Mentre la linea ufficiale del Ministero degli Esteri ribadisce che l’Italia non è un Paese in guerra, i fatti di Erbil impongono una lettura diversa. La notte tra l’11 e il 12 marzo 2026, il contingente italiano è finito sotto il fuoco diretto in quello che la Difesa ha definito un attacco “deliberato”.
Alle ore 23:10, droni suicidi Shahed di fabbricazione iraniana hanno colpito il perimetro della base di Camp Singara. L’esplosione ha centrato un autocarro logistico, scatenando un violento incendio che ha distrutto l’area ristorazione. Nonostante i danni materiali siano ingenti e definiti “non quantificabili”, i 140 militari italiani ne sono usciti illesi: l’allarme, scattato preventivamente alle 20:30, ha permesso al personale di rifugiarsi nei bunker con largo anticipo.
A differenza della cautela diplomatica del Ministro degli Esteri Antonio Tajani, il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha usato toni netti. Confermandone la natura mirata, Crosetto ha ricordato che Camp Singara non è solo un presidio nazionale, ma una base della Coalizione che ospita assetti strategici. La gravità dell’evento è confermata dai vertici di governo: il sottosegretario Alfredo Mantovano ha descritto il livello di allerta come “massimo”.
La base di Erbil rappresenta il fulcro della missione italiana in Iraq. Il compito del contingente non è il combattimento, ma l’attività di Advise & Assist, addestramento e assistenza, a favore delle forze curde e irachene in funzione anti-ISIS, con l’obiettivo di preservare la stabilità necessaria per impedire la rinascita di cellule terroristiche. Tuttavia, la posizione della base, a ridosso dell’aeroporto internazionale, la trasforma in un hub logistico vitale per la NATO, ma al contempo la espone come bersaglio sensibile nel punto più esposto del dispositivo di difesa nel Nord Iraq.
L’incidente solleva dubbi sulla sostenibilità della missione in un teatro dove la diplomazia non riesce più a proteggere le basi. Sebbene l’Italia non partecipi attivamente all’offensiva Epic Fury, la percezione delle basi della Coalizione come estensioni del potere occidentale le espone a ritorsioni costanti. Agli occhi delle milizie o degli attori regionali, la bandiera italiana è indistinguibile da quella degli alleati: siamo pedine di una partita a scacchi molto più grande.
Per anni il Kurdistan è stato l’oasi sicura dell’Iraq, ma il colpo a Camp Singara infrange questo mito: le “zone protette” sono svanite. La minaccia non è più solo l’insidia interna dell’ISIS, ma un’aggressione esterna e tecnologicamente avanzata. L’impiego dei droni Shahed segna il confine tra il vecchio terrorismo e la guerra tecnologica, capace di saturare le difese e colpire chirurgicamente il cuore della logistica.
In questo scenario, il fattore umano curdo resta l’unico argine fisico capace di tenere il territorio. I Peshmerga rappresentano l’architrave della presenza occidentale in Medio Oriente: sono stati i primi a fermare il Califfato, proteggendo di fatto anche la sicurezza dell’Europa. In un Iraq frammentato, il Governo Regionale del Kurdistan (KRG) è rimasto l’interlocutore più solido per la NATO.
Abbandonare i curdi ora non sarebbe solo un venir meno agli impegni presi, ma un errore strategico catastrofico. L’ISIS è in uno stato di latenza; i curdi gestiscono migliaia di prigionieri e campi profughi che sono polveriere ideologiche. Se lasciati soli sotto la pressione dei droni, i Peshmerga dovrebbero sguarnire il fronte anti-ISIS per difendere i propri confini, creando lo spazio per una rinascita del jihadismo.
Tradire questa fiducia significherebbe bruciare la credibilità dell’Occidente: nessun altro attore regionale accetterebbe più il rischio di agire come partner di una Coalizione pronta a sfilarsi al primo cambio di vento. L’errore non sarebbe solo militare, ma morale e politico. Lasciare soli i curdi significa abbattere l’ultimo argine che separa la stabilità dal caos totale. Non è un favore che facciamo a Erbil, è un investimento sulla nostra sicurezza: se cade il Kurdistan, il fronte della guerra si sposterà inevitabilmente più vicino a noi.


