Dopo processi segnati da gravi violazioni dei diritti umani, torture, confessioni forzate, le condanne a morte appena pronunciate, con l’accusa di “baghi”, ovvero ribellione armata contro il regime, contro le attiviste e prigioniere politiche curde Varisheh Moradi, 39 anni, e Pakhshan Azizi, 40, sono solo le ultime di un’ondata senza precedenti di esecuzioni in Iran, che riflettono l’intensificarsi dell’uso della pena di morte come strumento di terrore per instillare paura e reprimere il dissenso, come ha denunciato il Centro per i diritti umani in Iran (CHRI).
Si moltiplicano le esecuzioni pubbliche, attivisti e manifestanti vengono condannati a morte, minorenni giustiziati senza pietà, in un’ondata di violenza che ha preso di mira in particolar modo le minoranze e che solo quest’anno ha visto centinaia di persone uccise, anche per crimini che non prevedono la pena di morte, il tutto con procedimenti viziati da gravi violazioni del giusto processo. Reza Rasaei, un manifestante arrestato per strada durante le manifestazioni del movimento “Donna, vita, libertà”, è stato giustiziato in segreto, dopo un processo sommario, il 6 agosto 2024. Il 28 ottobre è stato messo a morte, senza neanche il diritto a un giusto processo, Jamshid Sharmahd, un cittadino iraniano-tedesco residente negli Stati Uniti, accusato di legami con un gruppo filomonarchico.
Nei mesi di agosto, settembre e novembre, sono state effettuate almeno quattro esecuzioni pubbliche, nonostante siano proibite dal diritto internazionale e soltanto a ottobre sono stati giustiziati 178 prigionieri, un numero record, il totale mensile più alto degli ultimi anni.
“L’uso dilagante e illegale della pena di morte da parte del governo iraniano è una campagna di terrore volta a reprimere il dissenso”, ha affermato Hadi Ghaemi, direttore esecutivo del CHRI.
L’attivista curda per i diritti delle donne Varisheh Moradi è diventata la terza donna quest’anno ad avere una condanna a morte, oltre all’altra attivista curda Pekhshan Azizi e all’attivista sindacale Sharifeh Mohammadi, che da tempo si batteva per i diritti dei lavoratori. Mentre la condanna della Mohammadi è stata annullata in vista di un nuovo processo, le altre due rimangono in grave pericolo. In Iran qualsiasi tentativo di costituire un’ organizzazione sindacale è un crimine, nessuna obiezione al governo è consentita. Figuriamoci, poi, da parte delle “minoranze”, come quella curda, particolarmente invisa al regime.
“Il governo iraniano prende di mira gli attivisti della comunità curda emarginata con accuse non motivate politicamente, e perseguita duramente in particolar modo le donne attiviste” ha detto Ghaemi. “Il caso della Moradi è l’ennesimo di una lunga serie di procedimenti giudiziari illegali e brutali volti a mettere a tacere queste comunità minoritarie e a punire le donne attiviste”.
La sezione 15 della Corte rivoluzionaria di Teheran ha condannato a morte Varisheh con l’accusa di “ribellione armata”. Era stata arrestata il 1° agosto 2023, quando le forze di sicurezza dell’intelligence la rapirono mentre era in viaggio da Marivan a Sanandaj, nel Kurdistan iraniano. Il tribunale ha citato come motivo della sentenza la sua presunta affiliazione al Partito per la Vita Libera del Kurdistan (PJAK).
Durante il procedimento, il suo team legale ha dovuto affrontare gravi restrizioni, ai suoi avvocati è stato negato persino l’accesso al suo fascicolo e alla stessa Moradi non è stato permesso di presentare una difesa in tribunale. Per protestare contro la condanna a morte, l’attivista ha avviato anche uno sciopero della fame di 20 giorni. Secondo l’organizzazione per i diritti umani Hengaw, la Moradi ha subito gravi torture presso il centro di detenzione del Dipartimento di Sanandaj e, dopo aver trascorso cinque mesi in isolamento nel reparto 209 della prigione di Evin, è stata poi trasferita nel reparto femminile nel dicembre 2023.
Nonostante le gravi condizioni di salute in cui versa attualmente, le autorità carcerarie si sono rifiutate di trasferirla in una struttura medica esterna al carcere per cure adeguate.
Condannata a morte sulla base di presunte accuse, mai provate, non ha mai portato un’arma, né ha partecipato a una guerra, così come Pakhshan Azizi, che stava lavorando con i rifugiati nei campi del nord-est della Siria e nel nord dell’Iraq, donne e bambini sfollati dai territori controllati da Daesh, dallo Stato islamico. Ma sotto il regime dei mullah, tendere la mano può essere sufficiente per essere condannati a morte. Amnesty International ha denunciato che la donna è stata sottoposta a “sparizione forzata”, nonché a “torture e altri maltrattamenti durante gli interrogatori”.
Anche Sepideh Gholian, attivista iraniana per i diritti umani e giornalista, è attualmente detenuta nella famigerata prigione di Evin a Teheran. Arrestata per la prima volta nel
2018 per il suo impegno a favore dei diritti dei lavoratori, è stata condannata più volte a lunghe pene detentive.
Nonostante le brutali condizioni carcerarie, è diventata una delle voci più audaci e influenti della resistenza contro la repressione in Iran.
L’11 gennaio Sepideh Gholian ha diffuso una lettera dal carcere di Evin, dove è detenuta, in cui si esprime non solo come attivista, ma anche come compagna di prigionia di Pakhshan Azizi: “Hanno paura delle voci di queste donne, perché sanno che una voce nata da un secolo di oppressione è risuonata nelle strade. Sanno che “Jin, Jiyan, Azadî” (Donna, Vita, Libertà) non è solo uno slogan; È una catena che lega mani a mani e voci a voci. Oggi, Pakhshan incarna la lotta delle donne curde per la libertà e la dignità, mentre è vittima di una spietata repressione delle donne e delle minoranze etniche in Iran…Noi dobbiamo trasformare la nostra voce in un grido. Noi, bisogna renderlo chiaro a tutti, rifiutiamo la morte. Varîshe e Pakhshan devono vivere”.


