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Editoriali

La diplomazia dei ritardi e il prezzo del sangue dei bambini soldato

Cosa cambia la prima Convenzione africana sul disarmo, la smobilitazione e il reinserimento dei minori coinvolti nei conflitti sottoscritta solo da dieci paesi a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York.

Sono stati necessari decenni di tragedie e centinaia di migliaia di infanzie spezzate per spingere il continente africano a dotarsi, finalmente, di un proprio testo normativo sul disarmo e il reinserimento dei bambini soldato.
La cerimonia della firma della prima  Convenzione africana sul disarmo, la smobilitazione e il reinserimento (DDR) dei bambini soldato è arrivata a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, negli spazi della Missione permanente del Marocco all’ONU.
A presiedere il tavolo, il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita, promotore di quello che è stato definito “uno strumento giuridico pensato per e dall’Africa”: un meccanismo nato per sottrarre concretamente i minori al giogo dei gruppi armati e all’orrore della violenza per restituirli alle proprie famiglie e comunità.
Un’intenzione nobile, certo, ma pesantemente smentita nei fatti dalla lentezza burocratica e dalla cronica mancanza di volontà politica. al momento a sottoscrivere la Convenzione sono stati solo dieci paesi nonostante all’illustrazione del testo  a New York erano presenti una ventina di esponenti di Stati africani per dare il via al processo.
Solamente dieci firmatari su cinquantaquattro nazioni che compongono il continente africano.
la domande sporge dunque spontanea…
Come si può parlare di “svolta continentale” di fronte a un’adesione così risicata, arrivata con anni — se non decenni — di colpevole ritardo?
Il paradosso appare ancora più stridente se si osserva l’architettura del diritto internazionale già esistente.
Dal punto di vista formale, gli strumenti non sono mai mancati: la Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia (1989) stabiliva già la protezione dei minori nei conflitti armati.
L’atto 182 dell’ILO (1999) ha classificato l’uso dei bambini nei conflitti tra le peggiori forme di lavoro minorile.
e poi, il Protocollo Opzionale alla Convenzione sui diritti del fanciullo (2000) che ha innalzato a 18 anni l’età minima per il reclutamento e la partecipazione diretta alle ostilità. E ancora, i principi e le Linee guida di Parigi (2007) hanno tracciato in modo chiaro i criteri per il disarmo e il reintegro dei minori.
Non mancavano dunque le norme, mancava — e continua a mancare — la volontà di applicarle.
Per anni gli Stati africani si sono adagiati sulle risoluzioni dell’ONU, salvo poi derubricare i programmi di disarmo e reinserimento a meri capitoli di spesa di cui occuparsi solo se sovvenzionati dalla cooperazione internazionale.
La rivendicazione del ministro Bourita, secondo cui l’Africa sta dimostrando di saper produrre i propri standard anziché limitarsi a “importarli” dall’esterno, suona condivisibile nella teoria ma vacua nella pratica. Un testo giuridico firmato a New York da una stretta minoranza di governi non disarma i fucili Kalashnikov impugnati dai ragazzi nel Sahel, nel nord del Mali, nella Repubblica Centrafricana o nell’est della Repubblica Democratica del Congo. Senza la ratifica immediata della maggioranza assoluta degli Stati africani, senza il recepimento immediato nei codici penali nazionali e soprattutto senza uno stanziamento economico reale per creare scuole, centri di accoglienza e supporto psicologico, la Convenzione promossa a New York rischia di trasformarsi nell’ennesimo pezzo di carta firmato a favore di fotocamera. Un ulteriore monumento alla burocrazia diplomatica, edificato mentre migliaia di minori continuano a perdere l’infanzia nei conflitti che devastano il continente.

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bambini soldatoonuunione africana

Esperta di questioni internazionali, africanista. È stata insignita per il suo lavoro di giornalista della Medaglia di rappresentanza della Presidenza della Repubblica.

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