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Personaggi

Kenya. Tom Mboya, panafricanista con le “parole” dell’occidente

Ministro della Pianificazione e dello sviluppo economico del governo guidato da Jomo Kenyatta, assassinato il 5 luglio 1969, a Nairobi.

Solo recentemente, soprattutto durante e dopo gli anni del mandato di presidenza Obama, l’attenzione degli studiosi e degli storici è tornata a occuparsi dellafigura del keniota Thomas Joseph Mboya, ministro della Pianificazione e dello sviluppo economico del governo guidato da Jomo Kenyatta, assassinato il 5 luglio 1969, a Nairobi. E, solo in tempi altrettanto recenti, si è osato avanzare esplicite ipotesi sui reali responsabili del suo assassinio. Condannato allora all’impiccagione per aver ucciso Mboya, infatti, Nahashon Isaac Njenga Njorogeun Kikuyu dedito al piccolo commercio, con trascorsi in Albania, al poliziotto che lo stava arrestando, avrebbe detto: «Why dont you go after the big man?». A quasi sessant’anni di distanza dai fatti di Nairobi, nessuna evidenza processuale ha condotto all’identificazione del big man, espressione, nel contesto delle Scienze politiche, riferita al governo di una singola persona, spesso corrotto, autocratico e in certa misura totalitario, su un paese apparentemente disciplinato da un diritto e un’amministrazione formale ma, in sostanza, preda di reti clientelari. Dopo che, nel 1976, James Jesus Angleton, un alto funzionario della CIA in quiescenza,ha addebitato l’assassinio di Mboya al KGB nellambito di una campagna della Guerra Fredda contro i politici filo-occidentali in Africa, solo nel 2023, Robert F. Kennedy Jr. ha pubblicamente accusato Daniel Toroitich arap Moi, all’epoca dei fatti vicepresidente del governo Kenyatta, su posizione dichiaratamente filo sovietiche,dell’esecuzione di Government Street (oggi Moi Avenue) di uno dei leader politici del continente africano più noti e apprezzati nel mondo.

Prescindendo da identità specifiche e fatti contingenti, senza alcun dubbio, le ragioni profonde di questo omicidio sono attribuibili alle idee che Mboya professava e cercava, con ostinazione, di portare avanti: un convinto panafricanismo che, con le “parole” dell’Occidente, non avrebbe mai smesso di dialogare con l’Occidente.

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Nato con ogni probabilità il 15 agosto 1930, proveniente da una famiglia convertitasi al Cattolicesimo, Mboya apparteneva al clan Suba del gruppo etnico Luo; aveva eletto l’istruzione a strumento imprescindibile per condurre la sua battaglia contro il tribalismo, il Cattolicesimo e il potere coloniale in Kenya e, a conclusione dei suoi studi, si era fatto strada nel mondo del sindacato proprio negli anni in cui la Gran Bretagna, timorosa che un consolidamento delle forze sindacali indigene avrebbe portato alla fine del suo dominio nello stato africano, aveva ridotto le trade union keniote a poco più che associazioni generiche, prive di una leadership forte e impossibilitate ad accedere a risorse economiche. Già in qualità di segretario generale della Federazione sindacale keniota, ospite dell’American Committee on Africa, a New York, nel 1956, aveva strizzato l’occhio al mondo sindacale americano, individuando negli Stati Uniti sia l’interlocutore per combattere e contenere la Gran Bretagna sia il partner ideale con quale allearsi per continuarvi a dialogare.

 

Memore dei suoi sforzi per garantirsi un’istruzione in grado di consentirgli l’accesso ai maggiori consessi internazionali, si era fatto ideatore e promotore tra il 1959 e il 1961 dei primi tre ponti aerei che traferironostudenti kenioti negli Stati Uniti al fine di completare il loro ciclo di formazione. Il secondo ponte aereo, quello del 1960, era stato finanziato, per un valore di 100 000 dollari, dalla Joseph P. Kennedy Jr. Foundation, per intervento di John F. Kennedy il quale, già senatore dello stato del Massachussetts, correva, proprio quell’anno, con successo, alla presidenza del governo degli Stati Uniti d’America. E, proprio grazie a quel ponte aereo, era giunto oltreoceano un kenyota con le stesse origini Luo di Mboya: Barack Obama Senior, padre del primo presidente nero della storia americana.

