Oggi, 15 marzo 2026, il Kazakistan vive una giornata a storica. Oltre 12 milioni di cittadini sono chiamati alle urne per approvare una riforma costituzionale che riscriverà l’identità del Paese. Il punto più delicato riguarda l’articolo 9: la lingua russa perde il suo status di “parità” con il kazako, venendo declassata a lingua utilizzata solo a richiesta “in parallelo” o “accanto” alla lingua ufficiale. A breve tutti i documenti governativi saranno redatti esclusivamente in kazako; se lo si desidera, essi potranno essere emessi anche in russo, ma se non se lo si tralascia o se lo si rifiuta, il documento sarà comunque valido nel solo kazako. Non si tratta di una semplice tecnicalità linguistica. È un decisivo e simbolico atto di indipendenza. Per il governo di Astana (capitale del Kazakistan), si tratta di completare il processo di decolonizzazione iniziato con il passaggio all’alfabeto latino; tuttavia, per la minoranza russofona (circa 3 milioni di persone), è un segno di incertezza sul futuro.
Molti osservatori si chiedono perché il presidente russo Vladimir Putin, che ha usato la protezione delle popolazioni russofone come casus belli in Ucraina, ora taccia: che fine ha fatto la pasdaran e salace portavoce del ministero della guerra Maria Zaharova e il battagliero conduttore televisivo, odiatore dell’occidente (sebbene possessore di una costosa proprietà sul Lago di Como in Italia) Vladimir Soloviev? Sono rimasti muti anche loro? Loro no, hanno parlato: La Zakharova ha espresso forte irritazione, definendo le modifiche come una minaccia alle relazioni bilaterali e alla stabilità regionale. In vari briefing, ha accusato le autorità kazake di cedere a influenze occidentali mirate a isolare la Russia in Asia Centrale e ha avvertito che tali decisioni avranno conseguenze sul piano umanitario e politico. Soloviev ha adottato toni molto più aggressivi nei suoi programmi televisivi, arrivando a suggerire che il Kazakistan stia intraprendendo un percorso simile a quello dell’Ucraina riguardo alla “de-russificazione”. Ha spesso definito queste riforme come un atto di ostilità verso il mondo russo (Russkiy Mir), alimentando il dibattito sulla necessità di “proteggere” la minoranza russa nel paese. Tuttavia Putin non si è fatto assolutamente sentire. E questo è il segnale più importante. Perché?
La risposta risiede in un brutale pragmatismo. Innanzitutto, l’attrito. Con il suo esercito impegnato sul fronte ucraino, Mosca non può permettersi tensioni lungo i 7.600 km di confine con il Kazakistan. In secondo luogo, la dipendenza economica. Il Kazakistan è una leva vitale per aggirare le sanzioni occidentali; rompere con Astana significherebbe per la Russia un isolamento totale. In terzo luogo, la deterrenza cinese. La Cina considera il Kazakistan il perno della Nuova Via della Seta. Un’aggressione russa provocherebbe una reazione da parte di Pechino che Mosca non può assolutamente permettersi. In quarto luogo, riluttanza e fatalismo.
Da un lato, stamattina ad Almaty, la seconda città più grande del paese, tutti i mercati agricoli non hanno aperto prima delle 11 (di solito aprono molto presto): sicuramente per via di un decreto governativo volto a costringere la gente che si prevedeva riluttante ad andare a votare. D’altro canto, la popolazione appare disorientata per mancanza di informazioni e per fatalismo: alcuni russi sopra i 50 anni, interrogati oggi, hanno risposto di aver votato e, in caso affermativo, di aver votato tutti contro la nuova Costituzione, pur essendo allo stesso tempo convinti che votare fosse inutile perché (come nell’Unione Sovietica prima e come ora in Russia) tutto è già deciso dal governo e il voto serve solo a giustificare la modifica costituzionale. I giovani sono i più interessati.
Occorre tenere presente che nei giorni precedenti il referendum, non si è tenuto alcun dibattito televisivo o mediatico sull’argomento, come avviene nei paesi occidentali: la maggior parte della popolazione non ne sapeva nulla fino all’ultimo. Se tutto sembra già deciso e si percepisce che la modifica sia stata segretamente già approvata, e che il referendum sia solo una formalità, si può presumere che il presidente kazako Kassym-Jomart Tokayev e Putin si siano accordati su questa modifica (ottenendo il suo consenso o evitando un’opposizione aperta), senza creare tensioni tra di loro. La gente semplicemente non si fida del governo, come in qualsiasi altro paese della CSI (Confederazione degli Stati Indipendenti). Pertanto, la modifica costituzionale si rivelerà priva di conseguenze rivoluzionarie.
Tuttavia, possiamo essere certi che la Russia, anche in silenzio, tema un rischio in questa mossa costituzionale e monitori da vicino gli sviluppi futuri: una sorta di “effetto domino” all’interno della “Comunione degli Stan” che è in divenire. Il Kazakistan non è solo. I venti della sovranità soffiano in tutta l’Asia centrale: Uzbekistan e Kirghizistan stanno seguendo l’esempio, approvando leggi che impongono l’uso della lingua nazionale negli uffici pubblici. Per evitare le tattiche russe del “divide et impera”, i cinque “Stan” (Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Tagikistan) hanno creato un fronte unito. Si incontrano regolarmente in vertici esclusivi per risolvere le controversie interne (acqua, confini) e presentarsi uniti ai giganti vicini. C’è poi il cosiddetto “corridoio di mezzo”, a cui sono interessati insieme alla vicina Cina: la prova tangibile che l’Asia centrale aspira a essere un ponte tra Oriente e Occidente, non più una periferia dell’Impero russo è costituita dalla creazione di rotte commerciali che aggirano la Russia.
Cosa accadrà in futuro alla lingua russa? Appare strano ma per questa si pone un paradosso: essa sicuramente resisterà, nonostante il referendum. L’idioma russo non scomparirà domani, esso resterà come lingua franca per il commercio regionale e chiave d’accesso al mercato del lavoro per milioni di migranti. Tuttavia, la sua funzione sta cambiando: da “lingua del padrone” a “strumento tecnico al servizio”. Le nuove generazioni di kazaki, uzbeki e kirghizi guardano sempre più a Istanbul, Pechino e all’Occidente. Il referendum odierno segna la fine definitiva dell’egemonia culturale russa in una regione che, per un secolo, è stata governata dal Cremlino. L’Asia centrale finalmente parla per sé.
Infine, cosa dicono i sondaggi d’opinione, mentre le votazioni sono ancora aperte? Indicano un risultato favorevole all’85-89% per la nuova costituzione, segnalando un significativo allontanamento dall’influenza linguistica e politica russa, con un’affluenza alle urne superiore al 70%. Mentre i funzionari ucraini hanno salutato il voto come una vittoria per la sovranità nazionale, gli Stati Uniti hanno espresso un cauto sostegno alle riforme e la Russia, finora, si è limitata a sottolineare la preservazione, seppur limitata, dello status della lingua russa. Vedremo se questa mossa rimarrà incontrastata o se innescherà nuove tensioni in questa regione del mondo già tesa, non così lontana a nord dalla regione del Golfo in fiamme. Se fossero soltanto la Zakharova e Soloviev a lanciare le loro solite bombe atomiche verbali e flatulenze televisive potremmo tappare le nostre orecchie o spegnere le nostre televisioni e ritenerci contenti.


