A meno di un anno dalle prossime elezioni presidenziali, l’opposizione kenyota prova a trasformare il malcontento sociale e politico degli ultimi anni in una forza elettorale capace di contendere il potere al presidente William Ruto. Domenica 13 settembre migliaia di persone si sono riunite a Nairobi per il primo grande raduno nella capitale della piattaforma Linda Mwananchi, espressione che in swahili significa “Proteggere i cittadini”.
La manifestazione si è svolta nel quartiere di Gikomba e ha assunto rapidamente i caratteri di una dimostrazione di forza. In testa al corteo alcune delle principali figure della nuova coalizione, tra cui James Orengo, Babu Owino ed Edwin Sifuna, senatore di Nairobi e sempre più al centro delle aspettative di una parte dell’opposizione.
Il dato politico non riguarda soltanto le dimensioni della mobilitazione. A differenza di altri recenti appuntamenti dell’opposizione, la giornata si è svolta senza incidenti rilevanti, nonostante la presenza di numerosi agenti di polizia. Un elemento tutt’altro che secondario in un Paese nel quale il rapporto tra manifestazioni, forze dell’ordine e violenza politica è diventato negli ultimi anni particolarmente delicato.
Ad agosto, infatti, un precedente raduno di Linda Mwananchi a Homa Bay, nell’ovest del Kenya, era stato segnato da disordini e dall’intervento della polizia, con un bilancio di quattro morti. Anche per questo la mobilitazione pacifica di Nairobi acquista un significato politico che supera il semplice conteggio dei partecipanti: l’opposizione cerca di dimostrare di poter occupare lo spazio pubblico della capitale e mobilitare senza che la piazza precipiti nella violenza.
Al centro della giornata è emersa soprattutto la figura di Edwin Sifuna. Dissidente dell’Orange Democratic Movement (ODM), storica formazione dell’opposizione kenyota, il senatore sembra intercettare in particolare una domanda generazionale. Nelle testimonianze raccolte durante la manifestazione ricorre infatti l’idea della necessità di un ricambio rispetto ai candidati e ai partiti che hanno dominato a lungo la scena politica nazionale.
È un tema importante in un Paese la cui popolazione è molto giovane e nel quale proprio le nuove generazioni hanno assunto negli ultimi anni un ruolo crescente nella contestazione politica. Le grandi proteste del 2024 contro la legge finanziaria avevano già mostrato l’esistenza di una mobilitazione giovanile capace di svilupparsi anche al di fuori delle tradizionali strutture partitiche. Linda Mwananchi tenta ora di inserirsi in quello spazio, anche se resta da capire quanto una protesta diffusa e composita possa tradursi in una proposta elettorale organizzata.
Per il momento, infatti, la piattaforma riunisce personalità differenti e non ha ancora indicato un candidato unico alla presidenza. La convivenza tra più leader potrebbe rappresentare una risorsa, ampliando la capacità di mobilitazione, ma potrebbe anche diventare uno dei principali problemi quando sarà necessario stabilire gerarchie, candidature e alleanze.
A unificare la piazza è soprattutto l’opposizione a William Ruto. Il messaggio lanciato da Sifuna durante il raduno è stato estremamente semplice: fare dell’attuale presidente il primo capo dello Stato kenyota a fermarsi a un solo mandato. Da qui lo slogan “One term”, trasformato nello sheng parlato a Nairobi nella parola “Wantam”. Il termine ha ormai oltrepassato i confini strettamente politici, entrando nel linguaggio popolare e persino nelle canzoni.
È un dettaglio linguistico solo in apparenza. Uno slogan riesce a diventare politicamente potente quando smette di appartenere esclusivamente ai dirigenti che lo hanno formulato e comincia a circolare autonomamente nelle conversazioni, nella musica e nella vita quotidiana. “Wantam” condensa così in una sola parola un obiettivo immediatamente comprensibile: impedire la rielezione di Ruto nel 2027.
La mobilitazione di Nairobi, tuttavia, non equivale ancora alla costruzione di un’alternativa di governo. Linda Mwananchi dovrà trasformare la capacità di riempire le strade in organizzazione territoriale, definire una leadership e soprattutto articolare un programma che vada oltre il rifiuto dell’attuale presidente.
Il raduno del 13 settembre mostra comunque che la lunga campagna verso il 2027 è già cominciata. E che una parte dell’opposizione intende giocarla facendo leva su due elementi strettamente intrecciati: la richiesta di cambiamento e l’ingresso sulla scena politica di una generazione che reclama maggiore spazio. Il successo di una piazza non permette di prevedere l’esito delle urne, ma segnala che la competizione per definire chi possa rappresentare quel cambiamento è ormai aperta.