Questa via personalissima e originale con la quale Mboya cercava di perseguire e di difendere il panafricanismo, coltivando relazioni stabili con l’Occidente, si palesò, tuttavia, alla Conferenza di Accra del dicembre 1958, in una serie di discorsi pubblici successivi, nel corso del quali si richiamò esplicitamente ai fatti di Accra, e in alcune prese di posizione che lo allontanarono dal presidente ghanese Kwane Nkrumah.

Preceduta nell’aprile dello stesso anno da un incontro di nove leader africani, la Conferenza di Accra,che si tenne dal 5 al 13 dicembre 1958 rappresentò, di per sé, un turning point nella storia del panafricanismo:prima conferenza africanista organizzata sul territorio africano, questo congresso, al quale parteciparono i delegati dei partiti politici di ventotto nazioni del continente oltre a 500 associazioni sindacali e diversi osservatori di organizzazioni “non africaniste”, spostò il focus della questione affrontata dagli africanisti dal problema razziale a quello dell’unità africana. Le sei conferenze panafricaniste precedenti, infatti, tutte organizzate tra Europa e Stati Uniti, si erano svolte sotto l’egida del pensiero di William E. B. Du Bois che, nel 1900, a Londra, aveva affermato: « Il problema del XX secolo è la linea del colore»;  ad Accra, per la prima volta, l’attenzione si era spostata su un’altra questione, ben sintetizzata dalle parole di un altro panafricanista, George Padmore: «[…] il panafricanismo offre un’alternativa ideologica al comunismo da una parte e al tribalismo dall’altra. Rifiuta sia il razzismo bianco sia lo sciovinismo nero. È espressione della coesistenza razziale sulla base delluguaglianza assoluta e del rispetto della persona umana». Un panafricanismo, dunque, quello di Accra, che si giocava “oltre la linea del colore” e che mirava alla costituzione degli Stati Uniti d’Africa, un commonwealth in cui tutti gli uomini, senza distinzioni di razza, colore e convinzioni politiche, si fossero sentiti liberi e uguali. Non può essere un caso, dunque, che proprio ad Accra, dove per una settimana i giganti del pensiero africano – Lumumba per il Congo, Banda per il Malawi, Kaunda per lo Zambia, solo per citarne alcuni – «inventarono il futuro dell’Africa»(David Goldsworthy), fosse stato eletto come chairmandel consesso un giovanissimo e brillante oratore, un indigeno keniota che vestiva all’europea e dialogava con i maggiori leader occidentali, il ventottenne Tom Mboya.

A conclusione della Conferenza, Mboya avevasintetizzato lo svolgimento dei lavori con queste parole: «Alcuni dicono che gli Africani non sono ancora pronti per essere liberi. Altri dicono che ancora non sono civilizzati abbastanza. A questi noi rispondiamo: “[…] Lasciateci fare i nostri errori, lasciateci prendere coscienza dei nostri errori. […] Sparite dall’Africa”». In occasione della prima ricorrenza dell’African Freedom Day, il 15 aprile 1959, dal Carnegie Hall di New York, Mboya era ritornato su quanto stabilito ad Accra, rivendicando il desiderio degli africani «di essere compresi e riconosciuti dal punto di vista e dalla prospettiva delle loro stesse genti»; ribadiva la convinzione per cui una completa emancipazione sociale ed economica dei paesi africani non sarebbe stata possibile senza una previa emancipazione politica;esternava agli occidentali tali convinzioni e incoraggiava l’unità dei popoli africani nella comune battaglia anticoloniale, ricorrendo alle parole degli stessi occidentali: prima, citava, senza nominarlo, il poeta inglese John Donne, asserendo che «nessun uomo è un’isola», poi ricorreva a un modo di dire americano: «Dobbiamo restare uniti, altrimenti finiremo per essere impiccati separatamente». Ma, quando alla Conferenza panafricanista di Tunisi del 1960, si discusse sull’opportunità di sganciare completamente il sindacalismo panafricano dalle organizzazioni sindacali internazionali, Tom Mobya, che guidava l’East African Contingent, pur non presente fisicamente ai lavori, oppose un netto rifiuto alla proposta riconoscendo il necessario e imprescindibile rapporto dell’Africa con l’Occidente per uno sviluppo effettivo del Continente. Non solo tale posizione contribuì ad alienargli le simpatie di Nkrumah ma, di fatto, impedendo, a Tunisi,di giungere a una conclusione in tal senso, scampòl’irrimediabile e incondizionato scivolamento dell’Africa nell’orbita dei paesi a trazione sovietica dei quali si attrasse inevitabilmente riserve e ostilità.

Credits photo “The African Letters Project”.

 

 

 

 

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