025 le esportazioni di armi israeliane hanno raggiunto la cifra record di 19,2 miliardi di dollari, con una crescita del 30% rispetto al 2024

Nel 2025 le esportazioni di armi israeliane hanno raggiunto la cifra record di 19,2 miliardi di dollari, con una crescita del 30% rispetto al 2024. Lo ha annunciato, con grande soddisfazione, il Ministero della difesa di Tel Aviv, si è  così consolidato un trend che ha visto il volume di affari raddoppiare nell’ultimo quinquennio e quadruplicare nell’arco di un decennio.  Il risultato conferma il ruolo centrale che la tecnologia militare con marchio “testato in battaglia” riveste nella proiezione globale di Israele.

L’anno scorso ha anche registrato un altro record in materia. Gli accordi Governo-Governo hanno raggiunto  circa 10 miliardi di dollari, oltre la metà del volume  totale degli accordi.

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I ministri israeliani sottolineano che tale crescita vertiginosa è avvenuta grazie all’intensa attività operativa che ha visto coinvolti i sistemi israeliani su molteplici fronti di conflitto.

L’alto livello di esportazioni è stato trainato dai sistemi missilistici, i razzi e le tecnologie di difesa aerea, che da soli hanno costituito il 29% dell’intero valore delle esportazioni 2025. Con percentuali inferiori seguono sistemi di osservazione e optronica (22%); radar (11%); sistemi di comunicazione (7%); aerei con equipaggio ed avionica (11%); droni (4%); satelliti e sistemi spaziali (3%); veicoli (2%); intelligence, informazioni e  sistemi informatici (2%); sistemi marittimi e piattaforme marine (2%) e munizioni (1%)

Nonostante un gran parlare di sanzioni, il mercato principale delle armi “made in Israel” è l’Europa (36%), seguono Asia e Pacifico (32%), Medio Oriente(15%), Nord America (13%), America latina (2%) e Africa (2%). Anche l’Italia è un importante cliente nel periodo 2024-25 ha acquistato per circa 240 milioni di euro.

E’ lampante che se gli eserciti del nostro Continente si riforniscono dal Paese ebraico, sarà molto difficile sganciarsi da questa sorta di dipendenza tecnologica.

“C’è un filo chiaro e inconfondibile – ha commentato il ministro della difesa, Katz – che collega i risultati del campo di battaglia dell’IDF (le forze armate israeliane) su tutti i fronti, le straordinarie capacità delle industrie di difesa israeliane  e il successo  delle esportazioni  di difesa israeliane in tutto il mondo”.

E’ evidente che il marchio “testato in combattimento”, garantisce, putroppo, il successo commerciale di armi che hanno seminato lutti e distruzioni a non finire a Gaza, in Cisgiordania, in Libano, in Iran e in Yemen.

L’esercito di Tel Aviv non è solo cliente dell’industria nazionale ma ne è anche motore, vetrina e garante. Le società esportano le armi, il fatturato alimenta nuove capacità militari utilizzate sul campo. Tali , oltre a creare profitti, finanziano la ricerca militare, sostengono le industrie belliche, rafforzano alleanze, creano dipendenza teconlogica e accrescono il peso diplomatico di Israele.

Sul piano geopolitico, si inseriscono gli accordi di Abramo che hanno normalizzato le relazioni fra Israele ed alcuni Paesi arabi (Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Marocco). Tali intese non sono solo diplomatiche ma si traducono in cooperazione militare, intelligence, tecnologie di sorveglianza, utilizzate per reprimere i dissidenti, difesa antimissile. Ad esempio, Abu Dhabi è diventata uno dei principali acquirenti dei sistemi di Tel Aviv, ultimamente ha creato un fondo congiunto dedicato allo sviluppo e all’acquisizione di nuovi sistemi d’arma e di difesa aerea.

La sicurezza è diventata, quindi, il perno delle relazioni diplomatiche regionali.

Credits photo Amnesty International

 

 

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