TEHERAN – Il 28 febbraio 2026 resterà impresso nella storia come il giorno in cui il muro della Repubblica Islamica ha subito la sua crepa più profonda. La conferma ufficiale della morte dell’Ayatollah Ali Khamenei, nelle prime ore di oggi 1° marzo, ha trasformato le speculazioni in una realtà che sta scuotendo l’intero scacchiere globale. Quello che segue è il resoconto di 24 ore di caos, speranza e distruzione.
L’azione congiunta tra Stati Uniti e Israele, denominata ” Lion’s Roar”, “Il Ruggito del Leone”, è scattata all’alba di sabato mattina. L’obiettivo era chiaro, la “decapitazione” della leadership iraniana e la neutralizzazione delle minacce nucleari.
Il Presidente Donald Trump ha rotto il silenzio su Truth Social, definendo Khamenei “una delle persone più malvagie della storia” e invitando il popolo a “riprendersi il proprio Paese”, offrendo al contempo immunità totale ai membri dell’IRGC e della polizia disposti a collaborare. Nonostante le iniziali smentite di Teheran, la TV di Stato ha infine confermato il decesso della Guida Suprema, rimasta uccisa nel bombardamento del suo complesso fortificato insieme alla figlia, al genero e alla nipote. E mentre il regime proclama 40 giorni di lutto, il mondo osserva la possibile fine di un’era.
L’Ayatollah Ali Khamenei, in qualità di Guida Suprema della Repubblica Islamica, è considerato dalle principali organizzazioni per i diritti umani e da numerosi organismi internazionali il principale responsabile di decenni di repressione sistematica in Iran. Sotto il suo mandato, il controllo sul dissenso è stato esercitato attraverso un apparato di sicurezza ramificato (Pasdaran, Basij e Polizia Morale) e un sistema giudiziario che ha fatto ampio ricorso alla pena di morte.
Parallelamente all’eliminazione di Khamenei, una serie di raid chirurgici ha paralizzato i centri nevralgici del Paese. A Teheran, oltre alla residenza del Leader supremo, sono stati centrati gli uffici della Presidenza e l’aeroporto di Mehrabad, hub logistico dei Pasdaran. L’Intelligence è stata decimata, i missili hanno polverizzato i quartieri generali dei servizi segreti, eliminando figure chiave come Javad Pourhossein e Ali Kheirandish. L’aviazione israeliana e i missili Tomahawk americani hanno colpito infrastrutture strategiche, i siti nucleari di Isfahan e Qom, la base navale di Chabahar e depositi di armi a Tabriz, Shiraz e Karaj.
Purtroppo, la strategia bellica non ha risparmiato i centri abitati e il prezzo del conflitto si rivela già tragico. A Minab, nel sud del Paese, nella provincia di Hormozgan, un attacco diretto a una base vicina dei Pasdaran ha centrato la scuola elementare femminile “Shajareh Tayyebeh”. Il bilancio è straziante: 108 vittime, quasi tutte bambine. Anche a Baneh, nel Kurdistan iraniano, il bombardamento di una caserma ha causato pesanti danni collaterali nelle zone residenziali circostanti. Intanto anche oggi Teheran continua a essere colpita, dense colonne di fumo si alzano dai quartieri più centrali.
La risposta iraniana è stata immediata e brutale, missili balistici hanno investito Israele, causando la morte di una donna a Tel Aviv e decine di feriti. Tuttavia l’offensiva iraniana ha travalicato i confini israeliani, investendo l’intero Golfo Persico: mentre i sistemi di difesa intercettavano droni sopra Doha e il Bahrain, il cuore turistico di Dubai veniva scosso dalle esplosioni negli hub aeroportuali e nei resort di lusso. L’aeroporto internazionale di Dubai (DXB) è stato scosso da esplosioni che hanno paralizzato i voli, sono stati colpiti anche i simboli del lusso come il Burj Al Arab e il Fairmont The Palm, avvolti dal fumo tra il panico dei turisti.
Intercettazioni di droni sono state segnalate sopra Doha e nei pressi della base della Quinta Flotta in Bahrain. È di questi minuti anche la notizia di bombardamenti su Riyadh, la capitale dell’Arabia Saudita.
La mossa più pesante sul piano globale è stata l’annuncio dei Pasdaran della chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso cui passa il 20% del petrolio mondiale. Le navi sono attualmente ferme in attesa di istruzioni. Il timore degli analisti è che il greggio possa superare i 120 dollari al barile nel giro di poche ore, con conseguenze devastanti per l’economia.
Nelle strade iraniane si respira intanto un’aria paradossale. Nonostante il blackout digitale, filtrano video di festeggiamenti spontanei a Teheran, Shiraz, e in molte altre città. Subito dopo la conferma della morte di Khamenei, nonostante il massiccio dispiegamento di forze di sicurezza, centinaia di persone sono scese in strada: per molti, la morte del dittatore è la scintilla della libertà. A Sanandaj, nel Kurdistan iraniano, i residenti hanno celebrato la notizia nelle piazze principali, vedendo nella caduta del vertice l’opportunità per una reale autonomia e la fine di decenni di discriminazione etnica.
La risposta del regime superstite, però, resta feroce: le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco sulla folla impegnata a celebrare, effettuando centinaia di arresti. Le unità speciali e i membri rimasti dei Basij hanno tentato di disperdere la folla utilizzando gas lacrimogeni e proiettili di gomma.
La vicinanza di Sanandaj a Baneh, dove è stata colpita una caserma dell’esercito nella serata di sabato, ha aumentato il livello di allerta militare in tutta la regione. Il timore dei cittadini è che le forze governative, in preda al caos per la morte della Guida Suprema, possano usare il pugno di ferro per mantenere il controllo sulle province più calde, come appunto il Kurdistan. La “gioia” di questi cittadini non è un inno alla guerra, ma l’urlo disperato di chi vede nel crollo del vertice l’unica via d’uscita da anni di oppressione.
Con il processo di transizione già avviato sotto la guida di Ali Larijani, l’incertezza ora regna sovrana. E mentre Larijani tenta di raccogliere le redini di un potere in frantumi, il mondo resta col fiato sospeso, tra il sogno di un Iran democratico e l’ombra di una guerra totale, il prezzo della libertà continua a essere pagato dal sangue degli innocenti.


