Mentre in tutto il mondo cresce la mobilitazione della società civile contro la guerra a Gaza e nei Territori Occupati, l’Italia continua a esportare armamenti e tecnologie militari ad Israele. È quanto emerge da un’analisi dell’Istituto di Ricerche Archivio Disarmo di Roma (IRIAD), che chiede di fermare questi commerci di morte. Lo studio condotto incrociando dati ufficiali del SIPRI, dell’ISTAT (portale Coeweb per le statistiche sul commercio estero) e della Relazione governativa sull’export di armamenti smentisce le dichiarazioni pubbliche del Governo Meloni sulla sospensione delle forniture dopo il 7 ottobre 2023.
Nel periodo 2019- 2023, l’Italia, secondo il SIPRI, è stata la terza esportatrice e ha esportato verso Israele 26.7 milioni di dollari (23.8 milioni di euro) in maggiori sistemi d’arma comprendenti 12 elicotteri leggeri AW119 Koala e 4 cannoni navali Super Rapid da 76mm prodotti entrambi dalla Leonardo Spa. A tutto ciò è da aggiungere la cooperazione per il programma dei caccia F-35, con componenti italiane destinate ai velivoli di Tel Aviv.
Tuttavia, le esportazioni più recenti mostrano una collaborazione ancora più stretta tra Italia e Israele. Secondo il Coeweb nel 2024 l’Italia ha esportato in Israele “armi e munizioni” (cat. 93) per circa 5.8 milioni, dei quali ne esplicita solo l’11% come appartenenti alle sottocategorie “armi non letali” (cat. 9304), “parti e accessori” (cat. 9305) e “bombe, granate e siluri” (cat. 9306). “Serve maggiore trasparenza” – osserva Matteo Taucci, ricercatore di Archivio Disarmo- È urgente una mobilitazione per far rispettare la Legge 185/1990 anche alla luce del partenariato strategico con Israele che scadrà e si rinnoverà automaticamente il prossimo 8 giugno”.
Particolarmente rilevante è il capitolo delle tecnologie per “navigazione aerea e spaziale” (cat. 88), che comprende aerei, droni, radar per un valore di 34 milioni di euro. Di questi, ben 31 milioni non sono inseriti in sottocategorie dal Coeweb, rendendone difficile la tracciabilità. Rientra probabilmente in questa categoria anche la vendita del jet M346 Master, impiegato per l’addestramento militare avanzato. Va sottolineata poi l’esportazione di macchine per l’elaborazione automatica dell’informazione (cat. 8471). Come si legge nel Coeweb, nel 2024, il nostro Paese ha esportato 2.7 milioni di euro in computer industriali, lettori ottici e dispositivi per l’inserimento e l’elaborazione codificata delle informazioni, strumenti fondamentali per le infrastrutture militari, la logistica e l’Intelligenza Artificiale. Tecnologie che possono essere utilizzate per funzioni dual use, quali il controllo dei droni, il targeting automatizzato e il comando delle operazioni militari.
Il Governo italiano continua a rivendicare la piena legalità le esportazioni militari in base alle deroghe previste dalla normativa vigente. La legge 185/1990 e la normativa internazionale su questo delicatissimo argomento, però, vietano l’invio di armamenti a Paesi coinvolti in conflitti armati, salvo accordi o motivi di sicurezza nazionale.
“Dalla ricerca effettuata – afferma Maurizio Simoncelli, vicepresidente di Archivio Disarmo – emergono forniture secretate che impediscono la corretta informazione nei confronti del Parlamento italiano e dei mass media, nonostante la Legge 185/1990. Ora che Gaza è diventata centrale nel dibattito pubblico, sarebbe opportuno che il governo prendesse posizione in relazione al rispetto del Diritto Umanitario Internazionale, soprattutto per quanto riguarda accordi di cooperazione e forniture militari con il governo di Israele”.
Ancor più grave è il fatto che il nostro Parlamento, solo poche settimane fa, abbia autorizzato l’acquisto di aerei per la guerra elettronica, basati su tecnologia israeliana, per un ammontare di quasi 2 miliardi di euro, dando un sostegno concreto economico ed anche politico a Tel Aviv.
Questi dati, nel rendere evidente il ruolo italiano nel rafforzamento delle Forze armate di Israele, sottolineano la distanza siderale fra l’Esecutivo Meloni (ma anche i precedenti) che appoggia, in maniera assoluta, Israele nonostante si sia macchiato di crimini contro l’umanità e il popolo italiano che da tempo manifesta la necessità di porre fine al conflitto, anche mediante l’applicazione di quelle sanzioni internazionali, che in maniera non violenta, hanno costretto il Sud Africa a porre fine al regime di segregazione razziale.
E’ ora di passare dalle parole di condanna a gesti concreti, per essere parte della soluzione e non del problema. La nostra Costituzione, con l’articolo più calpestato, dichiara solennemente il “ripudio della guerra”, si tratta di adottare politiche coerenti con tale dettato. Fino ad ora abbiamo assistito, invece, ad un doppio standard: 17 pacchetti di sanzioni contro la Russia e zero nei confronti di Tel Aviv. Il Governo, infatti, non ha fatto nulla neanche quando l’esercito di Tel Aviv ha sparato contro i caschi blu dell’ONU in Libano, in cui sono presenti un migliaio di militari italiani, dimostrando di non voler tutelare neanche i nostri soldati. Altro che sovranisti.
Palazzo Chigi non può lavarsi la coscienza limitandosi a curare in Italia Adam, se Israele lo permetterà, l’unico sopravvisuto, con la madre, alla morte del padre e di nove fratelli, uccisi dai bombardamenti israeliani, mentre tutti gli ospedali di Gaza sono stati distrutti dall’esercito di quello che per molti commentatori è “l’unica democrazia del medio oriente”.
Ma c’è chi contesta la complicità del Governo operando per la pace. I Partiti di opposizione, dopo anni, hanno finalmente cambiato posizione ed ora sono per bloccare la cooperazione militare con Tel Aviv e per il riconoscimento dello Stato di Palestina In questo contesto è importante che le Regioni Puglia, Emilia-Romagna e Toscana, a cui si aggiungerà anche la Sardegna, abbiano deciso di sospendere ogni collaborazione con le istituzioni israeliane. Ancora più significativo è il fatto che i lavoratori abbiano deciso di non collaborare con l’apparato bellico che massacra i palestinesi. I portuali marsigliesi hanno impedito il carico di armi su una nave diretta nel Paese ebraico e quelli di Genova sono pronti ad impedire che le armi siano imbarcate nel porto ligure. A questo punto la lotta dal basso contro il Governo Netanyahu deve saldarsi con quella contro il piano europeo di riarmo da 800 miliardi di euro, che moltiplicherà i venti di guerra e impoverirà gli europei, togliendo loro le risorse per lo Stato sociale destinandole all’industria bellica.


