“Deve succedere. Può succedere. Sarà. Pace”. E’ lo slogan di It’s Time, terza edizione del People’s Peace Summit, che si è svolto a Tel Aviv, alla presenza di migliaia di persone. In tanti , infatti, non si rassegnano alla logica dell’occhio per occhio, della guerra permanente, del regime genocida e di apartheid che governa Israele.
Nonostante i conflitti su più fronti, una coalizione di ben 80 diverse organizzazioni israeliane e palestinesi, orientate alla pace, si sono radunate per affrontare una situazione che sembra senza vie di uscita.
L’evento ha riunito centinaia di leader della società civile israeliana e palestinese – insieme a più di un centinaio di diplomatici.
Mentre la politica è capace solo di cancellare i palestinesi, è importante ribadire la richiesta di un futuro diverso, con accordi in grado di garantire una stabilità regionale. Per affermare una volta di più la speranza, anche e soprattutto quando sembra una missione impossibile, un’utopia. Per i partecipanti, invece, vale la pena provare. Non si tratta di pacifisti fuori dalla realtà, bensì di associazioni che sostengono gli obiettori di coscenza, chi frappone il proprio corpo fra i coloni ed i palestinesi per evitare i soprusi dei coloni stessi; chi denuuncia (Peace now) la barbarie di oltre cento palestinesi morti in detenzione per il crudele trattamento loro riservato ed altri che si oppongono in modi nonviolenti al regime di di apartheid. In sintesi chi non vuole che Israele sia considerato uno stato canaglia. Sicuramente una minoranza, ma è latestimonianza di una componente della società viva, che non si rassegna a vivere in un Paese che spesso considera l’unico palestinese buono quello morto.
Lo stimolo proveniente dalla società civile arriva in un momento, per quanto possa sembrare strano, di autentico slancio diplomatico. Quadri di riferimento come la Dichiarazione di New York, il piano in 20 punti e l’Alleanza Globale per l’Attuazione della Soluzione a Due Stati, sono speranze per raggiungere la soluzione diplomatica al conflitto, fino ad ora irraggiungibile.
Il divario tra la diplomazia ai più alti livelli e la comprensione popolare è lo spazio occupato dalla società civile che la coalizione It’s Time intende colmare. L’incontro in esame ha compiuto un altro passo significativo in questa direzione. Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha annunciato, in un videomessaggio al consesso, che la Francia riunirà nuovamente gli operatori di pace il 12 giugno a Parigi in vista del vertice del G7 che la Francia presiede.
Pur con tutte le contraddizoni del caso, sussiste un cambiamento nel modo in cui la comunità internazionale concepisce la diplomazia di pace: l’Italia con il G7 2024 ha guidato il cambiamento per integrare formalmente la società civile nei processi diplomatici; la Francia ha riunito 350 operatori di pace per la Paris Call, i cui risultati hanno contribuito alla Dichiarazione di New York; il Regno Unito, che tuttavia crimnalizza il movimento Pro-Pal, ha avviato un processo per la creazione di un Fondo internazionale per la pace israelo-palestinese; l’UnioneEuropea ha stanziato 26 milioni di euro per progetti a favore della società civile – e tale ammontare è destinato ad aumentare. Purtroppo si tratta di briciole rispetto all’ammontare del commercio di armi, che continua pressochè indisturbato, in spregio alle leggi esistenti. Tale stanziamento è importante, ma va ricordato, che proprio l’UE, soprattutto per l’opposizione di Germania ed Italia non riesce ad imporrre sanzioni a Tel Aviv.
L’ambasciatore dell’UE Michael Mann ha ribadito il sostegno dell’Unione alla società civile, facendo eco al successivo annuncio di Kaja Kallas, Vice Presidente per gli affari esteri dell’Unione di un ulteriore finanziamento di 8 milioni di euro. “Sosteniamo la società civile – ha affermato il diplomatico – ciò che fate è davvero importante. Il contesto sta diventando sempre più difficile e noi siamo qui per sostenervi finanziariamente e politicamente”.
Si tratta, in prospettiva, di assicurare che la pace non sia solo negoziata a livello politico, ma compresa, sostenuta e difesa dalle persone a cui è destinata.
L’opinione pubblica di entrambe le parti è più pronta per la pace di quanto il dibattito politico supponga. Lo dimostra un rcente sondaggio, secondo il quale il 74% degli israeliani sostiene o accetterebbe la normalizzazione regionale e la creazione di uno Stato palestinese, mentre l’81% dei palestinesi può accettare un accordo di normalizzazione regionale che preveda la crezione di uno Stato palestinese.Questi dati sono rimasti costanti in quattro sondaggi consecutivi Al Pulse nell’arco di un anno. Entrambe le popolazioni, pertanto, sarebbero pronte per la diplomazia. Aspettano solo che le loro autorità intavolino delle trattative concrete ed offrano un’alternativa.
Si tratta, forse, di un’utopia, comunque di semi gettati per costruire un futuro. Per tornare al dialogo, pur con tutte le contraddizoni e le difficoltà del caso, visti gli ottanta anni di oppressione del popolo palestinese
Peccato che un’iniziativa così significativa sia stata ignoratata, non a caso, dai principali media, per i quali il liberticida Governo di Israele ha sempre ragione.
Netanyahu ha risposto con il sopruso: annnciando l’occupazione del 70% della Striscia di Gaza e continuando i bombardamenti del Libano. Lo studente gazawi Mahmoud al -Najjar, inoltre, che aveva finalmente ottenuto una borsa di studio per l’università di Roma 2, Tor Vergata è stato arrestato dalle forze di sicurezza di Tel Aviv, mentre era in viaggio. Il giovane universitario è l’unico sopravvissuto della sua famiglia: i quattro figli, un fratello e membri della famiglia del fratello sono stati tutti uccisi da un attacco aereo a Gaza.


